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Due chiacchiere con Giovanni Corrado, ventenne alla Casa Bianca

Abbiamo intervistato Giovanni Corrado, ventenne italiano che dalla Casa Bianca punta ora al Congresso della Florida

Quando a 17 anni hai delle ambizioni più ingombranti di te, forse l’Italia non è il Paese migliore per pensare di realizzarle. Resti a sognarle, dopo scuola, pensando a quali opportunità possa avere un tuo coetaneo dall’altra parte dell’Oceano. Ed è proprio lì – per la precisione a Miami – che Giovanni Corrado, classe 1997, dalle colline sopra Chiavari, ha deciso di andare a inseguire il suo “sogno americano”.

Questa scommessa si è tradotta – nel suo caso – in un lavoro nell’ufficio di Marco Rubio, uno stage nell’ufficio stampa della Casa Bianca e ora la creazione di una fondazione, la Giovanni Corrado Foundation, con la quale “connetteremo direttamente i donatori e le organizzazioni umanitarie, senza più intermediazioni”, racconta Giovanni. Oggi – a soli vent’anni – sta lavorando anche con il partito repubblicano che lo vuole candidare nel 2022 al congresso della Florida ed è stato anche contattato dall’Onu, diventando loro fellow per l’area Global Health.

Nonostante l’età, Giovanni racconta tutte le sue esperienze con un’invidiabile padronanza e rapidità, stando attento – però – a non farsi scappare parole di troppo. A quanto pare conosce bene i media: “Il mio primo capo alla Casa Bianca è stato Anthony Scaramucci, che è rimasto in carica per soli 10 giorni. Io lo stavo assistendo quando ha fatto quella famosa telefonata al Washington Post.”

Giovanni Corrado

Il suo sguardo è oggi orientato – com’è normale sia – verso i suoi coetanei: “Sono contento di poter usare la mia voce non solo per raccontare la mia esperienza ma anche per spronare i giovani italiani. Questo è il mio obiettivo principale: dare loro un filo di speranza e fare in modo che non smettano mai di credere nei loro sogni.

Una piccola provocazione: tu il tuo sogno lo stai realizzando lontano dal tuo Paese.

È proprio lì che voglio arrivare. La realtà italiana mi è sempre stata un po’ stretta e ho dovuto spostarmi all’estero per trovare una società meritocratica. Vorrei provare a trasmettere quest’idea dell’incentivazione giovanile che in Italia secondo me manca.

Se fossi rimasto in Italia, cos’avresti fatto?

Avrei fatto un percorso assolutamente standard: sarei andato all’Università di Genova a fare Medicina, esattamente come mio padre e tutta la sua famiglia, sarei cresciuto a Leivi, che è una collinetta sopra Chiavari. Avrei avuto quella vita lì, una vita senza rischi. Invece sono venuto qua ed è scoppiato tutto un casino (ride.)

Ecco, torniamo un attimo indietro: raccontami un po’ la tua storia da quando sei approdato negli States.

A 17 anni ho deciso che qualcosa mi stava stretto: volevo andare, provare cose nuove e inseguire il mio “sogno americano”. Ho fatto tutto da me, quasi di nascosto. Ho trovato un liceo, mandato la richiesta di ammissione e solo a giochi fatti l’ho detto alla mia famiglia. Ho vissuto da solo a Miami per l’ultimo anno di High School, la Gulliver Prep, lavorando contemporaneamente per potermi mantenere e non essere troppo un peso per i miei genitori. Sono stato fortunato poi a ricevere una borsa di studio del 100% alla Franklin & Marshall University, che è un’università eccellente con un ranking tra i più alti qui negli Usa; sto seguendo un percorso accelerato di doppia laurea, una in Governo e una in Pubblica Amministrazione con concentrazione in Economia. E qui è scoppiata la mia passione per la politica, quasi per caso: del resto qui le università ti fanno capire molto presto cosa vuoi e questo è un altro dei punti di forza dei college americani. Durante l’estate del 2016 ho avuto la fortuna di essere accettato nell’ufficio di Marco Rubio, senatore della Florida nonché ex candidato presidenziale, lavorando sul tema dei Diritti Umani e dell’immigrazione. Durante questa esperienza mi sono legato molto fortemente alla comunità di Miami e ho avuto l’opportunità di preparare i memorandum per il senatore stesso, oltre che scrivere le prime stesure dei suoi discorsi al Senato e in eventi pubblici.

E poi, dall’ufficio di Rubio sei approdato alla Casa Bianca.

A inizio 2017 ho deciso di mandare la mia richiesta di ammissione alla Casa Bianca. Sono sincero, non avevo nessuna speranza di entrare: settemila richieste di ammissione per soli quattro posti. È stato un processo di selezione lunghissimo, pieno di domande attitudinali. Mi hanno chiesto anche di scrivere un memorandum professionale a un rappresentante della Casa Bianca a mia scelta e pensa, senza neanche farlo apposta, l’ho scritto all’attuale Segretario Stampa degli Stati Uniti, Sarah Sanders e ho scoperto che lei lo aveva letto veramente. Capito gli Stati Uniti come funzionano?

Un po’ come qui in Italia, insomma.

Esatto. Alla fine ad aprile mi hanno accettato alla Casa Bianca, dopo aver sostenuto tre interviste diverse con tre rappresentanti e un Security Clearence con l’FBI.

Ci racconti cos’è il Security Clearence?

Come tutte le agenzie governative, ti fanno un background check su tutta la tua vita; si tratta di controlli di prassi sulla tua situazione legale e sui tuoi contatti esteri. Ovviamente una volta che entri alla Casa Bianca hai accesso a informazioni molto riservate e sei obbligato a non divulgarle.

Poi cos’è successo, ti è arrivata un mail o una telefonata?

Mi è arrivata una mail.

E lì per lì cos’hai pensato?

È stato inaspettato come un gol al novantesimo e niente, il 28 maggio del 2017 ho iniziato questa esperienza.

La domanda su Trump è scontata: tu l’hai incontrato svariate volte in occasioni più o meno pubbliche. Che idea ti sei fatto?

Io ho avuto la fortuna di lavorare nell’ufficio stampa che è a un corridoio di distanza dall’Ufficio Ovale, quindi ci sono state molte occasioni di vederlo. La volta in cui sono riuscito a parlare di più con lui è stato durante l’incontro con noi stagisti: gli ho raccontato chi ero, cosa volevo fare nel mio futuro e abbiamo parlato anche dell’Italia, lui la ama. A livello personale è un grande interlocutore, molto disposto ad ascoltarti e ad avere una conversazione con te. Quello che la gente non vede attraverso telecamere su questa persona è tanto, fidati. E io non lo dico perché sono di parte, a livello personale mi sono veramente sorpreso di Trump. Ho avuto poi anche tante occasioni di vederlo durante eventi pubblici, quando è uscito dall’Accordo di Parigi, il “made in America day”, l’incontro con il Primo Ministro Indiano, il primo ministro della Romania: son sempre stato lì molto vicino. Ed è stata davvero una grande opportunità, indipendentemente dal tipo di Presidente e dalla sua politica.

Ascolta, invece la Casa Bianca com’è strutturalmente: io mi sono fatto un’idea cinematografica, ma è davvero così?

Il primo giorno, come è normale che sia, mi tremavano le gambe. Come te l’avevo vista solo in tv, ma questa volta ci stavo entrando per lavorare, con libero accesso e volevo scoprire tutto di quel posto. La Casa Bianca da dentro è molto più piccola di quanto tu ti possa immaginare, non è particolarmente lussuosa, diciamo che è funzionale e piena di storia. Poi figurati, io che sono appassionato di politica americana quando camminavo per qualunque corridoio, sentivo quasi l’eco dei passi di Kennedy, Wilson, Obama.

Giovanni Corrado

Come istituzione è incredibilmente organizzata, in tutti i minimi dettagli: dallo staff, alla sicurezza, agli eventi, tutto pianificato alla perfezione. I membri dello staff – e questa è stata la sorpresa più piacevole – sono molto gentili e sempre pronti ad ascoltarti e a prendere in considerazione i tuoi punti di vista anche per decisioni importanti. Io – nello specifico – mi occupavo dei media locali e dei media ispanici…

Ah, quindi hai vissuto un periodo politicamente bello caldo per i media ispanici…

Molto, molto caldo. Io ero lo stagista personale di Helen Aguirre Ferré, che è l’ispana più influente dell’Amministrazione e di tutta l’America, oserei dire.

Senti, ma questo 2022? Ho letto che dovresti debuttare dall’altra parte della barricata.

Sì (ride), ho avuto la fortuna di mantenermi in contatto con il partito Repubblicano di Miami, ho avuto conversazioni molto produttive con loro e c’è questo progetto per la mia candidatura al congresso della Florida nel 2022. Come puoi immaginare, qua le campagne elettorali iniziano molto prima, ci sono 16 mesi di campagna elettorale, per cui quella ufficiale inizierà nel 2019.

È assolutamente curioso e impensabile per un ragazzo italiano che leggerà questa intervista pensare che un suo coetaneo – in teoria – possa diventare Presidente della Florida, sembra un film di fantascienza.

Sì, sembra quasi come andare su Marte e la mia esperienza ne è la dimostrazione. Io poi venivo da una mentalità italiana ristretta, che non valorizza i giovani; credo di esser stato semplicemente capace di salire su quest’onda di incentivazione giovanile e l’ho fatto tramite il lavoro duro e costante. Qui in America è questo che conta.

Dimmi la verità, Giovanni: è cambiato l’approccio da parte dei tuoi ex compagni di liceo e dei tuoi amici di Chiavari che prima magari ti incrociavano in piazzetta e ora ti vedono accanto a Trump?

Mi aspettavo – prima o poi – questa domanda e sono veramente contento che qualcuno me l’abbia fatta perché sì, quello che prima era percepito come un sogno o addirittura come motivo per fare quattro risate, adesso sta diventando realtà. Hanno molta stima di come io sia andato a prendermi quello che volevo e quindi sì, è cambiato molto l’approccio da parte degli altri. Poi ovviamente c’è il mio gruppo di amici storici, che conosco dalle elementari, e anche loro sono un po’ spaesati. Mi prendono in giro: “puoi andare su tutti i giornali che vuoi, ma tu sarai sempre quello lì”. Queste sono le cose che mi mancano dell’Italia: quel gruppo di amicizie strette da una vita, sedersi a tavola per cena tutti i giorni alla stessa ora per mangiare benissimo. Sono questi valori trasmessi dai miei genitori e dalla mia comunità che mi hanno mantenuto sempre con i piedi per terra.

Un po’ di nostalgia?

La nostalgia c’è e sempre ci sarà: è cambiato tutto, ma quando torno a Chiavari non è cambiato niente. È quella la cosa più bella per me.

Un’ultima domanda, che va a mixare due aspetti di questa nostra bella e intensa chiacchierata: da una parte il tuo impegno per i diritti umani e dall’altra il tuo futuro impegno politico per la Florida e mi auguro non solo.Prova a metterti nei panni del candidato, ma allo stesso tempo mantieni lo sguardo di un ragazzo di vent’anni: cosa si può fare?

Si può fare tanto, si può fare davvero tanto. Per esempio negli Stati Uniti quando si fa la richiesta dal budget del Paese, in questo momento si continuano a tagliare fondi al Dipartimento per gli Affari Esteri e di conseguenza alle iniziative internazionali per aiutare alcuni Paesi del Sud America, dell’Asia e l’Africa in generale. Si può fare tanto a livello governativo, ma anche tanto come persone. Il modo in cui io approccio tutto ciò è far sì che le tue azioni vadano al di là di te stesso. Secondo me il problema in Italia è proprio questo: tutti sono preoccupati della propria fetta di torta, ma non si preoccupano di creare più torte affinché tutti ne abbiano.

In Italia c’è una situazione molto auto-conservativa, che sia della propria posizione o della propria poltrona: c’è poca voglia e anche poca disponibilità al rischio, che sia imprenditoriale o politico.

Esatto, è quello che io voglio trasmettere ai giovani. Uscite, rischiate, sbagliate, sarete sempre in tempo a tornare indietro. Ricordo quello che mi diceva mia madre quando stavo partendo per l’America a 17 anni: “Stai tranquillo che la panchina dove ti sedevi sempre con gli amici il sabato sera sarà ancora lì, se decidi di tornare.” Dovete proprio uscire, prendervi i rischi e fare cose che vadano al di là di voi stessi, cose che abbiano un impatto sugli altri. Sennò, non farete mai nulla che abbia un certo rilievo e soprattutto niente che vi farà sentire felici. Uscite dalla vostra confort zone e sarete felici.

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