I renziani provano ad accelerare sulla legge elettorale

Ma le minoranze Pd e Fi non ci stanno

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Roma, 2 gen. (askanews) – Avviare la prossima settimana il confronto con gli altri partiti sulla legge elettorale. O almeno provarci, chiedendo l’apertura di un tavolo alla ripresa dell’attività parlamentare. E’ l’intenzione del Partito democratico (almeno quello di fede renziana), che vuole evitare la “melina”, per non far slittare l’obiettivo del voto a giugno. Il Pd tenta allora di giocare in anticipo rispetto alla decisione della Corte costituzionale, attesa per il 24 gennaio, cominciando a discutere. “La nostra idea è quella – spiega un esponente della maggioranza Dem -. Alla ripresa dell’attività chiederemo un tavolo, poi vediamo cosa dicono gli altri”.

A chiedere di partire subito, questa mattina, in una intervista al “Corriere della sera” era stato il presidente Matteo Orfini.
Per l’esponente dei giovani turchi, “se si coglie negli incontri la disponibilità delle altre forze a cambiare l’Italicum, si può iniziare a lavorare nel merito senza aspettare la Consulta”. Parole che però, da subito, hanno raccolto ben pochi consensi.
Nella maggioranza Ncd dice no: “Sulle leggi elettorali – sottolinea Fabrizio Cicchitto – non si gioca a mosca cieca. Di conseguenza è indispensabile avere la sentenza della Corte e dopo di essa il Parlamento deve fare la sua parte”.

Stop netto anche da Forza Italia, con il capogruppo Renato Brunetta. “Faccio una contro proposta – spiega – a Matteo Orfini: si faccia da subito in Parlamento una nuova legge elettorale, dopo la sentenza della Corte Costituzionale ma non con i pesi che ci sono oggi nelle Aule, semmai con tutti i partiti rappresentati in maniera paritaria, per esempio negli uffici di presidenza delle Commissioni affari costituzionali di Camera e Senato, dove tutti i gruppi parlamentari sono presenti con un rappresentante e in quella sede si trovi il consenso delle riforma della legge elettorale”. Anche per D’Attorre (Si) il Pd sbaglia nel metodo: “I vertici del Pd dimostrano purtroppo di non aver ancora assorbito la lezione del referendum, dando l’impressione di voler riproporre le forzature che hanno segnato la sventurata vicenda dell’Italicum”.

Prese di posizione che portano, in serata, alla replica del vicesegretario Dem Lorenzo Guerini secondo cui “l’iniziativa del Pd per un confronto immediato con tutte le forza politiche sulla legge elettorale è il modo più serio e responsabile per raccogliere gli auspici indicati dal presidente della Repubblica nel discorso di fine anno. Sottrarsi al confronto significa, questo sì, non raccogliere l’invito alla responsabilità”.

Anche all’interno del Pd, non tutti però vogliono l’accelerazione. “Ogni operazione affrettata e frettolosa rischia solo di consegnarci l’ennesima pessima legge elettorale. Adesso servono prudenza, serieta e coerenza”, ammonisce Giorgio Merlo, esponente della Sinistra dem di Gianni Cuperlo. E per il bersaniano Miguel Gotor, Orfini “si avventura in previsioni che non tengono conto della prossima sentenza della Corte sull’Italicum e del fatto che lo stesso Pd in Commissione affari costituzionali ha votato per rinviare l’inizio della discussione sulla nuova legge elettorale a dopo il pronunciamento della Corte”. Il Pd, per il senatore della minoranza Dem, “farebbe bene a seguire le indicazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella impegnandosi a scrivere con le altre forze politiche una legge elettorale armonica tra le due Camere”.

Il percorso, dunque, appare in salita. Intanto si vedrà cosa emergerà il 10 gennaio, quando è stato convocato l’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali della Camera.
Al momento nessuno ha chiesto di incardinare in commissione l’itere per l’approvazione di una proposta di legge, anche se diversi testi sono già stati depositati. Quando partirà il confronto, comunque, potrebbe essere protagonista proprio Montecitorio. Al Senato, infatti, ci sono almeno due contro-indicazioni. In primo luogo manca il presidente della commissione competente, perchè Anna Finocchiaro è diventata ministro. E poi perchè in Senato la maggioranza è assai traballante. La coalizione di governo può infatti contare, dati alla mano, su 170 voti, compresi quelli dei senatori a vita. Un po pochi per una materia in cui trovare un accordo sembra difficilissimo.

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