0, 0, 1, 0, 0, 0, 0 trend

Intervista a Laioung: “Faccio musica per gli altri, non per me”

Laioung, rapper e producer di successo, si racconta, fra nuovi progetti, qualche polemica e la voglia di continuare sempre a fare musica

Non sono molti i ragazzi di ventiquattro anni a poter vantare un featuring con Gue Pequeno (“Vengo dal basso”) e uno con Fabri Fibra (“Dipinto di Blu”), i due mostri sacri del rap in Italia, oltre che una schiera di successi e di riconoscimenti come quelli che sta avendo Laïoung in questo periodo. Madre sierraleonese, padre brindisino e un carisma fuori dal comune, Laïoung è – senza ombra di dubbio – uno dei punti di riferimento della scena trap italiana.

Il 21 aprile è uscito per Sony Music il suo disco d’esordio, “Ave Cesare – veni, vidi, vici” con 8 inediti e per la prima volta in supporto fisico (2 cd con 18 brani). Cresciuto in una famiglia di artisti (il nonno paterno era un tenore, sua madre cantante e anche suo padre ha un passato da sassofonista e flautista in diversi gruppi progressive anni ’70), Laïoung  vive in continuo movimento fra Bruxelles, Parigi, Londra, il Canada e varie città italiane, tra cui Milano, sua base attuale, che cita a più riprese nel disco.

Nella sua musica, Laïoung riesce a distillare generi completamente diversi e a incrociare differenti culture nell’intento di produrre un sound originale e lanciare un messaggio positivo. Un mix di personalità, consapevolezza, rivalsa, spocchia ma anche romanticismo veicolato da ritmi urbani con bassi di impatto e melodie distorte dall’autotune che hanno il sapore di un r’n’b quanto mai contemporaneo.

Oltre a mettere in campo la sua storia personale, ricca di esperienze e all’insegna del multiculturalismo, Laïoung dà voce alle seconde generazioni, parlando di quartieri metropolitani occidentali ma anche di Africa, rivendicando la possibilità concreta di farcela partendo dal basso e senza contare su appoggi esterni, dando voce e sostanza ad un modello positivo per i tantissimi giovani di seconda generazione.

Supereva lo ha incontrato e ci ha scambiato due chiacchiere.

Laioung rapper

Ho visto che recentemente anche la figlia di Pino Daniele ti ha fatto i complimenti per “Fuori (Je so’ pazz)”…

Sì, è stato abbastanza emozionante. Vedo tanta gente ignorantissima a cui dà fastidio vedere un ragazzo di colore spingere un messaggio di cultura italiana e che trovano ogni occasione per mettersi contro di me. Poi, alla fine della giornata, viene fuori che il mio pezzo è piaciuto molto alla figlia di Pino e questa per me è una soddisfazione grandissima: mi fa capire che bisogna sempre seguire il proprio cuore. L’odio ci distrugge, ci annienta e ci uccide.

Quello che ho cercato di fare è portare cultura moderna nella musica del passato, perché le canzoni che hanno fatto i dischi di platino ieri, sono la nostra cultura. Io la vedo così, per questo ascolto un sacco di musica moderna e un sacco di musica di ieri, cercando di fare un mix tra questi opposti per creare la mia. Ed è così che è nato il pezzo.

Spiegare chi è Laïoung ai giovani è facile, anche perché la maggioranza di loro senza dubbio ascolta la sua musica, spiegarlo ai loro genitori è un pochino più difficile, forse: vuoi provarci tu?

Laïoung è semplicemente un ragazzo che tra poco compirà venticinque anni, aveva un sacco di sogni e molti di questi sono stati realizzati. Possiamo dire che non soltanto è un’artista, ma registra da solo, si produce la musica, canta, scrive, mette gli effetti, finalizza e fa tutto lui.

Sono stato direttore artistico per più di sei/sette anni, ho lavorato per un sacco di artisti ed è così che campavo, musicalmente parlando. Mi definisco “multimusicale” perché non mi limito ad un genere di musica, sono un musicista completo. Poi – però – la strada mi ha insegnato l’hip-hop, mi ha insegnato il rap, mi ha insegnato a mettere i miei problemi in musica e tanti ragazzi, non solo di seconda generazione, si sono ritrovati nei miei messaggi: ho rappresentato un sacco di gente che non si sentiva rappresentata da altri rapper che promuovevano messaggi di diverso genere. Io infatti non parlo di droga nei miei testi, non parlo di violenza, piuttosto di lezioni che posso dare all’ascoltatore, oppure di esperienze che ho vissuto, cercando di portare più positività possibile. La vita è breve e non possiamo prevedere tutto quindi io do il massimo e lo do con tutto il mio cuore.

Strumentali fatte da te, testo scritto da te, brano finalizzato da te: tutto fatto da te. Come lavori quando produci musica?

Posso partire suonando il pianoforte, aggiungerci batteria e basso. Una volta che ho questo ci canto sopra, trovo delle emozioni, ne scrivo e ci faccio un pezzo. Poi ovviamente lo finalizzo, ci metto gli effetti che più mi piacciono: faccio in modo che “suoni” attuale.

Un sacco di artisti sono bravissimi, però si dimenticano di fare musica per gli altri. Io quando faccio un pezzo lo faccio per la persona che lo ascolta. Voglio fare un bel ritornello che possa cantare chiunque, voglio dare emozioni attraverso le strofe, applico certe formule che fanno in modo che la gente possa divertirsi ascoltando, questo è il mio obiettivo principale. Poi voglio esprimere la mia personalità e anche questo Io lo faccio soprattutto per i miei ascoltatori: sono veramente speciali per me. La gente che mi ha accettato oggi, sono le persone che amerò tutta la vita.

Ho come l’impressione che tu sia uno dei pochi rapper della nuova scena ad avere qualcosa da dire anche fuori dal nostro Paese. Perché hai scelto la lingua italiana per il tuo primo album prodotto da Sony?

Ho viaggiato in tante città nel mondo e ho notato che ogni città ha una scena underground: tanti artisti in tante città diverse si scannano per diventare conosciuti e rappresentare il territorio. Io in tanti luoghi ho creato un seguito underground e quando nel 2015 ho deciso di produrre “Ave Cesare”, che era il mio primo album in italiano, avevo all’attivo solo qualche pezzo in questa lingua. Ho detto: ora faccio un album in italiano con le mie influenze attuali, che sono tutte americane. A quel tempo vivevo in America e non avevo mai ascoltato un pezzo di artisti italiani: non c’entravo proprio niente con l’Italia. Però siccome l’italiano era la mia “padrelingua”, ovvero la lingua che ho imparato da mio padre, ho sentito il bisogno di esprimerla. In ogni caso, considero la mia carriera qui solo di passaggio, anche se prima voglio cambiare l’industria musicale italiana. Ma soprattutto, ho la scena underground di molte città del mondo che mi sta osservando e sono molto orgogliosi del mio percorso. Quando faccio uscire dei pezzi in Italia, sono ancora più gasato dalla reazione che ha la gente all’estero.

Nel tuo disco c’è molta politica, dalla lotta ambientalista di ‘Petrolio’ a quella per lo Ius Soli in “La nuova Italia”. Cosa diresti a Matteo Salvini se lo avessi qui davanti?

Scusa, non ho capito, qui davanti chi? (Qualche risata)

Salvini, Matteo Salvini, il leader della Lega Nord…

Allora, ascolta. La politica non mi interessa e ci voglio restare lontano.

Non ci credo.

Posso solo dire che sono un essere umano e che mi sento in dovere di far capire anche agli altri esseri umani la sensibilità. Quando dico “fermiamo le trivelle”, a me non importa chi hanno votato, mi importa che devono fermare le trivelle e basta. Il mare è la nostra felicità, specialmente in Italia: accettiamolo! Accettiamo il fatto che in Sicilia ci sono stati arabi, norvegesi, romani, greci: siamo un popolo mischiato da migliaia di anni, dobbiamo esserne consapevoli e soltanto un po’ più umani. Quando parlo di “nuova Italia”, parlo del fatto che l’Italia è indietro su molte cose: io ho previsto quello che sta succedendo qui ora, osservando come si è sviluppato il colonialismo in altri Paesi. Se guardiamo la Francia, possiamo vedere come ci siano molti più africani meglio integrati nella società, alcuni di loro si sentono veramente francesi e sono più francesi dei francesi, a volte. Stiamo arrivando a un punto in cui ci sono un sacco di generazioni incrociate come me e forse è anche per questo che in tanti si sono ritrovati nel mio messaggio. Quindi io non parlo di politica, ma solamente di essere un po’ più umani, di amarci ed essere consapevoli.

So che sei particolarmente fissato con i frullati, un po’ come le strumentali te li produci tu, a casa. Siccome è estate e fa caldo, ci dai qualche consiglio?

Certo, consiglierei di provare delle alternative al latte animale, per esempio latte vegetale d’orzo o latte di riso. Mi piace tagliare l’anguria a pezzi, congelare la banana, mettere un po’ di sciroppo d’acero e mirtilli, un po’ di papaya, delle foglie di menta e godermi l’estate, magari anche con qualche bacca di Goji. E non dimentichiamoci che i minerali sono molto più importanti delle vitamine, perché molte di queste sono artificiali. Invece i minerali li troviamo nella frutta, ecco perché è importante avere della frutta buona, scoprire ogni frutto, le sue caratteristiche…

È importante seguire la stagionalità della frutta e della verdura: a volte non ci rendiamo conto di desiderare cose che vanno contro il ciclo della natura, tipo le arance ad agosto.

Appunto.

Ora tocca alla domanda difficile, che però è anche l’ultima: proprio in questi giorni Spotify è al centro di un grande polverone: in breve, è stato accusato dalla rivista Vulture di aver falsato i dati di streaming. Tu sei da pochi giorni reduce da un singolo d’oro (“Giovane Giovane”): cosa ne pensi dell’industria musicale attuale, in particolare dalla prospettiva della distribuzione?

Io non prendo polveroni (ride). Allora, diciamo che i numeri aiutano così come possono essere una grande bugia. Io seguo la teoria di mia madre che dice “good music is forever”, quindi mi focalizzo a fare vera e buona musica, così che riascoltando un mio pezzo tra dieci anni io possa dire “che bella musica” e non “che commercialata da 30 milioni di visualizzazioni, piaciuta solo ai dodicenni”. Io sono concentrato a costruire delle persone che amino la musica quanto la amo io e a tenermele strette tutta la vita, invece che sfruttare una massa di bambini o comprare visualizzazioni: preferisco le mie 5 milioni di visualizzazioni, che però siano di gente con cultura, questo per me non ha prezzo. Bisogna anche vedere a lungo andare che impatto può avere la qualità della musica sulle prossime generazioni, che impatto può avere attualmente sulla gente e che messaggio può portare. Viviamo in un mondo dove l’estetica è tutto, importa soltanto come sei vestito, con chi te la fai, quanti soldi hai. Invece dovrebbe importare chi sei, che cosa fai, perché lo fai e che messaggio porti.

Storie dal web

Lascia un commento

più popolari su facebook nelle ultime 24 ore

vedi tutti