Io non sono qui: l'Accademia del Premio Nobel non trova Bob Dylan

L'Accademia svedese non riesce a contattare Bob Dylan, premiato nei giorni scorsi con il Nobel per la letteratura. Non c'è da sorprendersi, ecco perché

Sorprende che ci sia qualcuno che ancora si sorprenda di Bob Dylan. Ebbene sì, His Bobness non si sta facendo trovare dall’Accademia svedese che pochi giorni fa gli ha assegnato il Premio Nobel per la Letteratura e che da altrettanti giorni cerca di contattarlo per invitarlo alla cerimonia di consegna del riconoscimento, in programma il 10 dicembre a Stoccolma.

“Ho chiamato e mandato email ai suoi collaboratori più stretti, e ho ricevuto risposte molto cordiali ma non siamo riusciti a parlare con lui – ha dichiarato Sara Danius, segretaria permanente dell’Accademia, alla radio svedese – Per ora è sicuramente abbastanza e non stiamo facendo altro”.

“Se verrà alla cerimonia? Non lo so ma non sono preoccupata: penso che si presenterà. Se poi non vuole venire, non verrà ma sarà comunque una grande festa”, ha aggiunto la Danius, facendo finta di non sapere che, mentre lei lo cercava e lui si dava per ‘non disponibile’, Dylan ha tenuto diversi concerti, dopo aver liquidato il premio con uno stringato post sul suo profilo Facebook, nel quale riportava la notizia e la motivazione del Nobel.

Ecco, proprio dalla motivazione si dovrebbe partire per capire il comportamento di Dylan, premiato “per avere creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana”. L’opera, quindi, non il personaggio, che in molti, in troppi hanno voluto identificare con le sue canzoni: eccolo allora paladino dei diritti civili, innamorato deluso, fervente cristiano e semplice cantastorie folk, blues o rock a seconda delle (mutevoli) ispirazioni e stati d’animo.

Il problema, se così vogliamo chiamarlo, è quindi che come tanti suoi ammiratori, l’Accademia cerca l’uomo o l’artista quando la quintessenza di Dylan sono le sue canzoni, del quale il Menestrello di Duluth è l’artefice: il resto, invece, è un gioco di specchi che noi abbiamo creato ma nel quale ammiriamo solo la sua proiezione, in realtà opera nostra.

Lui, di natura sfuggente e refrattario alle ‘cerimonie ufficiali’, è tutto lì, nei suoi versi e nei suoi accordi, nei pochi libri che ha scritto. Al massimo lo si può incontrare sul palco, dove non a caso si diverte a eseguire canzoni inattese, escludere le più famose o, ancor più spesso, stravolgerle fino a renderle quasi irriconoscibili, quasi che ogni sua presenza tangibile non debba mai dare punti di riferimento.

Forse per provare a capire Bob Dylan bisogna allora tornare a “I’m not there” (in italiano “Io non sono qui”), il controverso e sottovalutato film di Todd Haynes del 2007, nel quale il regista americano faceva interpretare a sei diversi attori sette differenti immagini di ‘Dylan’, alcune che riprendevano momenti della vita del cantautore, altre che rappresentavano personaggi delle sue canzoni, senza mai provare a rappresentare ‘il vero’ Bob Dylan.

Sì, forse per trovare davvero uno dei più grandi artisti dei nostri giorni semplicemente non lo si deve cercare se non attraverso le sue opere. Lui come personaggio, invece non c’è. O meglio, parafrasando il film di cui sopra, “He’s not there’, dove il ‘there’ è il luogo mentale dove ostinatamente continuiamo a inseguirlo mentre lui ci osserva da lontano con i leggendari occhi azzurri e l’immancabile ghigno. E non risponde all’Accademia del Premio Nobel.

Storie dal web

Lascia un commento

più popolari su facebook nelle ultime 24 ore

vedi tutti