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La Serie A non parla più italiano, ecco perchè

Uno studio rivela dati allarmanti per il movimento calcistico nostrano, troppo amante dell'esotico.

Fonte: Getty Images

Che l'Italia non fosse un paese per giovani, soprattutto in ambito calcistico, era sotto gli occhi di tutti da tempo. Sono pochi i giovani che calcano i campi di Serie A, per quanto la crisi economica degli ultimi dieci anni abbia incoraggiato leggermente a puntare sui talenti in rampa di lancio, come dimostra il caso di Icardi, per citarne uno. Un giocatore su cui l'Inter ha investito fortemente, nonostante il potenziale ancora inespresso.  

Tanti altri, ugualmente, sono stati dati in pasto ai campionati esteri. Quello di Marco Verratti, in tal senso, è un esempio lampante: giovane di belle speranze lasciato al PSG e oggi tra i migliori centrocampisti in Europa.

La diffidenza verso il giovane e la preferenza per l'usato sicuro, per così dire, sono antichi difetti del calcio italiano, che però deve fare i conti con un altro dato allarmante.

Secondo uno studio condotto dal CIES, centro di studi svizzero che si occupa dell'ambito tecnico-economico del calcio, l'Italia è al quintultimo posto per l'impiego di giovani Under 22. Non diversamente si comportano Spagna e Inghilterra, che presentano analoghe percentuali, mentre si differenziano Germania e Francia.

L'Italia, come se non bastasse, è anche il paese in cui i giovani italiani hanno meno spazio dei coetanei stranieri: i prodotti nostrani, stando alle ultime rilevazioni, hanno disputato soltanto il 3,3% dei minuti in campo rispetto al 4,2% dei colleghi stranieri.

Dati che cozzano con le ambizioni di una Nazionale che brancola nel buio e qualcuno ha definito di "vecchietti", probabilmente a ragione.

Un'inversione di tendenza è unanimemente auspicata da un paese calcistico che ha ammirato Del Piero, Baggio e Maldini e che aspetta di vederne gli eredi.

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