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Lauda 40 anni dopo il rogo del Nürburgring: "Pensavano che..."

Era il primo agosto 1976 quando la Ferrari del fuoriclasse austriaco prese fuoco sul circuito tedesco

Fonte: Screenshot tratto da Rai

Sono passati quarant’anni dallo schianto di Niki Lauda al Nürburgring, un incidente che ha segnato la storia della Formula 1. Era il primo agosto 1976 quando la Ferrari del fuoriclasse austriaco prese fuoco sul circuito tedesco, il campione del mondo si salvò solo grazie all’intervento di alcuni piloti come Merzario, Ertl e Lunger, che scesero dalle auto interrompendo la gara per soccorrerlo. Il pilota austriaco, nonostante le numerose ferite riportate, tornò stoicamente alla guida della sua monoposto a soli 42 giorni dal terribile schianto per cercare di vincere il titolo mondiale, poi conquistato da James Hunt.

“Non ricordo nulla dello schianto, posso solo parlare del dopo – è la testimonianza dello stesso Lauda, che porta sul suo volto le conseguenze del terribile rogo: –  Il cervello di un pilota funziona in modo diverso da quello di una persona normale. Io, appena mi resi conto che ero vivo e che avevo solo danni estetici, cominciai subito a pensare di tornare a correre. E infatti 42 giorni dopo ero in pista a Fiorano, quando tutti pensavano che non ce l’avrei fatta”, le sue parole alla Gazzetta dello Sport.

“Il test andò bene e con la Ferrari decidemmo che avrei disputato il GP d’Italia. Ma prima, il giovedì, fui costretto a sottopormi a un test medico di idoneità che durò tutta la giornata. Un tormento. Così quando venerdì feci le prove ero svuotato, avevo paura. Ci meditai bene: colpa della troppa tensione accumulata. Sabato nelle qualifiche entrai nella macchina con un altro approccio, più disteso. E ritrovai il piacere della guida. In gara mi piazzai quarto, risultato ottimo. A Suzuka, sotto il diluvio, mi ritirai, ma il Mondiale l’avevo perso al Nurburgring con l’incidente, non lì…”.

A quarant’anni dallo schianto, anche uno degli altri protagonisti, Arturo Merzario, ha provato a raccontare quanto successe: “Ancora non ho capito che cosa mi spinse, quel giorno, a fermare la macchina. Voglio dire: non era il primo incidente drammatico che mi capitava di vedere in pista, e tutte le altre volte mi sono comportato in maniera diversa, ho continuato la mia corsa, come del resto facevano e fanno tutt’oggi i piloti. Quel giorno, però, ci fu qualcosa, e ancora non ho capito cosa, che mi suggerì, anzi mi impose di fare altro, di fermarmi, di scendere dalla macchina e correre verso Niki. Non pensai a nulla, sopraggiunsi all’uscita della curva e trovai quella roba lì, lamiere e fiamme. Dentro poteva esserci chiunque, Niki, Clay Regazzoni, Jackie Stewart. Vedo la macchina in mezzo alla pista, scendo e corro verso l’abitacolo. Dopo di me si fermano Guy Edwards, il cui figlio ha fatto la controfigura del papà in Rush ed è morto in un incidente stradale tre anni fa, e Harald Ertl: con gli estintori mi aprono un varco in questo enorme falò, Niki cerca di uscire ma forza la cintura e io non riesco a sbloccare la levetta, poi crolla, perde i sensi, così apro, lo tiro fuori. Le esalazioni di magnesio lo stavano ammazzando“, è la sua testimonianza a La Repubblica.

“Per fortuna, nel ’65, per guadagnarmi 7 giorni di licenza da militare, feci un corso di primo soccorso: gli feci il massaggio cardiaco e la respirazione artificiale. Rimase in vita così, finché non arrivarono i soccorsi”.

Anche Luca Cordero Di Montezemolo, futuro presidente del Cavallino Rampante, ha raccontato quei drammatici momenti: “Il medico mi disse: “Noi non possiamo fare nulla: il problema non sono le bruciature ma le esalazioni, i gas che ha respirato che l’hanno bruciato dentro. Se vuole vivere, deve farlo lui. Deve cercare di restare sveglio e lottare”.

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