Perchè i renziani temono che dopo la Consulta il voto si allontani

Cresce il partito della scadenza naturale della legislatura. Anche dentro il Pd

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Roma, 11 gen. (askanews) – “Il governo ha gli anni contati…”.
La battuta che circola in Transatlantico a Montecitorio fa sorridere molti parlamentari, ma preoccupa i renziani che vedono crescere il “partito del non voto”, a maggior ragione dopo la decisione della Consulta di non ammettere il referendum sull’articolo 18.

“Così non si va a votare presto – è la reazione ‘a caldo’ di un renziano doc, che esprime una opinione comune tra i fedelissimi del segretario -. Sicuramente è stato tolto uno dei motivi di urgenza per andare a votare subito. Il referendum è depotenziato e lo sarà ulteriormente dopo le modifiche che faremo sui voucher.
Adesso c’è in campo un’arma in meno per chiedere le elezioni a breve”. Il timore, dunque, è che il “partito del non voto” possa prendere forza. “Volendo, di attesa in attesa – riflette un altro deputato renziano – si può andare avanti a lungo. La Consulta sulla legge elettorale si riunisce il 24 gennaio ma il deposito della sentenza può arrivare anche un mese dopo…”.

“Certo è possibile che la sentenza di oggi tolga una carta per andare a votare – riflette un altro parlamentare renziano – così come è possibile che la Consulta abbia tempi lunghi per la sentenza sulla legge elettorale, ma sarebbe una forzatura troppo grande. Io credo che la partita sia Renzi contro il Parlamento.
Il segretario deve trovare una proposta di legge elettorale su cui il Parlamento non possa fare melina. Certo è che anche nel Pd la maggioranza dei parlamentari non vuole il voto. Oggi c’era chi studiava la cartella sanitaria di Gentiloni, concludendo che non è grave e che quindi si può stare tranquilli”.

Nel Pd, infatti, anche altre ‘correnti’ vedono che dopo la sentenza della Consulta la corsa al voto può rallentare. Ma a differenza dei renziani la considerano una nota positiva. “Non credo si voti entro giugno – riflette un deputato vicino al ministro della giustizia Andrea Orlando -. Il governo e il Parlamento avrebbero, se volessero, molto lavoro da fare e se Gentiloni riuscisse a riaprire un rapporto con i corpi intermedi, a partire dai sindacati, potrebbe aprirsi una fase nuova, molto proficua”. E poi, se il governo andasse avanti, anche nel Pd il panorama potrebbe cambiare. “Se si votasse a scadenza della legislatura – riflette il parlamentare – ci sarebbe tempo per fare il congresso. Io credo che Orlando potrebbe candidarsi, riunendo tutte le forze della sinistra Pd e ottenendo un ampio consenso”.

Sempre nel Pd, Pierluigi Bersani ribadisce come il governo debba lavorare, senza porre scadenze. “I governi – ha detto oggi – vivono finchè lavorano, non capisco la discussione che c’è. Il governo ha tanto da fare: Jobs act, scuola, banche immigrazione, lavoro”.

I timori dei renziani su chi vuole evitare il voto anticipato, dunque, trovano conferma sia dentro il partito, che fuori. Per Forza Italia Francesco Paolo Sisto, deputato e capogruppo di in commissione Affari costituzionali, vede dalla sentenza sul referendum sul Hobs act “effetti politici” perchè se il quesito sull’articolo 18 “fosse stato dichiarato ammissibile qualcuno avrebbe potuto spingere per una riforma elettorale ‘a tutti i costi’ pur di evitare il referendum. Ora cade ogni alibi”. Stessa interpretazione che viene da Giorgia Meloni (Fdi): “La buona notizia è che non rischiamo la reintroduzione dell’articolo 18, che era l’obiettivo principale della Cgil. La cattiva notizia è che la sentenza serve soprattutto a impedire che si possa tornare al voto immediatamente”.

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