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Preistoria, analizzati i denti di un feto di 27mila anni fa

Alcuni ricercatori hanno analizzato i denti di un feto preistorico trovato in una tomba e risalente a 27mila anni fa

I denti di un feto di 27mila anni fa raccontano una storia e possono aiutarci a comprendere meglio il passato. Ne è convinta Alessia Nava, studiosa dell’Università La Sapienza di Roma, che ha realizzato una ricerca pubblicata sulla rivista Scientific Reports. Lo studio è stato svolto in collaborazione con diversi istituti internazionali e ha interessato l’analisi di alcuni reperti provenienti da una sepoltura di Santa Maria di Agnano in Puglia. La tomba, denominata “Ostuni 1” venne trovata nel 1991 da Donato Coppola e risale a oltre 27mila anni fa.

Fra i reperti analizzati anche i denti appartenenti ad un feto rinvenuto nel grembo di una donna di circa vent’anni. La dentatura ha fornito diverse informazioni riguardo lo stato di salute della madre e del bambino. Per la prima volta gli studiosi sono riusciti a ricostruire lo sviluppo fetale antico.

Lo studio ha interessato soprattutto l’analisi dello smalto dei denti che, soprattutto durante la sua formazione, racconta molto sulla vita di mamma e figlio. L’attenzione degli esperti si è concentrata soprattutto su tre incisivi da latte . “Nel caso specifico le prime indagini microtomografiche sulla mandibola – ha spiegato Lucia Mancini, ricercatrice di Elettra – sono state condotte presso il laboratorio Tomolab di Elettra e sono state fondamentali per studiare uno degli incisivi da latte presenti all’interno della mandibola stessa. Poi, grazie alle proprietà uniche della radiazione di sincrotrone, è stata effettuata un’analisi 3D ad alta risoluzione sui tre denti alla linea di luce SYRMEP. Questo approccio ci ha consentito di eseguire sui reperti fossili uno studio istologico virtuale, che ha rivelato le strutture più fini dello smalto dei denti in modo non distruttivo, preservando l’integrità dei rarissimi reperti”.

“I denti sono una specie di scatola nera – ha raccontato Claudio Tuniz dell’ICTP – in cui vengono registrate varie informazioni: a che tipo di ominide appartengono (lo smalto dei Neanderthal, per esempio, è generalmente più sottile di quello dei sapiens), la loro dieta, l’età alla morte e i tempi dello sviluppo. Per il futuro sarebbe importante stabilire un collegamento tra chi studia gli umani di oggi, i medici, e i paleoantropologi che studiano gli umani del passato”.

“Gli antichi romani ci avevano fornito l’indizio di uno sviluppo fetale accelerato nel mondo antico anche se di poco – ha svelato Alessia Nava -. Questa ricerca sembra confermare questo andamento, in un periodo molto più antico. Ora si tratta di estendere nello spazio e nel tempo il nostro studio: forse altre sorprese ci attendono”.

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