Congresso, urne, scissione (le parole che agitano il Pd)

L'offensiva di D'Alema

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Roma, 30 gen. (askanews) – Matteo Renzi insiste col volere andare a votare il prima possibile; Massimo D’Alema insiste con il rischio scissione. Le posizioni non si spostano, e gli unici passi sono in direzione della frattura. Se Ettore Rosato spiega in un’intervista che “non si può fare nulla per chi è già fuori dal Pd”, il “lider maximo” replica: “Se nasce un nuovo partito della sinistra in Italia, in modo serio, coinvolgendo le forze che penso siano disponibili a farlo, questo partito certamente supererebbe il 10% dei voti”. A scanso di equivoci, spiega: “Se Renzi chiede a Gentiloni di sbaraccare tutto” per andare a votare subito, “credo che la reazione dovrebbe essere quella di preparare un’altra lista”. E su questo “abbiamo fatto fare delle ricerche che confermano” il peso elettorale del nuovo soggetto.

Ma nonostante i sondaggi già commissionati, D’Alema sostiene di “non volere la scissione”, e abbraccia le argomentazioni di un avversario storico come il governatore della Puglia per addossare la responsabilità al segretario: “Emiliano lo ha detto molto bene, sarà Renzi che farà una scissione, se non farà il congresso; sarà Renzi che imporrà una frattura nel partito”.
Oltre che sulla legge elettorale, la battaglia è ora dunque tutta sui tempi del congresso Dem: “Vogliamo un congresso perchè il Pd è un partito che viene da ripetute sconfitte politiche: Roma, il referendum, la riforma elettorale bocciata dalla Consulta, la riforma della P.A. è bloccata dal Consiglio di Stato, la riforma della scuola”, elenca D’Alema, intervistato su RaiTre. Dunque “di tutto questo bisogna discutere in un congresso. Se uno pretende di non discutere e andare alle elezioni facendo finta di nulla…”.

Ma la maggioranza Dem non ne vuol sapere di anticipare il congresso. Anche perchè “da statuto il congresso del Pd non si può celebrare prima di giugno. Si può convocare solo 6 mesi prima della scadenza naturale, che è a dicembre. Quindi al massimo lo si potrebbe convocare a giugno, prima il nostro statuto lo vieta”, spiega il presidente Orfini. Ovviamente una scelta del genere imporrebbe un cambiamento radicale di rotta da parte di Renzi, rispetto ai tempi delle elezioni. Virata che non è alle viste.

La road map del segretario prevede massimo 15 giorni di “esplorazione” su possibili modifiche alla legge elettorale: ma nel caso in cui non si profilasse la possibilità di un accordo, di corsa al voto, col Consultellum al Senato e con l’Italicum rivisto dalla Corte alla Camera. Una scelta “irresponsabile”, accusa ancora D’Alema, figlia di un “calcolo meschino” di Renzi, che si avvantaggerebbe nel partito con i capilista bloccati al prezzo di aprire una “crisi istituzionale drammatica nel Paese”, “ingovernabile” con un simile sistema elettorale.

Se i renziani vogliono il voto, se D’Alema ed Emiliano vogliono il congresso pena scissione, la minoranza bersaniana prova da un lato ad evitare la parola scissione e dall’altra a invocare con Roberto Speranza che “il Pd e il centrosinistra siano resi contendibili prima delle politiche”. Ma anche e soprattutto a loro è rivolto il pressing di D’Alema: “Cosa pensa Bersani chiedetelo a lui”, ma “una cosa è allearsi” col Pd dopo il voto “avendo una forza e potendo condizionare. Altra cosa è consegnarsi nelle mani di un gruppo dirigente che fa una politica sbagliata”.

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