Drammi 2.0: quando lo smartphone finisce nelle mani sbagliate

Nell'era del web 2.0 il nostro smartphone è testimone di ogni cosa che facciamo, in un rapporto di amore-odio di cui non riusciamo più a fare a meno.

Fonte: Pexels

Vi siete mai chiesti cosa succederebbe se un estraneo mettesse le mani sul vostro smartphone?
O ancora peggio: quante delle vostre relazioni rimarrebbero immutate se i vostri amici, la vostra ragazza o i vostri genitori dovessero “per caso” rovistare fra i vostri messaggi?
E infine… quante volte avete sognato di poter dare una sbirciatina al telefono di una persona che vi sembrava troppo falsa?

In un mondo totalmente interconnesso, dove non si è mai veramente offline, ciò che dice di più di noi, di cosa ci piace, di cosa facciamo e di quelle che sono le nostre idee, è proprio il nostro telefono.

Il nostro smartphone spesso ci conosce meglio di chiunque altro; più dei nostri genitori, più dei nostri migliori amici, più della nostra ragazza (o del nostro ragazzo). Al nostro smartphone non diciamo mai bugie.

E allora, cosa potrebbe succedere se qualcuno avesse la possibilità di accedere indiscriminatamente a tutti i segreti custoditi al suo interno, magari a causa di una nostra dimenticanza o di un vero e proprio furto?

E’ quello che devono essersi chiesti gli sviluppatori di “A Normal Lost Phone“, un recente videogioco realizzato da un modesto studio di sviluppo indipendente che prova a soddisfare – in parte – queste curiosità. Come?
Ribaltando la prospettiva “canonica”, e mettendoci nei panni di una persona che ha appena ritrovato un device abbandonato.

Avviato il gioco, saremo portati direttamente alla pagina del menù del telefono, da cui saremo liberi di utilizzare le app installate, curiosare tra i messaggi e trafficare con le impostazioni.
Anche supponendo di avere le migliori intenzioni, magari limitate ad una genuina curiosità nel dare una “sbirciata” alle conversazioni, man mano che andremo avanti nella lettura dei messaggi sentiremo crescere in noi una sensazione di scomodità, stranezza, ansia, oppressione.

Nel giro di un attimo, scopriremo che il legittimo proprietario del telefono si chiama Sam, un ragazzo come tanti, con hobby comuni, che ha compiuto 18 anni da qualche giorno.
Tra i messaggi, molti sono semplicemente di auguri, mentre altri sono ordinari scambi di battute tra compagni di scuola; in mezzo a questi però, ci sono le conversazioni più personali, quelle che abbiamo tutti, dove Sam parla con i suoi genitori, con la sua ragazza, con la sua migliore amica e con altre persone più o meno rilevanti all’interno della sua vita.

Non vi sveleremo niente della “trama” del gioco, lasciando a voi il piacere di scoprirla.
Sappiate, però, che ben presto avvertirete una sorta di malessere trasparire dalle parole di Sam, come se si sentisse affranto e non capito. Lo percepirete dal modo in cui risponderà (o dal fatto che non lo farà), dalle persone con cui si scriverà maggiormente e, più in generale, da ciò che il suo smartphone inevitabilmente lascerà trasparire.

Quest’elemento, questa sorta di filo invisibile che ci darà l’impressione di conoscere intimamente Sam pur senza averlo mai visto, è il punto cruciale con cui A Normal Lost Phone riesce a smuoverci.
Nel terzo millennio, nell’era del web 2.0, la privacy è un concetto sempre più astratto e il gioco sviluppato da Accidental Queens sembra esistere appositamente per dircelo.
Nonostante i risvolti narrativi del gioco includano anch’essi un significato tutt’altro che banale (di cui non possiamo parlare, pena il rovinarvi l’esperienza), il vero fulcro del titolo è rappresentato dal “rapporto” tra il dispositivo e il suo utente. Un rapporto che può diventare molto profondo, in quanto libero da ogni sorta di filtro, bugia o mezza verità che siamo soliti applicare quando vogliamo dare una determinata idea di noi.

Ed è forse questa l’idea che passava anche nelle menti degli ideatori di Smartlove, il recente reality show di Rai4 in cui un ragazzo e una ragazza fra di loro estranei si scambiano il proprio telefono per 24 ore.

L’obiettivo?
Scoprire quanto più possibile sull’altro, per poi dirsi (rigorosamente tramite SMS) se vogliano uscire insieme per continuare a conoscersi o proseguire ognuno per la sua strada.

I risultati?
Spesso esilaranti, con cartelle nascoste piene di foto osè, applicazioni di incontri online e chat con ex-non-proprio-ex a sbucare fuori nei momenti meno opportuni, ma con esse a volte anche i lati più umani, sensibili ed intimi di una persona.

Perchè, come dicevamo in apertura, non c’è bugia che non possa essere smascherata dalle nostre chat, dalla nostra cronologia di navigazione, dalle nostre foto o dalle app che utilizziamo più spesso.

Qualcuno, tanti tanti anni fa, disse che gli occhi sono lo specchio dell’anima… ma nell’era del web 2.0, se lo specchio dell’anima fosse diventato il nostro cellulare? E cosa succederebbe se qualcuno rubasse il vostro?

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