Ecco i nanorazzi che portano i farmaci dentro il corpo

Un gruppo di ricercatori è riuscito a ideare dei nanorazzi in grado di trasportare i farmaci direttamente all’interno del corpo

Dei nanorazzi in grado di trasportare i farmaci direttamente dentro il corpo e nel punto giusto. Non è fantascienza, ma l’ultima invenzione di un gruppo di studiosi della Radboud University, nei Paesi Bassi. Il team di ricercatori è riuscito in un’impresa che sino a qualche tempo fa sembrava impossibile, realizzando degli speciali nanorazzi che viaggiano all’interno del corpo per portare il farmaco là dove il paziente ne ha più bisogno. Il lavoro è stato illustrato con un articolo uscito sulla rivista Nature Chemistry.

Ma cosa sono i nanorazzi? In sostanza si tratta di piccole capsule realizzate con materiali morbidi molto simili alla gomma, in grado di adattarsi al carico e cambiare forma. Questa sorta di minuscole macchine sono anche dotate di freni e sterzo, che vengono attivati dalle temperature alte che si creano nei tessuti malati.

I freni sono formati da piccole spazzole sulla superficie dei nanorazzi e sono in grado di gonfiarsi o comprimersi in base alla temperatura circostante. Il combustibile è costituito da acqua ossigenata e viene regolato tramite i freni. Quando le temperature sono superiori ai 35 gradi le spazzole si contraggono, arrestando i nanorazzi e fermando l’alimentazione del carburante.

Lo sterzo è stato invece realizzato utilizzando i campi magnetici. A questo scopo i ricercatori hanno usato il nichel. Questo materiale, presente nella struttura, fa si che i nanorazzi siano sensibili ai campi magnetici e in grado di direzionarli.

Nel frattempo però la ricerca non è ancora finita e gli studiosi continuano le sperimentazioni per rendere i nanorazzi ancora più efficaci. Il prossimo passo sarà quello di renderli sensibili alla luce, per poterli guidare dall’esterno tramite un laser.  Un altro passo importante per poterli utilizzare al meglio sarà quello di renderli biodegradabili e non tossici per il corpo umano. “Questa – ha concluso Daniela Wilson, uno dei ricercatori – è una delle condizioni necessarie per il loro utilizzo nel corpo umano”.

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