ESCLUSIVA - Intervista a Richard Coles, da popstar a reverendo

Dal primo posto delle classifiche con i Communards negli anni '80, alla scoperta della fede: parla per la prima volta il reverendo Richard Coles.

L’Italia, come del resto l’Inghilterra, è piena di reality in cui donne e uomini – più o meno frustrati, più o meno spontanei – decidono di cambiare vita. Tra massaie di Pontedera che rivoluzionano la propria vita trasferendosi ad Arezzo e impiegati di Asti che si trapiantano a Bali per i due mesi di registrazione delle puntate, è difficile pensare che esista qualcuno che ha stravolto la propria vita quanto il Reverendo Coles. 

Dalle foto non si direbbe che lo stesso uomo che ora vedete in abito talare, sia stata una delle più grandi pop star degli anni ’80. Richard Coles ha infatti raggiunto la fama come membro del duo pop The Communards, accanto al socio Jimmy Somerville. Il brano ‘Don’t leave me this way’ è stato il singolo più venduto del Regno Unito (e di buona parte del resto del  mondo) nel 1986 e in solo tre anni di carriera (più precisamente dal 1985 al 1988) il gruppo ha sfornato una serie di successi, da “Never Can Say Goodbye” a “You Are My World”.

La storia di come Richard Coles sia diventato il Reverendo Coles è di poco successiva allo scioglimento dei Communards e si mescola con storie di sesso, droga – ma poco rock’n’roll – con la Londra degli anni ’80 come sfondo, storie che il Reverendo ha raccontato in una autobiografia – “Fathomless Riches” – diventata un vero e proprio bestseller nel Regno Unito.

L’aspetto che più sorprende di questo particolare racconto di fede – che ha portato oggi Richard ad essere un prete della Chiesa Anglicana – è che buona parte di quella storia riguarda la sua sessualità. La pop star diventata prete si è identificata come gay fin dalla giovane età e ha continuato a farlo anche dopo la sua conversione, ripetendo a tutti che Dio non ha alcun problema rispetto al suo orientamento sessuale. Una scelta decisamente coraggiosa, che riapre temi che sono tabù nella Chiesa Cattolica e anche in una parte di quella Anglicana.

La storia di Richard Coles meritava un approndimento e noi ci abbiamo provato: ecco com’è nata questa intervista esclusiva, di fatto la prima e attualmente unica rilasciata dal Reverendo in Italia. Parola quindi a Richard Coles: da popstar a reverendo, sola andata.

(Photo by Michael Putland/Getty Images)

 

Richard Coles: due vite che convivono nella stessa persona. Chi sei – esattamente – oggi?

Non credo di poter riassumere esattamente chi sono oggi, non mi sento la persona più qualificata per farlo. Ad ogni modo, se dovessi riempire un modulo direi sacerdote, partner, musicista, scrittore, attivista e amante dei cani.

Qualche tempo fa, in un’intervista, hai detto: “E’ difficile diventare una pop-star, ma è ancor più difficile smettere di esserlo”. Ti senti marchiato a vita dal tuo passato?

No, per niente. Sono molto felice del mio passato e gli sono grato, anche se non sempre è stato positivo.

Qual è l’aspetto che più rimpiangi della tua vita precedente?

Aver preso gli altri sul serio e senza cautela. E non aver mai comprato azioni in Apple.

C’è stato invece un momento in cui hai percepito che la religione sarebbe diventata la parte più importante tua vita?

Penso che lo sia sempre stato – e sempre lo è stato – almeno fin dall’inizio, da quando avevo circa otto anni. Ne sono diventato consapevole – però – solo quando ho compiuto trent’anni e mi sono trovato, nonostante tutto, a voler farne parte.

Tu sei apertamente gay e oggi hai un partner, David, con cui sei unito da anni. Nella Londra degli anni ’80, la stessa in cui eri primo in classifica con “Don’t leave me this way”, pensi che la Chiesa Anglicana avrebbe permesso la vostra unione?

La Chiesa Anglicana è una serie di diversi ordinamenti: tra questi, l’istituzione politica non è ancora realmente pronta a far fronte alla parità di condizioni tra le coppie dello stesso e quelle di sesso opposto. Ciò che accade realmente nelle parrocchie è molto più eterogeneo, ma c’è un numero crescente di persone che le vedono di buon occhio, grazie a Dio.

All’interno della Chiesa Cattolica l’omosessualità non è accettata da tutti: ritieni che su questi temi sia più indietro rispetto alla Chiesa Anglicana?

La Chiesa Anglicana in certi casi dimostra di essere inclusiva verso i gay in un modo in cui la Chiesa Cattolica non lo è ancora. In altri casi, non lo dimostra ancora del tutto. Dal punto di vista della dottrina, non siamo così diversi. Nella pratica – invece – siamo spesso molto diversi.

Ho l’impressione che frequentare le chiesa oggi non sia così “cool”: qual è la tua ricetta per rendere più attraente e pop anche la religione?

Penso che l’unico modo per rendere attraente il cristianesimo è vivere come Cristo vuole che viviamo. Se lo facciamo bene ed è estremamente difficile, allora non possiamo pensare a niente di meglio.

Oggi che rapporto hai con la musica, ti capita di suonare ancora qualche strumento?

Amo la musica, l’ho sempre desiderata. Diciamo che oggi vado molto a fasi: in alcune mi godo il fatto di suonare – piano e organo – e in altre non suono, ma canto tutto il tempo. Mi piace ascoltare la musica ma ho l’acufene – sempre per colpa della musica pop – e ho dovuto perciò trovare nuove modalità di fruizione, cosa che è stata sorprendentemente gratificante.

La tua “vita precedente” è stata segnata dalle dipendenze, soprattutto negative. Quali sono oggi le tue dipendenze?

Oggi non ho alcuna dipendenza, anche se la mia personalità è portata ad un totale coinvolgimento di me stesso. Se dovessi dirti una mia attuale dipendenza sarebbe probabilmente quella per il cibo del sud Italia, in particolare gli spaghetti alle vongole.

Nella tua autobiografia, pubblicata nel 2014, hai raccontato di aver mentito per anni sulla tua condizione di malato di HIV. Perché l’hai fatto?

L’ho fatto per tutti i soliti motivi per cui le persone mentono: fingere che stesse succedendo qualcosa perché non riuscivo ad affrontare la realtà, esagerare, attirare l’attenzione. E questo mi dispiace.

In che rapporti sei oggi con Jimmy Sommerville?

Vedo Jimmy ogni tanto quando le nostre strade si incrociano e sono sempre felice di ritrovarlo.

Cosa gli risponderesti qualora ti chiedesse di ritornare a calcare il palco assieme? 

Penso che nessuno di noi due vorrebbe riformare i Communards. Fa parte del passato e come tale è giusto rimanga. E poi – a dirla tutta – non sono neanche sicuro di ricordare come si suonano i nostri pezzi!

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