I fatturati delle squadre di calcio in Europa: Real campione anche di ricavi

La classifica dei fatturati coincide spesso con quella sul campo. Anche nel 2015 è stato il Real Madrid, campione d'Europa, ad aggiudicarsi il titolo di Paperone del calcio

Fonte: flickr

Campione d’Europa in carica e campione di fatturati. Un “double” che si ripete ancora una volta, per il Real Madrid, abituato tanto agli exploit sul campo quanto a quelli nei ricavi. Nessuna sorpresa: al netto di miracoli come quello del Leicester di Ranieri, il parallelismo fra vittorie ed entrate concede poche speranze a chi arranca nei bassifondi dei bilanci. Ma veniamo ai numeri. Con la ragguardevole cifra di 578 milioni di euro i “blancos” guidano, anche per l’anno 2015, la classifica dei club di calcio più ricchi del vecchio continente. E per il club che può vantare il Paperone dei giocatori, Cristiano Ronaldo – il cui patrimonio da calciatore ammonta, a soli 31 anni, a 481 milioni e 690 mila euro – le buone notizie non finiscono qui: il monte debiti, che nel 2011 ammontava a 170 miliardi, è stato dimezzato, mentre costi e ricavi appaiono in perfetto equilibrio.

L’esborso di chi avesse in mente di acquistare il 100% del Real Madrid – sceicco un po’ capriccioso voglioso di dar fondo alla propria montagna di petroldollari o fondo cinese in cerca di opportunità e rapporti d’affari – dovrebbe aggirarsi intorno alla fantasmagorica cifra di 3 miliardi e 650 milioni, secondo le stime più accreditate. Cifre impressionanti, ma realistiche. Al secondo posto troviamo quella che, del Real Madrid, è la centenaria rivale, il Barcellona, che nel classico dei fatturati si attesta a 561 milioni di euro. Dietro le due big del calcio spagnolo? Il resto del mondo. Che si chiama Manchester United (521 milioni di euro), Paris Saint Germain (454 milioni), Bayern Monaco (474 milioni).

Non bene le italiane, oramai ridotte a semplici outsider. Nella top ten dei cub di calcio più ricchi, infatti, compare solo la Juventus, al 10° posto, con 325 milioni di entrate. Più indietro il Milan, 14° con 217 milioni ma in evidente declino. Ancora più in basso si posizionano la Roma, 17° con 181 e l’Inter, 20° con “soli” 172 milioni di fatturato. Complessivamente il calcio europeo fattura 27 miliardi di euro, con un deficit di 1,6 miliardi. Sui 54 tornei di massima serie, 29 risultano in passivo. Fra questi la nostra serie A, afflitta da un buco nero di circa 300 milioni di euro e dipendente in tutto e per tutto dagli assegni a fondo perso che presidenti e azionisti di riferimento devono staccare ogni anno per ripianare le perdite o ricapitalizzare le società.

L’ingresso dei cinesi nelle proprietà di Milan e Inter, unitamente al corso americano della Roma, riusciranno a ridare slancio al nostro calcio riducendone, nel medio periodo, l’esposizione debitoria e generando un maggiore equilibrio fra costi e ricavi? Questa è la sfida che hanno di fronte i top club di serie A, perché mentre l’Italia si dibatte fra scarsi risultati economici e performance singhiozzanti sui principali palcoscenici internazionali, nel resto d’Europa le cose sembrano andare molto diversamente: se la Liga spagnola si aggiudica con Real Madrid e Barcellona le prime due posizioni nella classifica dei club più ricchi, la Premier League inglese si conferma il campionato a più alta redditività, con un fatturato complessivo di 6 miliardi e 500 milioni di euro, una cifra che risalta in tutta la sua imponenza solo se si pensa che, insieme, i 5 maggiori campionati d’europa – inglese, tedesco, spagnolo, italiano e francese – hanno entrate pari a 17 miliardi.

I grandi fatturati sono caratterizzati sempre da un equilibrio fra entrate da stadio, diritti TV e introiti commerciali, vale a dire da sponsorizzazioni e merchandising. E’ un tratto che accomuna i club di calcio più ricchi, spesso proprietari del proprio impianto di gioco, e che costituisce ancora uno dei principali limiti del nostro calcio, aggrappato alla generosità delle pay tv e poco incline a differenziare i ricavi. Grazie a Juventus Stadium e Juventus Museum la Vecchia Signora sta tracciando una nuova strada, che però rappresenta ancora un’eccezione e non una regola in un calcio dove la percentuale di riempimento degli stadi – fatiscenti, scoperti e con elevate barriere d’accesso – è inferiore alla media dei grandi campionati europei e il merchandising ufficiale un canale che non riesce ancora a decollare come potrebbe e come dovrebbe.

Quelli relativi alle presenze negli stadi e agli introiti commerciali sono forse i dati più significativi ed eclatanti per comprendere fino in fondo il gap, innanzitutto culturale, fra il nostro campionato e le altre massime serie europee: la serie A, nel 2015-2016, ha fatto registrare una percentuale di riempimento degli impianti di gioco pari al 55%, inferiore alla modesta Francia (66%), alla Spagna (69%) e distante anni luce dalla Germania (92%) e dall’Inghilterra (93%). Ancora più siderale, se possibile, è la distanza che separa i club italiani dai big europei alla voce “introiti commerciali”: solo sommando i ricavi da sponsor e merchandising di Juventus, Milan, Inter, Napoli e Roma il nostro calcio riesce ad avvicinarsi alle entrate del solo Manchester United, pari a quasi 240 milioni di euro, o a quelle del Bayern Monaco (222 milioni). Impressionante, ma vero.

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