Intervista a En?gma: "Essere indipendente è il mio disco d'oro"

Abbiamo fatto due chiacchiere con En?gma, nel mezzo di un tour che lo vedrà sia nei club che in location quali il Castello Scaligero di Villafranca

Si dice che i soprannomi – soprattutto quando siamo noi stessi a sceglierli – rispecchino la nostra personalità e, nel caso di En?gma, non possiamo dire che non sia così. Rapper e scrittore, cantante e letterato, la natura del 30enne di Olbia è racchiusa tutta in quelle cinque lettere interrotte solo da un punto interrogativo. Un’enigma, appunto.

Quando la passione per la letteratura incontra quella “più  sporca” per il rap, nasce un En?gma. Che può essere risolto – o si crede di poterlo fare – quando si hanno le conoscenze giuste, quando si va ad attingere alla stessa fonte che ha abbeverato il rapper sardo nei suoi anni della crescita, personale e artistica. Ecco perché se si ascolta “Tyler Durden”, traccia del suo street album “Coma”, si può sentire tra i denti l’universo d’inferno e disperazione che ben dipinge Chuck Palahniuk nel suo ben noto “Fight Club”. I suoi testi sono ricchi di citazioni tratte da libri e film, frutto della passione per la scrittura nata quando era solo un adolescente. .

Il vero nome di En?gma è Marcello Scano. Ha iniziato a fare rap nel 2008, e sempre nello stesso anno ha pubblicato una demo intitolata “Anonimi”, dove ha raccolto quindici tracce strumentali non originali. Il suo nome inizia a essere piano piano riconosciuto negli ambienti della musica underground e nel 2010 ha iniziato a fare i suoi primi live insieme a Rock Birken, un altro rapper con cui collabora ancora oggi. Nel 2013 ha pubblicato il suo primo EP, “Rebus EP” (quale nome migliore per un rapper che si fa chiamare En?gma?) pubblicato da Machete Empire Records, e da allora non si è più fermato. En?gma è diventato famoso a livello mainstream, ma senza mai perdere quell’originalità che lo ha contraddistinto sin dal suo primo incontro con penna e microfono.

L’ultimo album di En?gma è uscito il 23 febbraio 2018. “Shardana” è il nome che il rapper ha voluto dare al suo immenso lavoro, omaggiando i leggendari guerrieri mistici che hanno popolato le storie e le leggende dell’antico Egitto, che secondo molti sono  gli stessi antenati dei sardi.

Alla vigilia di un tour che lo vedrà da una parte nei club più prestigiosi d’Italia (tra cui il Legend Club di Milano dove suonerà il 21 aprile e il Monk di Roma dove si esibirà il 18 maggio) fino a location meravigliose quali il Castello Scaligero di Villafranca di Verona, abbiamo fatto due chiacchiere con En?gma.

enigma live

Una certa rabbia è sempre stata presente, a volte anche un po’ latente, nei tuoi lavori precedenti. In questo album – invece – l’aggressività diventa uno dei temi portanti e talvolta anche una cifra stilistica. È questo il momento storico giusto per incazzarsi?

Non so se lo sia in generale, per me lo è sicuramente. Avevo bisogno di far capire a tutti i miei fan che anche quella era una mia caratteristica. Credo che i miei fan di vecchia data già lo sapessero, perché non sono nuovo a brani di un certo tipo, ma avevo bisogno di far capire a tutti che c’era anche questo lato di me. Per me sicuramente era il momento giusto.

La politica di oggi ti fa arrabbiare?

Mi fa arrabbiare nella misura in cui – e non è purtroppo una novità – non rispecchia quelli che sono i tempi in cui viviamo e neanche i voleri del cittadino. Che il Movimento 5 Stelle – ad esempio – abbia avuto così tanti consensi è semplicemente figlio del fatto che molti cercavano un’alternativa a quello che non è andato nel corso di questi anni. Non che tutti fossero sicuri che potessero fare veramente qualcosa, ma era comunque una novità. La ricerca di aria fresca ti porta ad andare anche dove non vorresti per forza andare e questo ci dovrebbe far riflettere su come è sempre tutto più stantio.

Tra l’altro la tua terra in particolare, la Sardegna, è sempre stata un po’ trascurata dalla politica, non è mai stata una priorità.

Come ben sai ho scelto di tornare a vivere qua e questo comporta che quando mi sposto devo prendere l’aereo, o la nave. Non riesco a capire come mai non riusciamo ad essere più agevolati con i trasporti: è ovvio che c’è l’insularità e non la puoi cancellare, ma almeno andrebbe agevolata. La Sardegna non è solo Costa Smeralda: spesso personaggi anche di spicco vengono a farsi le vacanze qui, lamentandosi. È vero che non abbiamo molti servizi e che sicuramente potremmo portare ulteriore turismo se avessimo dei servizi “all’americana”. Però è come un cane che si morde la coda: c’è bisogno di servizi ma allo stesso tempo c’è bisogno di qualcuno che investa qui in una certa maniera; ci sono degli interi paesini che spariscono a livello demografico. Io sono anche fortunato ad essere nato in una città come Olbia che non è una città grande ma comunque è salvaguardata sotto determinati aspetti, per esempio abbiamo sia il porto che l’aeroporto. Ma purtroppo non tutta la Sardegna è così.

A proposito di questo aspetto, mi ha sempre incuriosito il tuo percorso di vita. Contemporaneamente a molti giovani artisti (rapper compresi) che vengono a Milano per trovare ispirazione e contatti, tu hai fatto il percorso esattamente inverso: da Milano sei tornato in Sardegna. In questo senso, quanto conta la solitudine nel processo creativo dei tuoi brani?

È fondamentale per me, sono sempre stato abituato a stare molto tempo da solo, per questo ho sempre vissuto la solitudine in una maniera molto serena, molto spesso ne sento addirittura il bisogno. In un determinato momento della mia carriera ho posto le basi a Milano, dopodiché – ad un certo punto – non ho più sentito il bisogno di vivere in una certa maniera e anzi avevo bisogno di vivere in un’altra dimensione. Quindi sì, è una questione di ispirazione, ma anche pratica e di benessere: ho salvaguardato la qualità della mia vita, che qua è maggiore.

Gli Shardana che danno il nome all’album sono una tribù di guerrieri del mare, secondo molti antenati dei Sardi, l’unica in grado di sconfiggere il potentissimo impero dei faraoni. Metaforicamente, chi sono oggi i faraoni?

Diciamo non dei personaggi specifici quanto più un certo tipo di modo di vivere e di interpretare le cose. Nella musica ci sono anche dei riferimenti a qualcosa che non faccio e non farei mai: a volte mi spingo in territori che possono essere definiti un po’ più pop ma cerco di farlo sempre con il mio tocco, mai prediligendo l’estetica a favore della musica. I faraoni per me sono un certo modo di interpretare la musica e la vita che non farà mai parte del mio bagaglio culturale.

Tra l’altro, aggiungo che l’album ha debuttato nella top 10 Fimi ed è stato l’unico di tutta la Top 100 ad essere senza etichetta e totalmente autoprodotto. Forse l’unico caso simile – di recente – nell’hip-hop è stato quello di Ghali.

Quando lavori con le major finisci in un mare contenente un sacco di artisti e da parte loro le etichette non possono far altro che privilegiare gli artisti che gli faranno tornare un po’ più di soldi. I numeri che faccio io – che non sono enormi ma neanche da trascurare – con la gestione mia, senza dogane, mi permettono di vivere di musica, curare tutto quello che mi riguarda a 360 gradi e talvolta anche a reinvestire parte di quello che entra. Questo è il mio personalissimo disco d’oro. Magari non avrò la risonanza mediatica di certi personaggi, ma ti posso assicurare che non sono neanche tanto distante sui numeri.

Nella scena trap italiana c’è qualche nome che ti incuriosisce?

Sicuramente Laioung è uno che ha una musicalità veramente interessante e un bellissimo timbro, mentre altri mi piacciono di più per come scrivono, per esempio Rkomi. Tedua – pur non riuscendo a sopportare il fatto che non vada a tempo – mi piace a livello concettuale e per come si pone a mezzo stampa, è una figura genuina. Anche Izi non mi dispiace.

E durante la genesi di Shardana quali sono stati gli ascolti ricorrenti, italiani o stranieri?

Mi sono abbastanza concentrato ultimamente sull’ondata trap americana, volevo capire perché ci sono alcuni pezzi che mi piacciono. Chiaramente non riesco ad ascoltarmi 15 tracce, tutto l’album intero. Tornando in Italia, devo dire che mi piace molto questa ondata indie, anche se indie è un termine un po’ troppo generalista: per esempio ci sono questi ragazzi trapiantati a Milano, i Coma Cose, che mi piacciono molto: hanno un approccio spensierato sia nella scrittura che nella musica. Poi sono un grande ascoltatore di colonne sonore, mi piace scoprire chi c’è dietro la musica di un film, anche perché molto spesso si celano dei veri e propri maestri.

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