Claudia Di Meo è la prima chef al mondo a "impiattare" De Andrè

Ci siamo fatti raccontare da Claudia Di Meo, chef italiana che vive e lavora a Londra, come è riuscita a trasformare la poesia di Faber in cucina.

A Londra vive Claudia Di Meo, una chef italiana che ha portato la musica di Fabrizio De André nei piatti del suo ristorante.

“Non al denaro, non all’amore né al cielo” è una delle celebri frasi dell’”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. La raccolta di poesie, tra le più famose al mondo, è stata d’ispirazione per uno degli album più celebri dell’immenso Fabrizio De André. Un’opera ancora oggi attuale: Poesia pura, messa in musica. E quella stessa musica è stata adesso  “impiattata” da Claudia Di Meo, ex giornalista e oggi una delle chef più prestigiose di Londra, che ha creato un menu tutto dedicato a Faber.

La storia di Claudia Di Meo è singolare, ma non troppo diversa da quella di tanti giovani italiani che sono dovuti andare all’estero per non scendere a compromessi. Dopo anni passati a cercare di stabilizzare il suo lavoro da giornalista, ha preso il coraggio a due mani e ha deciso di trasferirsi a Londra. Ed è qui che è avvenuto l’incontro con la cucina: Claudia è partita dalla base della piramide, ha fatto la lavapiatti e la “pelapatate”. Poi, però, complice un talento fuori dal comune, è riuscita a diventare una chef di alto livello. Claudia Di Meo ha lavorato per i ristoranti più prestigiosi – tra cui il private members club di Wimbledon, dove mangiano addirittura gli appartenenti alla Casa Reale inglese – e ha partecipato anche alla versione inglese di Masterchef, uno dei programmi di cucina più famosi al mondo.

Perché questa passione smodata per Fabrizio De André? Per lo stesso motivo per cui il cantautore è amato da tantissime persone: per la sua capacità di cantare e dare dignità agli ultimi, ai derelitti, a quelli che oggi sono definiti “perdenti”, a coloro che fanno voltare lo sguardo dall’altra parte quando si palesano in pubblico. Fabrizio De André ha fatto specchiare tutte queste persone nelle sue canzoni, regalandogli una storia – assolutamente non perfetta – ma carica di sentimento. Ma è possibile trasportare le emozioni di De André in qualcosa che non siano le canzoni di De André? Questo è stato lo scopo, il fine ultimo di Claudia: il cui obiettivo è trasmettere, tramite il palato, le sensazioni che scorrono sulla pelle quando si ascoltano le Poesie del mitico Faber. Una sfida, quella di far conoscere Faber al di fuori dall’Italia, tutt’altro che semplice.

Volete sapere allora che “sapore” ha De Andrè? Abbiamo provato a chiederlo direttamente a Claudia.

Intervista a Claudia Di Meo

Com’è nata – innanzi tutto – la tua passione  per  il grande Faber?

Considera che ho un passato da giornalista, ora sono chef. Sono venuta a Londra 8 anni fa per motivi personali e ho intrapreso poi questa carriera. Ho trovato che scrivere su un piatto o su un foglio bianco sia – in fin dei conti – la stessa cosa. Ma su un piatto puoi farlo anche con i sapori, con l’immaginazione, con i colori. Per me Fabrizio De André è sempre stato un mito. Ricordo che quando ero bambina, mia cugina suonava la chitarra e la prima canzone che ho sentito nella mia vita è stata “Bocca di Rosa”. Da lì l’amore per De André è cresciuto enormemente. Ha scritto pagine immense della storia della musica italiana e anche della nostra vita. Pensa all’attualità di tutte le sue canzoni, guarda “Il Bombarolo” oggi in termini di terrorismo per esempio. Senti quella canzone e dici “accidenti, aspetta un attimo”. Ci sono degli estratti molto forti quando canta “Io vengo a restituirti un po’ del tuo terrore, del tuo disordine, del tuo rumore”.

La grandezza di personaggi come lui è proprio questa, di essere senza tempo. Sono e saranno attuali sempre, probabilmente.

Si, ce ne sono pochi di artisti come lui onestamente. Quando facevo la giornalista mi occupavo di critica musicale, per questo poi ho avuto l’idea di abbinare le canzoni ai piatti. Il discorso è che tra tutti gli artisti che ho intervistato a livello mondiale, dagli U2 a Madonna, gli unici due che non sono mai riuscita a incontrare per una serie di motivi sono stati Fabrizio De André e Bruce Springsteen, che sono i miei idoli indiscussi.

Non sarai mai riuscito ad incontrare De Andrè, ma in compenso mi dicevi che sei riuscita ad assistere ad un suo concerto. E ti assicuro che è già una grande cosa.

Sì, ne ho visti ben tre di concerti di De André.

Anche quello che fece a Sarzana?

Io ho visto l’ultimo a Orvieto durante la tournée invernale, non ricordo se era la data zero ai tempi. Lui era uno che non amava molto fare live, era un po’ timido. Anzi, li rifiutava proprio. Una volta andai a un incontro con Fernanda Pivano e parlavano di De André. Lei raccontava sempre quest’episodio che mi è rimasto in testa. De André bussò alla sua porta e le disse: «Sai ho quest’idea di fare l’antologia di Spoon River». E la Pivano: «Grande idea». Lui le disse «Ti posso fare ascoltare». «Certo, dimmi quando». «Ho la chitarra fuori, non volevo disturbare». Aveva mollato la chitarra sul pianerottolo. Mi raccontava aneddoti di De André che mi facevano molto ridere, così come quelli di Dori Ghezzi che diceva che quando De André cucinava era un delirio e sporcava tutto.

A questo proposito, come te lo immagini De André cuoco?

Non lo so, è una bella domanda, dovrei pensarci un attimo. Sicuramente uno che è stato capace di usare le parole in quel modo, sarebbe stato in grado di usare anche gli ingredienti in quel modo. La forza di liberare ogni parola: ecco cosa aveva di grande. Probabilmente sarebbe stato capace di scrivere su un piatto come su un pentagramma.

Forse – anche gastronomicamente parlando – la sua cucina sarebbe stata influenzata dai dialetti. Io me lo immagino molto contaminato dalle culture regionali, per esempio quella ligure o quella sarda.

Si, soprattutto se pensi all’ultimo album. De André ha cantato la vita di tutti i giorni anche con un occhio su quello che gli altri rifiutavano. Guarda “La città vecchia”, “Via del Campo. Ha dato vita ai derelitti, a tutti gli sfortunati. Ne “La città vecchia” lui dice “se non sono gigli sono sempre figli vittime di questo mondo”. Ha fatto vivere quelli che nessuno mai avrebbe guardato   e lui li ha osservati con un occhio diverso, è andato a scavare dentro l’anima di queste persone. Quelli che la società di oggi chiamerebbe in maniera dispregiativa “i perdenti”.

Tu hai scelto di interpretare un album in particolare: “Non al denaro, non all’amore, nè al cielo”. Come mai proprio quel disco?

Perché è il mio album preferito, ci sono alcune canzoni come “Un matto” e soprattutto “Un Giudice” che io ascolto praticamente ogni giorno: De André è la mia colonna sonora. La mattina, quando alle 5 vado al lavoro e quando torno la sera  tardi, ci sono sempre le sue canzoni. “Un matto” perché spesso nella professione che facciamo alcune persone ti considerano matto quando esplodi, quando vai troppo avanti. Come quando mi è venuta l’idea di fare questo menu con le canzoni. “Tu prova ad avere un mondo nel cuore, ma non riesci a esprimerlo con le parole”. Forse il piatto è l’espressione di quello che magari uno non riesce a dire. Mentre “Un Giudice” rappresenta  la rabbia, è una canzone molto amara ma è la canzone della rabbia, la rabbia di un uomo che non viene considerata perché è nano. E allora lui cosa fa: prende, parte, studia come una bestia e diventa magistrato, e a un certo punto non ce n’è per nessuno. A quel punto dice, “Le notti insonne vegliate al lume del rancore”. E spesso, le notti di uno chef – non le mie in particolare – sono notti di questo tipo. Di rancore, frustrazione, dormi poco, fai una vita dove lavori 70 ore  a settimana in 5 giorni. E quando sei “piccolo”, nessuno ti considera perché sei solo un lavapiatti, un pelapatate. Quindi tutta quella rabbia, è un’altra delle canzoni che mi ha accompagnato molto nel mio percorso, da pelapatate fino a chef.

La genesi di questi piatti com’è avvenuta: è stata un’ispirazione flash oppure frutto di sperimentazione?

È una cosa che è maturata nel tempo. Avevo sempre in mente di fare questa cosa e unire le canzoni. In realtà non l’avevo detto mai a nessuno.

Era una cosa su cui lavoravi da tempo quindi.

Si, ho creato il primo piatto e me lo sono tenuto per me in maniera intima, molto timida. Perché quando ami tanto un artista hai anche paura a tradurre le sue cose, si rischia di travisare. Si tratta di arte, e l’arte è sempre difficile da maneggiare. È un cristallo, se cade è un problema.

Sono d’accordo, soprattutto quella di De André. Infatti qualunque tipo di cover che abbiano provato a fare nel corso del tempo, secondo me è stata un’operazione fallimentare.

Esatto. E quindi ho sempre avuto paura di mostrare o far vedere che questi piatti erano ispirati alle canzoni di De André. E poi niente, finalmente ho trovato il coraggio di farlo ed è nato il menu.

Perchè hai scelto allora proprio questo momento della tua vita in cui sei a Londra: c’è dietro per  caso anche un intento di alfabetizzazione nei confronti della musica di De Andrè?

La prima ragione è che non so quante persone in Italia mi avrebbero dato la possibilità di fare una cosa di questo tipo. La seconda è che sì, mi piacerebbe che il mondo conoscesse di più De André. E non solo Fabrizio De André come musicista. Si tratta della promozione della cultura italiana che passa attraverso le sue canzoni. È qui che viene fuori l’anima italiana: noi non siamo spaghetti, mafia e mandolino. Siamo Fabrizio De André, Giorgio Gaber, il teatro, Federico Fellini.

Che tipo di feedback stai avendo lì? Che ne so, qualche inglese che si incuriosisce e ti chiede chi sia questo cantutore italiano…

Un sacco! Cerco di tradurglielo, ma non è semplice.

No, non è semplice. Forse è più facile tradurlo nei piatti.

Si, è molto più semplice, perché il piatto ha il suo aspetto. Quindi le persone mangiano e quando scegli gli ingredienti prendi quelli che ti danno quella sensazione che a te danno personalmente le canzoni, che spero di essere riuscita a tradurre all’interno di un piatto. Bisognerebbe provarlo in Italia e trovare un ristorante che mi dia la possibilità di farlo.

Hai in mente di prolungare questo progetto anche su altri artisti o altri album?

Non essenzialmente su De André. Il suo menu comprende sette piatti con tre antipasti piccolini. Si può scegliere tra pesce, carne e vegetariano. E poi c’è il dessert. Molto minimal, come De André. Bruce Springsteen sarà il prossimo progetto, poi mi piacerebbe mettere in cantiere qualcosa anche con Prince.

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