ESCLUSIVA - Holly Johnson crede ancora nel potere dell'amore

Il leggendario leader dei Frankie Goes To Hollywood si mette a nudo, ripercorrendo quarant'anni di carriera, di eccessi, di paure e amori.

“Ricordo una volta che sono venuto in Italia a suonare con Bob Geldof e ho incontrato Silvio Berlusconi. Lui voleva parlare soltanto delle ballerine, per cui ha finito per interagire quasi solo con Bob, dato che io non ero molto interessato al discorso. E’ divertente pensare che nel giro di pochi anni sarebbe diventato Premier in Italia”. La voce di Holly Johnson si muove lentamente, ma molto convinta e orgogliosa, in puro stile british.

Con soli due album in studio, la sua creatura – i Frankie Goes To Hollywood – sono arrivati al successo planetario, che li ha portati ad essere una delle band più famose ed iconiche di tutti gli anni ’80, in particolare grazie a hit come “Relax”, “Two tribes” e “The power of love”.

La storia della sua mitologica band termina- però – di fronte ad una corte, motivo per cui il frontman Holly Johnson si prende qualche anno di pausa, prima di tornare ad intraprendere una carriera solista. Johnson ha pubblicato il suo primo disco senza i Frankie goes to Hollywood nel 1989, “Blast”, sempre di genere synth-pop e disco. Due singoli dell’album, “Love train” e “Americanos” raggiungono la top 5 della UK Single Chart. Il secondo disco è “Dreams that money can’t buy”, del 1991, non ha però lo stesso successo.

Il cantante inglese si prende quindi una nuova pausa nel 1992 per dedicarsi ad altre sue passioni: la pittura e la scrittura. Come pittore espone le sue opere all’Alexandra Palace e alla Contemporary Art Fair di Londra, oltre a realizzare alcune mostre personali, sempre nella capitale inglese. Nel 1993, con un’intervista al Times, Holly Johnson è tra le prime star al mondo ad annunciare pubblicamente di aver contratto il virus HIV e nel 1994 pubblica la sua autobiografia, “A bone in my flute”. Nel libro, l’artista racconta il suo percorso di crescita personale, soprattutto per quanto riguarda l’accettazione della propria omosessualità.

Un percorso di certo non senza ostacoli, se consideriamo anche che – come lui stesso ci racconta – sua madre era cristiana cattolica e suo padre anglicano. “Non sono mai stato una persona particolarmente religiosa, ma ho visto anche il Papa quando è venuto a Liverpool con la sua Papamobile”.

Nel 1999, Holly Johnson pubblica il suo terzo album da solista, “Soulstream”, che esce con Pleasurdome, l’etichetta discografica fondata da lui stesso. Per 15 anni, Holly Johnson non fa uscire più nessun lavoro discografico, esibendosi in qualche occasione live, comunque rara. Nel 2014 il cantante rompe il silenzio con “Europa”, quarto album da solista e primo ad entrare in classifica nel Regno Unito.

Oggi, a oltre trent’anni di distanza da quei maledettamente sexy anni ’80, che tanto hanno dato e altrettanto tolto a Mr. Holly Johnson, il leggendario cantante torna a raccontarsi in esclusiva in questa nostra intervista.

Holly-e-Linsday-Kemps

Visto che ci siamo sentiti qualche giorno fa e ne abbiamo parlato, vorrei aprire questa intervista con un tuo personale ricordo di Lindsay Kemp, scomparso il 25 agosto.

Quando ero un teenager, negli anni ’70, era per me un personaggio decisamente misterioso e intrigante. Io vivevo a Liverpool e avevo letto molto di lui e delle sue collaborazioni con David Bowie, essendo io un grande fan di quest’ultimo. A quell’epoca Linsday Kemp lavorava come coreografo di una compagnia inglese, ma io ero ancora un po’ troppo giovane per andare fino a Londra vedere le sue performance, per cui dovetti aspettare che venisse lui a Liverpool: lo spettacolo era intitolato “Cruel Garden” ed era basato sulla vita di Federico Garcia Llorca. Ho dovuto aspettare però molti altri anni prima di incontrarlo. Lindsay era un uomo molto carismatico. L’anno scorso, quando sono venuto in Italia per registrare la trasmissione “I migliori anni”, ho preso un treno e sono andato a trovarlo nella sua casa di Livorno, città nella quale viveva e lavorava al Teatro Goldini. Mi ha sempre stupito il fatto che negli ultimi anni abbia sposato più la scena culturale e teatrale italiana rispetto a quella inglese. In quell’occasione, abbiamo passato dei momenti molto piacevoli: era una persona divertente e allo stesso tempo colta, aveva 79 anni ma uno spirito incredibilmente giovane. E’ stato uno shock apprendere che Linsday non era più tra noi.

Attualmente stai anche sostenendo per lui una campagna di crowdfunding.

Linsday non era un uomo ricco, ha vissuto per lavorare e per insegnare agli altri, era un uomo molto stimolante. E’ importante partecipare a questa campagna affinché la sua assistente Daniela e Simon facciano in modo che la sua eredità venga preservata.

Cambiamo argomento e torniamo un po’ indietro per ripercorrere la tua incredibile carriera: tu – Holly – sei un veterano della scena Post Punk e imparentato con il movimento New Romantic.

In realtà, la scena New Romantic di quel periodo era molto Londra-centrica e io passavo più tempo a Liverpool che a Londra, per cui non ho mai frequentato assiduamente quel movimento. Facevo parte più della scena musicale che si stava formando attorno all’Eric Club di Liverpool e che ha visto nascere band come gli Echo & The Bunnymen o i Teardrop Explodes. La scena di Liverpool è stata molto importante e soprattutto era totalmente slegata da ciò che accadeva a Londra o a Manchester. Per questo motivo se ne parla di rado, eppure non è stata meno influente sulla cultura musicale degli anni successivi.

Poi, sei stato per qualche anno il bassista dei “Big In Japan”.

I “Big In Japan” sono decisamente più vicini a quello che potremmo definire Post Punk. Sono stato nella band dal 1976 al 1978, avevo 16 anni all’epoca. Quando sono entrato nei “Big In Japan” non avevo mai suonato il basso, pensa te. Prima suonavo una chitarra acustica a supporto di un gruppo punk di miei amici cantando “My Death” di Jacques Brel, che avevo imparato da una performance di David Bowie.

E come sei finito a fare il cantante e soprattutto ad evolvere il tuo stile in quello dei Frankie Goes To Hollywood?

Ci è voluto tempo, anche perché ero davvero molto giovane all’epoca dei “Big In Japan”. Quando sono uscito dal gruppo ho registrato alcune robe da solo per la Eric’s Label, ma mi sono reso conto che in quel periodo i media erano interessati solo alle band. Quindi, ho iniziato a formare dei gruppi, per esempio con Ambrose Reynolds e Steve Lowell: questa è stata la primissima versione dei Frankie Goes To Hollywood. Ma ci sono voluti diversi altri anni, prima di trovare le persone e le canzoni giuste e per questo motivo sono andato avanti a sviluppare il mio stile fino al 1984, anno in cui i FGTH sono usciti con la loro prima hit.

A proposito di hit, “The power of love” è sempre stata associata ad una tematica natalizia, sebbene non contenga alcun riferimento diretto alla festa cristiana. A cosa pensavi quando hai scritto quella canzone?

Non ho mai pensato direttamente alla natività quando ho scritto quella canzone, pensavo più ad un amore generico e concettuale, quasi idealizzato. Credo che questa associazione riguardi soprattutto il video che accompagnava a questo brano: è stato realizzato in Israele senza il nostro coinvolgimento, è stata soltanto una mossa di marketing da parte dell’etichetta. Per carità, è un ottimo video, ma non rappresenta quello a cui pensavo quando ho scritto quella canzone. Io stavo semplicemente pensando all’idea dell’amore nel suo significato più puro.

Nel 1984, hai avuto la fortuna di conoscere uno dei tuoi grandi miti: Andy Warhol, e addirittura di essere fotografato da lui. Cosa ricordi di quell’incontro?

Andy Warhol è sempre stato per me una figura molto affascinante. Prima della nascita dei Frankie Goes To Hollywood, sono stato vicino ad abbandonare la musica e iscrivermi al college, dato che avevo sempre dipinto per hobby e Andy Warhol ha avuto sempre una notevole influenza su di me. Ho sempre sognato di incontrarlo e finalmente – una volta che ho formato la mia band – sono riuscito a realizzare questo desiderio. Molti parlano male di lui e della sua personalità, io invece l’ho sempre trovato una persona divertente. Il nostro primo incontro è avvenuto davanti ad un grande quadro di Jean-Michel Basquiat, io gli ho detto: “Andy, la mia band è dentro questa rivista, ma come facciamo ad essere in copertina?”. E lui mi ha risposto: “Dovresti andare a letto con l’editore”. E io, che all’epoca avevo 24 anni, ingenuamente: “Chi è l’editore, Andy”. E lui: “Sono io!”.

andy Warhol e holly

Era sempre il 1984 quando la BBC decise di censurare il brano “Relax”, ritenuto troppo esplicito relativamente alle tematiche omosessuali. Vorrei chiederti: oggi – a 34 anni di distanza – è cambiato qualcosa nel modo in cui i media affrontano l’omosessualità?

Penso che ci troviamo immersi in un’epoca di grandi cambiamenti: oggi non è più accettabile per i media riportare dichiarazioni omofobiche e di conseguenza anche le persone sono molto più consapevoli che esistono stili di vita differenti e che le coppie gay possono sposarsi. E’ una sorta di convalida legale all’omosessualità e a queste relazioni. Per esempio, in Italia come funziona: sono legali le unioni gay?

Sì, da un paio d’anni.

Solo due anni? Vabbè, in ogni caso è un grande progresso per un Paese cattolico come il vostro accettare il fatto che esistano anche coppie omosessuali. E’ una grande cosa, davvero una grande cosa.

Per quanto riguarda invece il tema dell’HIV, quello pensi venga ancora trattato come un tabù? 

Sì, purtroppo c’è ancora oggi molta ignoranza attorno a questo tema. Quando io ho reso pubblica la mia condizione, nel 1993, non c’era speranza da un punto di vista medico e chi veniva colpito da questa malattia si aspettava di morire in breve tempo. Un sacco di miei amici e un’intera generazione di giovani gay sono morti, in particolare nei settori creativi e della moda. Non si sapeva bene cosa stesse accadendo attorno, per questo è stato davvero importante rendere pubblico il mio stato proprio in quel momento, anche per aiutare gli altri ad accettare questa malattia. Io sono stato molto fortunato ad aver avuto accesso nel 1996 alle prime terapie combinate, ma molti miei amici no. Sono fortunato ad essere ancora qui, ancora capace di cantare, di esibirmi, di pitturare, di essere creativo e di vivere con il mio partner.

Non sei l’unico ad essere fortunato, anche noi lo siamo ad averti. Ascolta Holly, era il 2017 quando hai partecipato alla trasmissione “I migliori anni”, andata in onda su Rai1. Eppure, dopo quell’occasione, non sembri aver frequentato molto il nostro Paese. Che rapporto hai con l’Italia?

Mi sono goduto il viaggio a Roma quando sono venuto a registrare quella trasmissione, anche perché mi ero dimenticato di quanto fosse bella. Non ti so dire perché dopo quel momento non mi abbiano più invitato a suonare in Italia, ma spero lo facciano presto: amo l’Italia, la sua storia, le sue città bellissime. Ultimamente mi è venuta voglia di visitare Lecce e un po’ tutta la Puglia, ho diversi amici inglesi che hanno preso lì una casa o addirittura sono andati lì a vivere.

A Milano sei mai stato?

Sì, è una città bellissima con il suo Duomo, La Scala, però è più complessa da vivere e meno emozionante. E’ più orientata al business e assomiglia ad altre città europee.

A proposito di Europa, l’ultimo tuo album solista si intitola proprio “Europa” ed è uscito quattro anni fa. Attualmente stai scrivendo nuova musica oppure ti stai dedicando ad altre attività?

Registrare “Europa” mi ha impegnato molto tempo e l’ho promosso soprattutto qui in Inghilterra e in Germania. Sto pensando a nuove canzoni e di recente ne ho anche scritta una nuova, ma non sono uno che lavora velocemente, non lo sono mai stato: penso che la qualità sia più importante della quantità e della velocità. Alcuni pensano che il lavoro sia tutto nella vita, io non sono uno di questi. (ride) Non siamo nati per lavorare, siamo nati per vivere e godere quello che il mondo ha da offrirci.

Torniamo di nuovo ai FGTH, prima di salutarci. Purtroppo sappiamo tutti che la storia dei Frankie Goes To Hollywood si è conclusa in tribunale. Però oggi, a così tanti anni di distanza, è fantascientifico pensare ad una reunion?

Non ci ho mai pensato, se devo essere sincero. Quelli con i Frankie Goes To Hollywood sono stati anni speciali e oggi sarebbe difficile ritrovare quello spirito e quel feeling che avevamo negli anni ’80 in cui eravamo giovani, sexy, fashion, freschi. E’ irripetibile e di cattivo gusto che cinque vecchi uomini, o comunque cinque uomini di mezza età, si rimettano assieme soltanto per una questione di soldi. Non sarebbe mai quello che è stato negli anni ’80.

C’è una questione irrisolta che riguarda il nome della band: alcuni sostengono che il Frankie che va ad Hollywood sia Sinatra, altri Frankie Vaughan. Per cui, non posso lasciarmi sfuggire questa opportunità e chiederti chi era realmente “Frankie”?

Il nome della band deriva da un’illustrazione di Guy Peellaert, un artista belga che ha dipinto anche la cover di Diamond Dogs di David Bowie. Il libro si intitolava “Rock Dreams” e vi era contenuto un disegno di Frank Sinatra mentre saliva su un aereo e la didascalia recitava “Frankie Goes To Hollywood”. Per cui, se vogliamo essere letterali sul nome del gruppo, questo è quanto.

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