Intervista a Lucariello: “Ecco il mio Vangelo di strada”

In occasione dell’uscita de “Il Vangelo Secondo Lucariello” abbiamo fatto due chiacchiere con il rapper, autore della colonna sonora di Gomorra.

Non solo rapper, ma artista a tutto tondo, Lucariello – vero nome Luca Caiazzo – è una delle voci di “Gomorra”. È sua infatti la sigla ufficiale della serie tv realizzata da Roberto Saviano, ma anche tantissimi altri brani che gli spettatori hanno ascoltato nel corso della terza stagione. Classe 1977, Lucariello è nato a Scampia, noto quartiere di Napoli. Sin da quando aveva 16 anni ha iniziato a cantare e suonare in centri sociali e locali della città. Dopo aver collaborato con diversi artisti, nel 2007 ha inaugurato la sua carriera da solista grazie all’album “Quiet”.

Nello stesso anno ha realizzato “Cappotto di Legno”, brano nato in collaborazione con il maestro Ezio Bosso, ispirato alla vicenda di Roberto Saviano. Nel 2011 ha presentato l’album “I Nuovi Mille”, devolvendo i proventi del disco alla Fondazione POL.I.S che aiuta le vittime della criminalità. Non a caso da dieci anni l’artista svolge laboratori presso scuole e carceri minorili.

Il suo ultimo album si intitola “Il Vangelo secondo Lucariello” e comprende 18 brani che si muovono fra spiritualità e crudo realismo, con tante collaborazioni importanti che vanno da Fabri Fibra a Ntò. “Lo considero un disco di passaggio – ha detto parlando del suo nuovo lavoro -, nel senso che ho iniziato proprio un tipo di scrittura nuova dove fondamentalmente canto di più, c’è meno la parte di rap classico. Questo è un percorso che io ho già iniziato negli anni Novanta – ha aggiunto Lucariello -, per chi vive a Napoli questo legame con la melodia è sempre presente: siamo cresciuti con questo tipo di suoni, di armonie e di melodie e in qualche modo ce li portiamo sempre dentro”.

Intervista a Lucariello

A poche settimane dall’uscita dell’album, abbiamo chiacchierato con Lucariello di musica, spiritualità e – ovviamente – di Gomorra.

Hai definito il tuo genere “trap mediterranea”: vuoi spiegare meglio questo concetto?

Ho iniziato a esplorare i legami nella musica di artisti provenienti dal Mediterraneo nel periodo in cui collaboravo con gli Almamegretta, che già all’inizio degli anni novanta cercavano – e a mio parere trovavano – una strada del genere. E nella trap – dove convivono più melodie rispetto al rap classico – riesco a percepire questo legame con le melodie arabe, molto simili a quelle napoletane. Per questo se ascolto dei gruppi di origine magrebina, sento la vicinanza con la nostra terra a livello sonoro e spesso anche etimologico.

A partire dal titolo, risalta un evidente rapporto con la religione. Si tratta del tuo rapporto oppure di quello che ha la tua città?

Non so dirti che rapporto abbia la città di Napoli con la religione anche perché non mi sento di essere uno dei suoi migliori rappresentanti. Sicuramente è il mio modo di vedere e vivere la religione, un modo per parlare di empatia, entrare in contatto con le persone e farsi delle domande.

È proprio questo l’aspetto che mi interessava approfondire: non tanto la religione dentro le Chiese, quanto quella fuori, nelle strade, una sorta di “street religion”.

Che è anche quella più vera, più vicina alla quotidianità. Oltre a questo “Il Vangelo Secondo Lucariello” è un disco decisamente autobiografico: è stato scritto in un momento particolarmente infernale della mia vita e quindi è una sorta di passaggio dantesco attraverso Purgatorio e Inferno per poter rivedere un po’ di Paradiso.

Stamattina sono entrato sul video Youtube di “Nuje Vulimme ‘na Speranza” e ho letto una marea di commenti da tutto il mondo: Tunisia, Polonia, Filadelfia. Che impressione ti fa?

Mi arrivano una marea di commenti da tutto il mondo, anche sulla pagina Facebook. Rispondo a tutti, a parte quelli in russo – che non comprendo – ai quali scrivo solo un banalissimo “grazie” (ride). L’effetto è piacevole perché – per assurdo – nonostante non abbia mai preso un disco di platino, probabilmente sono il rapper italiano più ascoltato nel mondo. Sicuramente il successo mondiale di questo pezzo è legato alla serie, però ha sicuramente anche un merito suo, che è in generale un merito di tutto il rap napoletano, ossia avere un appeal internazionale. Eppure secondo me qua in Italia c’è ancora un po’ di chiusura, una chiusura un po’ stupida nei confronti del dialetto…

Il dialetto è forse l’unico linguaggio che riesce a connette il locale con il globale.

Certo, del resto anche quando noi ascoltavamo i dischi americani degli anni ’90 i testi erano criptici perché facevano riferimento a slang e a codici iperlocali. Però quella era la Musica e lo percepivi: ti arrivava lo stesso anche se non capivi perfettamente tutti i passaggi.
Tu sei originario di Scampia, vero?

Ti spiego bene, c’è sempre stata po’ di confusione su questo punto: ho vissuto molto a Scampia soprattutto durante l’infanzia perché ci abitava mia nonna paterna e lì ho vissuto fino alla prima adolescenza. Dopodiché sono andato ad abitare a Chiaiano, che è un quartiere di fianco a Scampia, per cui siamo lì. Diciamo che conosco bene il posto.

Ti sarà capitato sicuramente di attraversare quei lunghi e tetri corridoi che tutti noi abbiamo imparato a conoscere grazie al cinema, alle serie tv e alla cronaca. Quale musica risuona lì dentro?

Quando li frequentavo io, la musica che risuonava era quella dei neomelodici, senza alcun dubbio. Da qualche anno a questa parte, con un po’ di fierezza, posso dire che si sente risuonare anche il rap.

“Puortame la fore” – brano che canti insieme a Raiz – racconta di un’esperienza, ovvero la tua con i ragazzi di un penitenziario minorile.

Ho un rapporto ormai decennale con questa Onlus che si chiama Theco2 e con loro ho iniziato questo progetto di laboratorio sui mestieri della musica. Non per vendere ai ragazzi l’illusione di fare i rapper o di diventare attori, l’idea è proprio quella di insegnargli un mestiere: abbiamo fatto sia un laboratorio per tecnici audio, che un laboratorio sulla scrittura dei testi delle canzoni. Sono stati quattro mesi intensi, andavo due volte a settimana a stare quattro ore con loro: il testo di quella canzone è nato così. All’inizio lavoravo con venti ragazzi ma era molto complicato, le dinamiche del bullismo – come puoi immaginare – sono lì dentro portate all’ennesima potenza. Per cui ho fatto una cernita, ho recuperato quattro di loro creando un rapporto di fiducia stretta. Uno di loro – per farti capire – all’età di 16 anni ha preso una condanna a 30 anni, sono ragazzini che maneggiano kalashnikov come fossero forchette. Ho fatto un grosso lavoro di empatia e ho capito che probabilmente chiunque di noi avesse avuto la vita che hanno avuto questi ragazzi, molto probabilmente avrebbe fatto le loro stesse scelte.

Perciò questo brano è nato con il contributo collettivo dei ragazzi?

Sì, lo hanno proprio scritto loro: alla Siae gli autori del testo sono loro. Gli ho anche fatto l’iscrizione, così magari riescono a recuperare qualche soldino dalle royalties.
“Il Vangelo Secondo Lucariello” mescola storie di buoni e di cattivi, di Camorra e di speranza. Tu da autore, trovi più interessanti le storie positive o quelle negative?

Inevitabilmente preferisco le storie dei cattivi, anche perché secondo me il limite è sempre abbastanza indefinibile. E poi non penso che la musica debba dire cosa è buono e cosa è cattivo, perché altrimenti diventa propaganda. La musica ti deve far porre delle domande o semplicemente immergere in una dimensione diversa dalla tua, arricchendoti.
Qual è il luogo di Napoli dove più ti senti a Napoli?

Casa mia e il mio quartiere, quello di via Santa Chiara.

E il luogo di Napoli dove ti senti meno a Napoli?

Probabilmente Scampia. Non è Napoli, è un agglomerato urbano molto più simile a una banlieue, a una favela, a un luogo nel quale la gente è stata emarginata.

Qual è il luogo del mondo dove ti sei sentito più a Napoli?

Marsiglia. Sul lungomare di Marsiglia mi sembrava di stare a Mergellina.

Ascolta, da esponente del sound di Napoli ritieni un’operazione sensata appropriarsi della musica napoletana da parte di chi non è napoletano?

Fammi un esempio.

Pensavo a “Don Raffaè” di Fabrizio De André.

Penso sia un’esperienza altissima in questo senso, anzi sono dispiaciuto che sia limitato a rari casi: Mina, De André e pochi altri. È una cosa bella perché quella napoletana è una lingua a tutti gli effetti: ha una storia, una grammatica e una letteratura ampissima. Pensa che il primo pezzo di carta trovato scritto in volgare italiano è il Placito Capuano che è scritto in napoletano. Qualcosa vorrà dire.

Di tutto il fenomeno Liberato cosa pensi?

Mi piace molto e sono anche un po’ geloso di questo progetto. Viviamo in una società in cui veniamo bombardati di informazioni e trovo molto intelligente questa modalità di creare curiosità, giocando di sottrazione. È come se ci fosse una folla di persone che spingono per farsi vedere e poi c’è uno in fondo alla sala che sta per i fatti suoi e che in realtà diventa quello più interessante, è geniale.

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