Il pop come antidoto alla "Little Dark Age": intervista agli MGMT

Poche ore prima della loro data milanese, abbiamo incontrato gli MGMT e ci siamo fatti raccontare il loro ultimo album: "Little Dark Age".

A  dieci anni esatti dall’uscita di “Oracular Spectacular”, loro album d’esordio, Benjamin “Ben” Goldwasser e Andrew VanWyngarde sono ancora immatricolati al college.

Nonostante l’evoluzione musicale sia stata enorme nel corso degli anni, tanto da vederli alle prese con i generi più disparati, il loro spirito è rimasto lo stesso dei due straordinari nerd che hanno sfornato hit come “Kids”, “Time To Pretend” e “Electric Feel”, brano che ha tra l’altro avuto di recente una seconda vita: è stato campionato infatti da Frank Ocean e Beyoncé e coverizzato da Katy Perry.

Amici dai tempi della Wesleyan University, loro storia è piuttosto curiosa e ben rende quello spaccato di provincia americana. Benjamin e Andrew, infatti, non avevano  alcuna intenzione di formare un gruppo musicale, né tantomeno immaginavano un giorno di farlo come mestiere. Erano solo due amici che si scambiavano musica nel tempo libero. Nel 2002 però, è successo: decidono di formare gli MGMT quasi per gioco, lo stesso che ha contraddistinto anche gran parte del loro stile. Dopo aver preso la laurea nel 2005, hanno deciso di dedicarsi anima e corpo alla band che avevano appena formato. Tanto che, subito dopo la laurea, non sono partiti per la solita vacanza bensì sono andati in tour con gli Of Montreal, ai quali hanno aperto in concerti durante quell’estate.

È nel 2006 che il caso ha voluto dare una svolta alla carriera degli MGMT: sono stati infatti notati da Steve Lillywhite –  un noto produttore discografico britannico – che ha deciso di offrirgli nientemeno che un contratto milionario per ben quattro album. “Oracular Spectacular”, il loro album d’esordio uscito nel 2007, ha registrato un successo senza precedenti. Definito da Rolling Stone il 18esimo disco migliore del decennio e uno dei 500 migliori di sempre, è stato proclamato miglior album del 2008 dalla rivista inglese NME.

Il lavoro degli MGMT è proseguito anche negli anni successivi, con album distanziati temporalmente tra loro, quasi a voler fare prevalere i propri bioritmi e le proprie necessità sulle cadenze (e scadenze) del mercato discografico: nel 2010 è uscito “Congratulations”, che si è piazzato al secondo posto della Billboard 200. Nel 2013 è la volta di “MGMT“, mentre quest’anno ha visto la luce “Little Dark Age”, alla cui realizzazione hanno partecipato anche i musicisti Ariel Pink e Connan Mockasin. “Little Dark Age” vede la band tornare – a distanza di 10 anni – su quel synth-pop psichedelico e accattivante che tanto li ha contraddistinti. I “Kids” di “Oracular Spectacular” sono cresciuti e lo si nota osservando i principali temi che vanno a sbrogliare questo ultimo progetto musicale: la tecnologia che ci inghiotte, la morte, le piccole-grandi ossessioni della nostra epoca e – ovviamente – anche la politica. Non a caso, nel video di “Hand it Over” compaiono delle armi, la bandiera americana e il volto di Donald Trump.

Abbiamo incontrato gli MGMT durante la data che li ha visti protagonisti sul palco dell’Ippodromo di Milano assieme ai Justice. Ve li siete persi? Niente paura: il prossimo 27 novembre torneranno nel nostro Paese con un concerto tutto loro all’Estragon di Bologna.

mgmt-live

Facciamo subito un salto indietro al 2002, anno in cui vi siete formati. Non era così semplice essere innovativi e creare un genere che fosse così vostro, pur partendo da influenze del passato e del presente. Credo che la formula vincente sia in qualche modo la casualità, ma potete anche smentirmi.

Andrew: Sicuramente alle basi della nostra band c’è una certa dose di humor, la stessa di quando ti conosci per la prima volta e devi fare amicizia con qualcuno. Questo ovviamente si ripercuote anche sul sound, che appunto – per certi versi –è un sound “spiritoso”. All’inizio, quando scrivevamo musica era sempre questo il nostro approccio e anche nelle performance live cercavamo di venir fuori con questa idea di musica pop. Tieni presente che abbiamo studiato musica sperimentale, che ha un approccio decisamente più formale, per cui come MGMT abbiamo vuluto essere più leggeri e giocosi con la musica.

Eppure – sotto certi aspetti – il vostro ultimo  album “Little Dark Age” parla anche di morte, cercando di esorcizzarla anche grazie all’ironia che avete appena citato. Avete paura della morte?

Ben: Paura di cosa?

Andrew: Della morte.

Ben: Oh, non saprei…credo che sia inutile aver paura della morte, perché è qualcosa di cui non puoi essere consapevole.

Andrew: Per quanto mi riguarda non è tanto la paura della morte in sé, piuttosto quella delle circostanze che vi stanno attorno e la consapevolezza che un giorno dovrò andarmene dal mondo, questo mi fa davvero paura. Come band – invece – penso che la morte sia niente. E non puoi realmente aver paura del nulla. La vita è come una sorta di allucinazione e di conseguenza anche la morte è un altro stadio d’allucinazione, in qualche modo.

Nel vostro mondo psichedelico c’è spazio per la religione?

Andrew: Nel mio no, non c’è spazio per la religione, anche se in generale siamo abbastanza aperti a tutto ciò che aiuta le persone ad andare avanti.

Mi piacerebbe approfondire com’è nata la collaborazione con Ariel Pink, che troviamo sulla traccia “Whe You Die” sia come co-autore, che come chitarrista.

Ben: E’ stato bellissimo vedere come Ariel lavora, anche perché uno degli aspetti che preferisco del lavorare con altre persone è proprio quello di scoprire che esistono tanti modi diversi per approcciare la scrittura o il mixing di una canzone. Ovviamente noi abbiamo il nostro modo di lavorare sulla musica ed è facile pensare sia il modo giusto di farlo, quando lavori con qualcun altro però ti rendi conto che esistono anche altre strade. Nel caso di Ariel – per esempio – lavora velocissimo e mixa un sacco di materiale, per poi tornarci in un secondo momento e scegliere a posteriori quello che preferisce e che lo ispira di più.

Andrew: Io ero già stato in studio con lui un paio di volte prima di questo album, ma Ariel è sempre stato un mistero per me, dato che per parecchio tempo sono stato un fan della sua musica. E’ stato molto utile e stimolante aver collaborato con lui a questa traccia.

La tecnologia, soprattutto quella usata male, è un altro dei temi forti dell’album: TSLAMP sta per “Time Spent Looking at My Phone”. Qual è il vostro rapporto con i Social Media?

Ben: Non siamo mai stati molto attivi sui social, io per esempio uso Instagram ma con una scarsa frequenza.

Andrew: Io ho sempre usato Twitter. Instagram invece l’ho aperto soltanto nel 2016, praticamente in netto ritardo e nel pieno della sua esplosione, per questo mi sono sentito un po’ vecchio. (ride)

Ben: Come band invece abbiamo sempre cercato di sforzarci anche sotto questo punto di vista. Hai buttato un occhio alla nostra presenza sui social?

Certo, l’ultima foto che avete postato su Instagram – se non ricordo male – ritrae un curioso pennuto.

Ben: Esatto! (ride)

Cambiamo argomento: entrambi avete frequentato la Wesleyan University, un piccolo college nel Connecticut, che ha avuto negli anni una forte ed eclettica comunità musicale che comprende artisti come Anthony Braxton, Amanda Palmer, André Vida, Das Racist e anche altri. Quanto è stato importante questo percorso scolastico per il vostro sviluppo artistico?

Andrew: E’ stato molto importante soprattutto per quanto riguarda lo spirito della band all’inizio. Durante ogni lezione si dissezionava musica diversa proveniente da tutto il mondo e nell’apprendimento della musica sperimentale, il focus è soprattutto spostato sul concetto, così lontano dall’essere un prodotto godibile. Quindi – per noi – è stato un sollievo fare musica che fosse istantaneamente gratificante e questo è stato il motivo principale per cui alla fine abbiamo deciso di produrre canzoni pop.

 Come approcciate il processo di scrittura della musica: un continuo work in progress oppure un processo circoscritto a dei momenti precisi?

Ben: Di solito abbiamo un periodo di focus di un paio di settimane nelle quali lavoriamo in maniera molto intensa, ma è difficile che questo avvenga mentre siamo in tour. Anche i periodi in cui siamo in giro sono comunque importanti, perché è sempre bello testare e imparare come la tua musica funziona di fronte al pubblico. Ad ogni modo, ci siamo presi una lunga pausa fra il tour dello scorso album e la scrittura di quest’ultimo.

E non solo: anche tra un album e l’altro. Osservando la distanza tra i vostri lavori in studio, non sembrate più di tanto legati ai tempi imposti dal mercato.

Ben: No, per niente. Vogliamo che i tempi siano guidati dalle nostre esperienze o più semplicemente dalle nostre vite, piuttosto che dall’essere parte di una band o avere come unica prospettiva quella di essere sempre fuori con qualcosa di nuovo.

Una piccola curiosità: quando siete in studio, suonate tutto voi due?

Andrew: Sì, prevalentemente. Quasi tutte le registrazioni in studio le facciamo noi due.

Il 2008 è stato l’anno di “Kids”, probabilmente una delle più grandi hit della prima decade degli anni duemila. All’epoca il pubblico era formato prevalentemente da giovanissimi, molti teenagers. Oggi, a dieci anni di distanza: chi è il pubblico degli MGMT?

Andrew:  Mi piace vedere come le persone che erano così giovani quando è uscito il nostro primo album, siano ancora oggi fan della band. E’ come se fossimo cresciuti assieme.

Ben: Sì, è figo vedere come ad un sacco dei fan più giovani siano piaciuti anche il secondo e il terzo album, pur essendo molto diversi da “Oracular Spectacular”.

Visto che fra poche ore salirete sul palco dell’ippodromo di Milano e il prossimo 27 novembre su quello dell’Estragon di Bologna. Che tipo di show vedremo?

Andrew: Dal 2017 abbiamo iniziato a concentrarci meglio sull’evoluzione dei nostri show, per esempio sviluppare tutta la parte visuale. Ora poi abbiamo anche parecchie canzone nuove dell’ultimo album da suonare. Ci sentiamo bene sul palco, siamo felici.

E che rapporto avete live con le vostre hit più famose, penso ad esempio a “Time To Pretend” e “Kids”?

Ben: Credo che sia sempre emozionante suonare quelle hit – soprattutto a questo tipo di festival – e vedere la relazione che il pubblico ha con queste canzoni, che è la stessa che ha con qualcosa di veramente importante e che ti ha aiutato a crescere. E’ sempre pazzesco prendere parte a questa esperienza.

Andrew: Sono d’accordo, ci divertiamo ancora molto a suonarle.

Vorrei concludere parlando un po’ dell’Italia: cosa pensate del nostro Paese?

Andrew: Siamo stati in Italia solo poche volte e sempre a Milano, entrambi amiamo questa città e ci piacerebbe visitare altri luoghi dell’Italia.

Ben: Ovviamente è scontato da dire, ma ci piace tanto il cibo italiano. Per cui sì – come ha detto Andrew – ci piacerebbe visitare meglio anche il resto del vostro Paese.

Intervista agli MGMT

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