"Non voglio essere l'eroe di tutti": intervista a Mosè Cov

Abbiamo fatto una chiacchierata libera con Mosè Cov, uno dei talenti più promettenti dell'hip-hop italiano.

Fino a qualche tempo fa, alcuni “vecchi” dell’industry musicale erano soliti sostenere che il ricambio generazionale si era interrotto, che i giovani avevano perso l’interesse per le sperimentazioni e non avrebbero creato nulla di buono. I fatti li stanno smentendo. E un altro ragazzo molto promettente si sta facendo strada nell’intricato mondo dell’hip-hop: si tratta di Mosè Cov.

Mosè Cov ha origini eritree e come tanti altri ragazzi che si sono affacciati al mondo del rap già da piccoli, è cresciuto nella periferia di una grande città. Tra i palazzoni popolari del quartiere Maciachini di Milano ha iniziato a coltivare la sua passione per la musica, e l’incontro con i big della scena hip-hop underground (e non solo) ha fatto il resto. Testi potenti, sonorità originali (talvolta influenzate dalla techno) e tanta voglia di crearsi, Mosè Cov ha iniziato a farsi conoscere qualche tempo fa grazie alla collaborazione con Propaganda: è stato Noyz Narcos, infatti, a volerlo a tutti i costi nel suo roster. E ado ggi – sia con lui che con Andrew Propaganda – il sodalizio non è solo professionale, ma anche affettivo. Fa parte della crew C.O.V. (Case Orso Vietta), un collettivo che riunisce non solo rappers, ma anche writers e street artists. All’attivo ha numerosi singoli, tra cui “Da sempre” e “L’ombra di Londra”. Un album? A quanto sembra, ci sta iniziando a ragionare.

Una delle cose che più ha stupito i fan di Mosè Cov, è che qualche tempo fa ha cancellato tutta la sua musica da Soundcloud e YouTube. Non per alterigia o per una qualche strana mossa di marketing “a la Radiohead”, ma esclusivamente perché quei testi non rispecchiavano più la qualità alta che hanno oggi i suoi pezzi. L’idea è però ripubblicarli in futuro, magari in una versione rieditata.

Come trae ispirazione Mussie (questo il vero nome del rapper)? Principalmente ascoltando musica di tutti i tipi, cercando di capire cosa può imparare da sonorità diverse dalle sue e contaminandosi con i vari generi di oggi e di ieri: dagli anni ’70 a oggi, dal Giappone agli States, non c’è nulla che Mosè Cov non ascolti. Un atteggiamento questo, che non è da sottovalutare. Non solo perché è molto raro nei ragazzi della sua età, ma perché denota una voglia d’imparare che non ha eguali. E che, soprattutto, lo porterà lontano. Le sue parole d’ordine? Qualità e accuratezza.

l'intervista di Mosè Cov per Supereva

Ci è passato a trovare recentemente e abbiamo colto l’occasione per chiacchierare un po’ liberamente con lui, tra presente e futuro.

Partiamo dal recentissimo “Da sempre”: mi racconti il processo creativo di questo singolo e anche del video?

Ogni volta che inizio con un progetto che diventa poi un singolo devo metterci sempre una certa dose d’istinto, che mi aiuta a iniziare al meglio. Era da tempo che volevo fare un singolo come questo, anche se la struttura melodica all’inizio era molto diversa, quasi techno. Poi a Fulvietto (Fulvio Ruffert, il producer di Mose Cov, ndr.) è venuto in mente di modificare un po’ la struttura, con degli inserti quasi “reggaeggianti”. Inizialmente ero un po’ scettico, ma ho trovato esattamente quella particolarità che stavo cercando; è questa la fortuna di poter lavorare in maniera spontanea a più teste. Per quanto riguarda il video, troppo spesso oggi si tende a chiedere il videomaker di rifare qualcosa di già visto. Per quanto riguarda il video – invece – ho cercato di non inserire location troppo costruite, ma di mostrare quelle che realmente fanno parte del mio percorso: pensa ad esempio che tutte le tag che ci sono sotto quel ponte del video sono mie e del mio collettivo.

Come hai detto anche tu poco fa, il tuo producer arriva dal mondo dell’elettronica, addirittura della techno: questo dettaglio ha influenzato in qualche modo il tuo sound?

Quando vado a cercare un campione, non vado a pescare nel rap, preferisco andare su altri generi. In più, a mia volta sono cresciuto nell’ambiente della techno, mi piace Jeff Mills, mi piace John Talabot e tutti quegli artisti che non sviluppano solo la ritmica ma mettono anche dentro delle melodie.

A proposito di stili: attualmente ti definisci un rapper, anche se la tua musica è un po’ a metà fra rap e trap. Pensi che oggi ci siano differenze notevoli tra questi due generi o pensi che stiano andando pian piano a confluire?

Per come la vedo io è tutta una questione di BPM, diventa più un concetto tecnico che non stilistico. Dal punto di vista degli stili, nulla è stato inventato: si sta semplicemente ricreando e rimettendo mano a qualcosa che già è stato. Sicuramente la trap è esplosa con una forza incredibile, ormai sembra che quasi tutto sia diventato trap, pure le canzoni pop. Fatto sta che in America si sono già stufati dell’autotune: è in fase di evoluzione, stanno già uscendo fuori dischi dove questo elemento non esiste più e la musica diventa ancora più minimale e le basi sono accompagnati non più da suoni ma da campioni. In Italia, spesso e volentieri, ci si sofferma troppo a catalogare. In realtà l’evoluzione di questo genere è sempre stata così e la trap è solamente una fase. Artisti come Gue e Marracash sono tra i pochi che hanno capito questa cosa e si sono saputi adattare nel tempo ad ogni stile, pur mantenendo una forte identità propria.

Hai qualche tipo di legame o influenza, anche artistico, con il tuo Paese d’origine, l’Eritrea?

Ho molto più un legame affettivo verso la mia terra d’origine che non artistico: quando sono andato lì l’ultima volta è stata una profonda riscoperta di me stesso. E’ stato forte come viaggio, mi ha fatto crescere…la guerra è brutta, non so come spiegarti. Sei cresciuto qua a Milano, pensi “vengo dalle popolari” e poi arrivi lì dove tutto è popolari e dove trovi ragazzi mutilati a causa delle mine, che restano lì anche a guerra finita. Quando ero più piccolo, mia madre mi portava per vedere il mare e le altre cose belle, ma quando sono tornato lì a 17/18 anni mi ha fatto vedere i posti dove è nata lei: vedi delle situazioni assurde, conosci storie assurde e poi ti porti dietro questo bagaglio quando torni qua. Come vedi ci tengo molto al discorso multietnico, ma contemporaneamente non voglio che sia l’unica chiave di lettura della mia musica perché non è vero. Non ci tengo a essere il cantante di tutti o l’eroe di tutti. Non ho bisogno di dovermi far accettare per questo motivo, perché o lo riesci a fare in maniera sottile o altrimenti finisci per sfruttare una condizione sociale. Come chi ti vuole a tutti i costi raccontare un senso di appartenenza, pur senza riuscire ad appartenere a nulla. È importante che la gente capisca davvero chi sei attraverso la musica e che tutto il resto sia qualcosa in più.

Tornando invece a Milano, siamo sempre abituati a conoscere dal rap la geografia di precise aree della città, per esempio Zona 4, Calvairate. Tu hai vissuto sempre nelle popolari di Maciachini: che aria si respirava e si respira in Zona 9?

Zona 9 ha sempre tirato fuori tante ottime cose a livello musicale, per esempio ci sono questi due ragazzi, i Mind Against, che fanno musica techno e hanno da poco firmato con una delle etichette più grosse di Berlino, ma sono cresciuti in zona con noi e – per farti capire – i primi suoni glieli passavo io. Poi ci sono i Mokambo, una realtà forte a Milano per chi viveva nell’underground: facevano i Bloc Party, se li creavano, costruivano realtà e forze con la solo forza delle loro mani. Noi siamo stati il primo collettivo serio a fare rap, abbiamo costruito uno studio nelle popolari da noi, abbiamo dato possibilità a persone che arrivavano da tutte le zone di Milano di poter registrare nel nostro studio senza mai chiedere un euro.

Milano è la città giusta per chi oggi vuole crescere facendo il tuo mestiere?

Me l’avessi chiesto due o tre mesi fa, ti avrei detto di sì. Invece mi sto accorgendo adesso che indipendente da dove arrivi si tratta di un approccio tuo, mentale. Ancora più del talento, di una buona scrittura, di una buona voce, devi avere una forza interiore a prescindere da dove ti trovi e da cosa ti succede attorno. Penso che sia più importante credere davvero in quello che stai facendo per poter far sì che siano anche gli altri ad accorgersene, indipendente se vieni da Milano o da Frosinone.

“Dio cosa mi servi se non mi osservi qui davanti” canti in Da Sempre. Qual è il tuo rapporto con la religione?

Mia madre è molto credente, davvero molto: è cristiano-ortodossa, copta per la precisione e come tutti in Eritrea è molto seria riguardo la religione, così tanto che ai miei occhi confina a volte nel ridicolo. Io credo in Dio, nonostante sia uno che si pone delle domande. Quando dico quella frase è proprio perché ho un rapporto con questa fede, non sarei così egocentrico o superficiale da tirare in mezzo Dio “tanto per”.

Visto che con gli ultimi due singoli “Da Sempre” e “L’ombra di Londra”, i numeri stanno iniziando a salire, è arrivata qualche attenzione da parte del mercato discografico?

Ci sono un po’ di cose in ballo, ma non le posso spoilerare (ride).

Se potessi scegliere un nome, italiano, non per forza rap, con cui lavorare: chi mi diresti?

Beh, Marra e Guè su tutti. Poi, più che con dei precisi artisti mi piacerebbe lavorare con produttori, o fonici o gente ancora più dentro al mondo della musica. Vorrei trovare produttori che non c’entrino nulla con la scena hip-hop, per esempio se vado a scavare tra chi suona musica chillout trovo chi si avvicina ai miei gusti. Vorrei collaborare con dei musicisti, mi piacerebbe fare un disco suonato.

Un po’ alla Ghemon?

Così è anche troppo strutturato, quello che intendo io è più alla XXXTentacion. Grunge: chitarra e voce sopra, un ragionamento più grezzo. Il mio primo album lo vorrei fare così.

E noi lo attendiamo con curiosità.

mose cov Supereva

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