Mezz'ora a cuore aperto con Nile Rodgers

Abbiamo passato mezz'ora in compagnia della leggenda del groove Nile Rodgers, ripercorrendo liberamente quarant'anni di una mirabolante carriera.

Facciamo un passo indietro: 1978, “Le Freak”. E poi uno avanti: 2013, “Get Lucky”. Nel mezzo, 35 anni e un denominatore comune. Il successo, certo. Ma anche un altro, che risponde al nome di Nile Rodgers: chitarrista, compositore, arrangiatore e produttore discografico. In un’unica espressione: inventore del groove e fabbro di gran parte della musica che abbiamo ascoltato dagli anni ’70 ad oggi.

Chitarrista e mente degli Chic, Nile è l’uomo dietro ad alcuni tra i più grandi successi di tutti i tempi: giusto per fare gli esempi più eclatanti, sono sue le produzioni di “We Are Family” delle Sisters Sledge, “Good Times” e “I want your love” degli Chic, “Let’s Dance” di David Bowie, “Like a Virgin” e “Material Girl” di Madonna”, fino ad arrivare al recente “Paper Gods” dei Duran Duran (avete presente il riff di chitarra di “Pressure Off”? Ecco, anche quello porta la sua firma).

Ma Nile Rodgers è anche colui a cui va attribuito il merito di aver regalato al groove una nuova primavera. Le coordinate le abbiamo già specificate prima: 2013, “Random Access Memories”, l’ultimo (purtroppo) album dei Daft Punk. In un certo senso, il lavoro che ha determinato le sorti del sound attuale. Il pezzo di maggior successo è “Get Lucky”, con l’inconfondibile riff di Nile Rodgers: funk-dance-R&B e tutti gli anni ’70 condensati in un’anima. Su quella scia sarebbero arrivati i successivi lavori Justin Timberlake (“Can’t Stop the Feeling”), Bruno Mars (“24K Magic”) e The Weeknd (“I Feel it Coming”): tre tra i principali catalizzatori di successi degli ultimi anni.

Nuova primavera per il genere, altro trionfo per Nile Rodgers. Un successo che è arrivato anche in Italia, quando lo scorso anno la chitarra del frontman degli Chic è stata coprotagonista nel singolo di Max Pezzali “Canzoni alla radio”, in cui suonava anche il basso di Saturnino. Intanto, proprio quest’anno è arrivato l’ultimo capitolo (per ora) della storia del gruppo, con l’album “It’s About Time”: dieci tracce per quaranta minuti scarsi di musica. Già, ma nei credits nomi come Craig David, Elton John e Lady Gaga, solo per fare alcuni esempi. A maggio del prossimo anno, poi, dovrebbe uscire un altro disco degli Chic, “Executive Realness”. Il groove è vivo e lotta assieme a noi.

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Iniziamo dall’attualità e parliamo dell’album “It’s about time”, uscito il 28 settembre. Più precisamente vorrei concentrarmi sul titolo: è quasi ora per cosa?

Quando ho iniziato a lavorare a questo album avevo una serie di obiettivi, il più importante dei quali era quello di dire a me stesso e non soltanto ai fan che ero sopravvissuto due volte ad un cancro, a differenza di molti dei miei più grandi amici che si sono ammalati e sono morti, compreso molti artisti e musicisti. E forse è proprio a causa della malattia se ho registrato “It’s about time” in studio, anziché dedicarmi ai live.

“It’s about time” è – per certi versi – anche il cerchio del tempo che si chiude: la cover di questo album ricorda molto la cover dell’album d’esordio degli Chic nel 1977.

Era esattamente la mia idea, perché come ti ho detto prima sono sopravvissuto ben due volte alla malattia e quindi questo album rappresenta per me una sorta di rinascita. Un sacco di gente che fa musica vorrebbe fare quello che ho fatto io: oltre 40 anni di carriera, ho registrato più di duemila dischi. Duemila, D-U-E-M-I-L-A. Ci pensi a quanti sono? In tutto questo tempo credo di aver imparato chi sono esattamente, avendo toccato diversi stili musicali e avendo collaborato con tanti artisti che rispetto. Nessuno potrà sostituire persone come David Bowie o Prince. Ma anche Lady Gaga, Elton John e Mura Masa sono dei grandissimi artisti. Ci sono un sacco di artisti incredibili con cui ho lavorato: amo le mie collaborazioni, amo la mia vita. Pensa che quando mi stavo curando dal cancro la prima volta, mi chiamavano tutti non tanto perché volessero sapere come andava la malattia, ma perché mi volevano tutti invitare a lavorare con loro. Ecco quindi che è nato questo album.

Visto che l’hai appena evocato, tra i nomi con i quali hai collaborato per questo album troviamo Mura Masa, un artista molto giovane e promettente. Come ti sei trovato a lavorare con lui?

Oh, è stato fantastico! Alex è un musicista che abbraccia il mestiere con il mio stesso approccio, anche se ovviamente lo fa da meno tempo dato che è più giovane di me. Quando sono andato in studio con Mura Masa per la prima volta, stavo iniziando a suonare la chitarra e pensavo lui avrebbe fatto lo stesso. Così gli faccio: “Dai, prendi la chitarra e vieni qui a suonare”. E lui: “Pensi davvero che dovrei suonare la chitarra quando c’è qui Nile Rodgers?” (ride) Mi ricorda molto un altro mio grande amico, Avicii, un vero genio: non avendo avuto attorno a lui persone da cui apprendere il mestiere, ha imparato tutto da sé.

A proposito di Avicii, ho letto che avete registrato parecchio materiale assieme: avremo modo di ascoltarlo in futuro?

Vorrei dirti di sì, ma non posso parlare al posto della sua famiglia. Sarò al suo memorial che si terrà a breve e parlerò con loro, anche in merito a questo, e rispetto quello che decideranno di fare. Proprio in questo momento sto preparando un disco con tutte le canzoni di David Bowie, perché la sua famiglia mi ha chiesto di farlo. Faccio solo quello che mi chiedono, rispetto il loro desiderio.

Che ricordo hai di lui?

Era un ragazzo fantastico, amava lavorare con me anche perché gli insegnavo un po’ di cose tecniche. Per lui la musica era un dono naturale, creava melodie con una facilità unica e oggi posso dire con orgoglio che Avicii è stato forse il più grande autore di melodie che io abbia mai incontrato in tutta la vita. E pensa con quante persone ho lavorato nell’arco della mia carriera.

Il tuo stile e la tua arte si sono evoluti nel tempo e adattati ad epoche diverse, eppure è sempre rimasto quel sentimento di positività e di “good times” a pervadere la tua musica. Quanto è importante – soprattutto oggi – ribadire questa visione della musica?

Hai toccato un punto molto importante. Quando abbiamo iniziato a fare musica, dovevi per forza essere parte di una cosa o di un’altra. La discomusic era l’unico genere a cui era permesso di essere contemporaneamente jazz, oppure una ballata, oppure una canzone strumentale: la discomusic era il paradiso per noi. Per cui oggi – che è passato molto tempo – sono in grado di confrontarmi anche con generi nuovi. Ogni scena musicale quando è approdata all’inizio, ha impiegato del tempo prima di essere accettata: pensa ad esempio all’hip-hop, era un genere “sporco”, che arrivava dalle strade, dei sobborghi. Eppure io stesso mi ci sono confrontato e sono diventato parte della narrazione: ho visto girare la droga, ho prodotto i gangster e via dicendo. Era la mia vita, questa è stata la mia vita. Ed è esattamente ciò che devi fare per amare la musica, la musica è arte. Vedi, quando è approdata per la prima volta sul mercato la discomusic, tutti si sentivano come Beethoven. Ogni disco che usciva era un grande disco e questo era una figata. Ma le persone, gli ascoltatori, non stavano lì a pensare “Questo è il nuovo Beethoven”, semplicemente adoravano quella musica. Dopo il boom della disco, ogni genere di musica è diventata politica: come ti dicevo, prima dovevi per forza essere parte di questo, di quello e di quell’altro. Ora, dopo 40 anni, posso finalmente fare la musica che amo per il solo fatto che la amo. Non ho più bisogno di far finta di essere qualcosa che non sono, come fanno molti artisti che dicono certe cose solo perché è ciò che il loro pubblico vuole credere. Così facendo, finisci per dover inventare una storia su te stesso soltanto per rendere credibile una canzone; eppure, alla fine è divertente perché facciamo esattamente la stessa cosa: abbiamo inventato la storia di noi stessi. (ride)

Quindi pensi che in qualche modo la musica di oggi debba occuparsi anche di politica?

Non penso che debba, penso che un’artista dovrebbe avere la possibilità di parlare di tutto ciò che vuole, compresa la politica. Stavo raccontando proprio l’altro giorno ad un mio amico che io potrei guardare un oggetto di colore blu e scrivere per questo una canzone sul colore blu. Non ho bisogno di una particolare ragione per fare questo, se non quella di essere rimasto affascinato da quel momento. Proviamo a semplificare ulteriormente: facciamo finta che io e te siamo fuori a cena. Guardiamo il menu del ristorante e ad un certo punto mi dici: “Sai, non ho mai mangiato questo piatto, ma stasera vorrei provare”. Tu sei un essere umano, sei in grado di cambiare, sei in grado di fare quello che vuoi fare, di pensare per te stesso, di creare per te stesso. Stasera voglio cucinare un piatto di pasta. Ah no, forse preferisco fare una pizza. La stessa cosa vale per l’arte: a volte pensiamo troppo prima di creare, convinti di aggiungere credibilità ad un’opera. Ma questo non è assolutamente vero. Ovviamente è solo il mio punto di vista: posso avere ragione così come posso sbagliarmi. Però ho vissuto tanto, ho visto un po’ il mondo e preso parte a diversi movimenti musicali e ti posso assicurare che il più aperto di tutti è stato proprio quello della discomusic.

A proposito di politica, saresti così aperto da andare a incontrare Donald Trump, come ha fatto Kanye West pochi giorni fa?

Io? Assolutamente no! Se vai online probabilmente puoi trovare alcune foto dove siamo insieme, ma del resto sono di New York, frequentavo lo Studio54, le feste…ma comunque la risposta è no, non andrei mai ad incontrarlo! (ride)

L’anno scorso, nel 2017, sei entrato nella Hall of Fame. A distanza di un anno, che emozioni hai se ripensi a quell’avvenimento?

E’ stato bellissimo, anche perché quello di Pharrell è stato uno dei discorsi più toccanti che abbia mai ascoltato tutta la mia carriera. L’ho riguardato proprio pochi giorni fa, dato che l’ho voluto ri-postare su Twitter; il suo discorso è stato così onesto e così è stato anche il mio. Ho detto quello che mi veniva dal profondo del cuore: tutti gli artisti con cui ho collaborato mi hanno permesso di entrare dentro le loro vite musicali e i loro singoli universi e questo è stato un grande onore per me. Da Diana Ross a Madonna, dai Daft Punk ad Avicii, David Bowie, Lady Gaga, gli INXS, Mick Jagger…potremmo stare qui ancora molto.

Allora ne aggiungo io una di collaborazione, quella con il nostrano Max Pezzali sul brano “Le canzoni alla radio”. Com’è nata?

Max è un mio grande amico, ci conosciamo praticamente da vent’anni. Mi ha chiamato mentre stava preparando il disco e mi ha chiesto se avevo voglia di fare un pezzo assieme e ho accettato. Quando mi ha fatto sentire la canzone, mi è piaciuta e l’abbiamo registrata. Ricorda che io sono un musicista da studio: suono per rendere felici le altre persone; in questo caso ci siamo divertiti, per cui ho resto felice anche me stesso.

Ho letto che molta gente pensa che dietro le maschere dei Daft Punk ci siate tu e Pharrell. E’ vero?  

Sì, mi succede spessissimo. Soprattutto con quelli un po’ più giovani, che non conoscevano i Daft Punk prima di “Get Lucky”. Secondo me è un po’ colpa anche del video, in cui le uniche due figure riconoscibili siamo io e Pharrel. E su di lui c’è meno mistero, dal momento che è una star.

Cambiando argomento, visto che sei sempre così stiloso: ci puoi dare qualche consiglio?

E’ molto semplice: vedo qualcosa che mi piace e dico: “Bello, lo voglio su di me!” (ride)

Trovi che gli italiani abbiano stile?

Certamente! Pensa che quando ho iniziato, quarant’anni fa, la maggior parte degli stilisti con i quali lavoravo – per esempio le sorelle Fendi, Gucci e via dicendo – erano tutti italiani. Oggi sembra banale, ma io sono stato il primo nella storia della musica ad includere i nomi dei brand in una canzone. Sto parlando di “He’s the greatest dancer” di Sister Sledger, era il 1979 e i brand erano “Gucci” e “Fiorucci”, che facevano anche la rima. Era la prima volta nella storia.

Quindi mi stai dicendo se oggi abbiamo “Gucci Gang” è un po’ anche colpa tua?

Esatto. (ride di gusto) Ormai – oggi –  qualunque canzone esca ha dentro il nome di una marca, che sia di vestiti, macchine o qualsiasi altra cosa.

Che rapporto hai con l’Italia?

Amo tantissimo l’Italia, anche se ultimamente manco da tempo. Mi ricordo dei momenti bellissimi passati a Viareggio, alla Bussola, o anche a Santa Margherita al Covo Nord Est, ma stiamo parlando di qualcosa come quarantatré anni fa. Anche uno dei miei migliori amici lavorava come dj a Roma in un club che si chiamava Jackie O. Ci andavo spessissimo.

E’ arrivato il momento di tornare, quindi.

Mi piacerebbe molto.

Da marzo di quest’anno sei diventato chief creative advisor dei leggendari Abbey Road Studios. Ti volevo chiedere in conclusione come hai intenzione di sviluppare questo ruolo e cosa pensi di fare.

Da quando ho assunto questo incarico abbiamo iniziato a girare video musicali, addirittura dei film e abbiamo organizzato parecchie conferenze. Paul McCartney ha fatto un concerto bellissimo. Tu pensa: i Beatles hanno reso famosi quegli studi e mi chiedo perché non abbiano mai suonato live lì. Quando Paul è venuto mi ha detto: “Wow, non avevo mai visto gli Abbey Road così fighi!”. Mi sto divertendo un sacco a lavorare agli Abbey Road Studios, voglio che diventino uno spazio per tutti e non solo per le star che vengono a registrare lì la loro musica.

Allora verremo a trovarti presto anche noi, caro Nile.

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