Intervista a Nitro: “Le mode passano, il mio rap resta”

In occasione dell’uscita di “No Comment”, abbiamo chiacchierato con Nitro di Trap, cinema italiano di genere e del tempo che scorre un po’ per tutti

Schietto, diretto, unico: Nitro si (ri)conferma come una delle punte di diamante della crew Machete. Il 4 dicembre scorso – dopo un’attesa di oltre due anni – i fan hanno finalmente scoperto “Buio Omega”, singolo prodotto da Salmo seguito a ruota da “Infamity Show”. Il 12 gennaio di questo 2018 è uscito “No Comment”, il terzo lavoro in studio di Nitro.

In pochissimi giorni l’album ha battuto ogni record, registrando 2 milioni di streaming su Spotify e conquistando la vetta delle più importanti classifiche italiane. “No comment” conferma ancora una volta l’abilità e il talento di Nitro, in grado di mescolare il linguaggio rap con la migliore scrittura in lingua italiana, conditi per la prima volta da una sorprendente e curiosa abilità canora. Eppure, nonostante il successo immediato “non è un disco da primo ascolto “- come ha spiegato lo stesso Nitro- “va riascoltato con calma per trovare il mood corretto e inserirlo in una dimensione live che faccia rendere conto del come e del perché è stato in questo modo”.

Classe 1993, Nicola Albera (questo il vero nome di Nitro) è nato a Vicenza e si è avvicinato sin da giovanissimo alla cultura hip hop tramite il freestyle. In seguito è entrato nel collettivo Gioventù Bruciata e nel 2007 è arrivato in semifinale alla selezione regionale di Tecniche Perfette. Da quel momento ha partecipato a diverse battaglie di freestyle, facendosi notare per il suo stile e il grande talento. Nel 2012 è entrato nella Machete crew fondata da Salmo, Hell Raton, En?gma e Slait, con cui – nel 2015 – ha presentato ai fan “Suicidol”, un album vero, sincero e decisamente più arrabbiato di “No Comment”. Il grande successo del disco ha portato ad una riedizione nel 2016 dal titolo “Post Mortem” con cinque nuovi brani incisi con MadMan, Izi, Jack La Furia e Jake the Smoker.

Raggiungiamo telefonicamente Nitro a neanche un’ora dal primo instore, ma non ci appare per niente teso, anzi.

Nitro album No Comment

Sei – praticamente – alla soglia dei 25. Ti senti più ventenne o trentenne?

Più trentenne, decisamente. Mi sento cresciuto rispetto a quelli che sono stati i progetti precedenti, anche perché sono passati due anni intensi e importanti, non due anni da poco. Sono cambiate un nel po’ di cose ed è stato un periodo veramente strano per me: il mio modo di uscirne è stato questo disco. Direi che ne sono uscito abbastanza bene, dai. (ride)

“No comment” è un album dove – per la prima volta – alterni parti rappate a parti cantate. Come mai questa svolta canora?

Ho iniziato a studiare canto e mi sono divertito a provare le cose nuove che sto imparando. E poi, volevo dare un valore aggiunto alla mia musica inserendo un po’ di cantato, soprattutto perché amo farlo: mi piace dare una melodia alle cose.

Addirittura San Junipero – che inizialmente era nato come un unico brano, poi splittato in due parti – potremmo definirla una canzone d’amore.

Assolutamente sì.

E cos’è successo: la rabbia di “Suicidol” si è placata o si è semplicemente evoluta?

Si è evoluta. La rabbia è un sentimento sempre presente, genuino e molto naturale. Con questa crescita personale che ho avuto, penso sia rimasto lo stesso principio ma sia cambiata la reazione. Una volta buttavo giù tutto quello che mi passava per la testa, adesso rifletto un po’ di più sulle cose e su come le dico. È un approccio molto meno da ragazzino incazzato e molto più da persona matura che nonostante conserva un bel po’ rabbia dentro di sé, riesce a veicolarla in una certa maniera e ad esprimere le cose un po’ più a freddo. Ed è molto più difficile.

Tutti i feat. di “No comment” sono decisamente azzeccati quanto prevedibili, diciamo che hai giocato in casa. Tranne uno, quello con Madman: com’è nato?

“Ok Corral” è un pezzo che avevo in cantiere da un bel po’ e in Italia ci sono veramente pochi rapper che avrebbero saputo lavorare su quella base oltre a Madman, era proprio tagliata per lui. E quindi, perché no?

Da buon appassionato di film italiani di genere, quando ho letto il titolo di “Buio Omega” non ho potuto fare a meno che pensare al film di Joe D’Amato. È casuale?

No, per niente: il titolo nasce proprio dal film di Joe D’Amato, anche se in realtà la canzone non c’entra più di tanto perché si tratta di una storia romantica, morbosamente romantica. È stata più un’associazione d’immagini che di altro: la prima volta che ho sentito la base ho pensato alla scena (ATTENZIONE: SPOILER) in cui il protagonista uccide in maniera brutale la persona che scopre il suo segreto. Quell’adrenalina, quella rabbia e l’impeto pulp che è presente in quella scena è stato il primo fotogramma che mi è venuto in mente quando ho ascoltato la base.

Domanda semi-provocatoria: l’uscita di No Comment a solo una settimana dall’album di Sfera Ebbasta è casuale o vuole innescare una sorta di competizione?

Penso che – nonostante siamo parte dello stesso macro-filone – facciamo due generi completamente diversi e c’è spazio per entrambi, sia sul mercato che sulla scena. Viaggiamo su due binari completamente diversi, anzi: sono contento che in questo momento in Italia non c’è qualcos’altro che suona come il mio disco.

Domanda un po’ più provocatoria: mi definisci cos’è la Trap?

Credo la Trap – ormai – non sia neanche più inscrivibile in un unico genere. Se vogliamo parlare della definizione canonica, si tratta di musica che parla di vita di strada nata nella Trap Houses, ovvero quei luoghi dove la gente si trova a cucinare droga per spacciarla. Poi però, quando una nuova impronta sonora diventa mainstream a livello globale, tutti i generi iniziano ad attingere un po’ da questa nuova ondata, anche il pop. Ogni nuovo genere conferisce un apporto in più alla musica: pensa – ad esempio – a quando è arrivata la dubstep. Da quel momento in poi, tutti i pezzi avevano la formula del drop tipica della dubstep, ovvero climax, pausa e poi scoppio. Col tempo, questo schema si è dissolto nella cultura musicale: non è che se adesso sento un drop, automaticamente penso alla Dubstep, così come se sento un 808 o un basso un attimo più in consolidato, non penso alla Trap.

“Ora che siamo il tuo stipendio, dovresti dare il buon esempio, sei peggiorato con il tempo, però la foto la pretendo”, rappi in “Chairaggione”, il pezzo con Salmo. Non sembra tu viva benissimo il rapporto con i fan…

Vivo bene il rapporto con gli ascoltatori, vivo male il rapporto coi fan. Quelli che sono eccessivamente fan, ovvero quelli che qualsiasi cosa fai gli va bene, possono essere considerati allo stesso livello degli hater. Non li trovo neanche così solidi nella mia fanbase: se un domani dovessi fare qualcosa di diverso o il mio nome dovesse non essere più così in alto, sarebbero i primi a mollarmi. Gli ascoltatori – invece – sono quelli che restano, gente che viene a vedere i live e che vuole capirne di più.

Che sono probabilmente anche quelli da cui prendi eventuali spunti di miglioramento. Se uno prende per buono tutto quello che fai…

Esatto. Non c’è neanche mai stata la pretesa di piacere a tutti: io faccio rap proprio perché non piaceva a nessuno, è una questione di principio. Ho sempre fatto musica per me stesso, non è che adesso siccome gira un attimo bene devo mettermi a fare musica per tutti: loro non c’erano quando questa roba non andava di moda, io sì. E so che quando questa roba non andrà più, io ci sarò ancora e loro no.

Qual è la dieta mediatica di Nicola: come ti informi?

Mi informo sul Web, cercando sempre su Google le keyword riguardanti il fatto in questione e – visto che ormai siamo nell’epoca dell’opinione – apro almeno dieci pagine diverse per leggere un po’ tutte le idee. Oggi come oggi l’informazione è molto condizionabile e fraintendibile, la cosa più importante è cercare di non saltare subito alle conclusioni, in nessun caso. Chiunque oggi può diffondere disinformazione e questo sicuramente ci ha tolto fiducia, bisogna cercare la verità in un mare d’immondizia.

Vogliamo definire “No Comment” un album politico?

Molto più sociale, che politico.

Non parlo di politica, piuttosto di atto politico.

Bravo, esattamente: si parla del peccato, non del peccatore. Se punti il dito su qualcuno, specialmente al giorno d’oggi, la prima cosa che fanno è dire che stai rosicando, che sei frustrato. Ho trovato molto più efficace far riflettere sulle cose come stanno, in maniera oggettiva, senza dare specifica colpa a nessuno.

Anche perché tanto, chi ha orecchie per intendere…

Intenda, esatto (ride).

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