La lotta a un pesce invasore si fa con i robot

Un team di ricercatori ha realizzato la versione Terminator del primo predatore della gambusia, pesce piuttosto invasivo

29 Dicembre 2021
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In natura c’è un pesce molto invasivo, la gambusia, che però potrebbe avere le ore contate. In uno studio pubblicato su iScience, infatti, un team internazionale di ricercatori suggerisce un modo di combatterlo grazie all’uso dei robot.

La gambusia (Gambusia holbrooki) è un pesce di origine americana, che circa un secolo fa ha cominciato a venire spedito in giro per tutto il pianeta. Questo perché, come riporta Focus.it, tale pesce si nutre di larve di zanzara, e quindi potrebbe essere utile per tenere sotto controllo le popolazioni dell’insetto. O almeno così si pensava negli anni Venti, quando la gambusia venne salutata come soluzione per risolvere il problema delle zanzare e quindi della malaria.

Il rovescio della medaglia è che stiamo parlando allo stesso tempo di un pesce molto vorace, che non si nutre solo di larve di zanzara ma anche di girini e altri pesci. In modo crudele tra l’altro: dà loro piccoli morsi alle pinne, danneggiandole e causando indirettamente la morte degli animali. Finora non si è trovato un modo per liberarsene senza danneggiare anche il resto dell’ecosistema.

Ed è qui che si inserisce il lavoro del team internazionale, che comprende anche due italiani. Gli studiosi hanno preso il primo predatore della gambusia, il persico trota, realizzandone la versione Terminator, cioè un robot con le sue fattezze e programmato anche per imitarne i movimenti, e per attivarsi quando una gambusia si avvicina troppo a una potenziale preda.

Le gambusie si sono spaventate così tanto che non solo hanno rinunciato ad attaccare, ma nel corso di pochi giorni hanno anche perso peso e visto le loro capacità riproduttive ridursi drasticamente. Gli autori dello studio però non sono convinti che questa sia la soluzione definitiva al problema, perché la reazione delle gambusie ai robot è stata testata in condizioni controllate di laboratorio. Adesso c’è da capire se il metodo si può applicare anche nella realtà, e se sia altrettanto efficace in un ambiente naturale.

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