I Manhattan Transfer si raccontano: "Il jazz è il nuovo pop"

Dieci Grammy Award, il loro nome sulla Hall of Fame, i Manhattan Transfer sono il gruppo vocal-jazz più importante al mondo: li abbiamo intervistati.

Da oltre 45 anni sulla scena musicale mondiale, i Manhattan Transfer hanno – tra i vari meriti – quello di aver condotto per mano il jazz verso un approccio più pop, facendolo uscire – grazie alla continua sperimentazione e ibridazione – dalla sofisticata nicchia nella quale era rimasto relegato per troppi anni. Il quartetto vocale è formato da Cheryl Bentyne, Alan Paul, Janis Siegel e Trist Curless, che ha preso il posto di Tim Hauser, il fondatore del gruppo scomparso nel 2014 per arresto cardiaco.

La particolarità dei Manhattan Transfer è quella di aver oltrepassato le barriere dei generi musicali, riuscendo a fondere il jazz al pop, all’R&B, al rock, allo swing, passando per la musica classica e quella “a cappella”. L’intento del gruppo era proprio quello di portare la musica jazz verso il grande pubblico, reinventando e reinterpretando successi mondiali in chiave originale e personalissima. Grazie all’incrocio di due voci maschili (tenore e basso) e due femminili (alto e soprano), il quartetto riesce a raggiungere suoni e vocalità illimitate.

Il nome del gruppo è stato tratto dal romanzo del 1925 “Manhattan Transfer” di John Dos Passos, ambientato nella New York degli anni Venti.

Maestri nell’arte del “vocalese”, lo stile in cui un vocalist canta una melodia che in origine è stata composta per uno strumento, i Manhattan Transfer sono stati i primi a vincere un doppio Grammy sia nella categoria jazz che nella categoria pop, nel 1981. Complessivamente, il quartetto ha vinto dieci Grammy e con l’album “Vocalese” ha ricevuto ben 12 nomination nel 1985, un primato che è stato superato solo da “Thriller” di Michael Jackson.

Proprio con questo album, i Manhattan Transfer sono entrati di diritto nell’olimpo del jazz, grazie anche a collaborazioni con mostri sacri quali Dizzy Gillespie, Ron Carter e la Count Basie Orchestra.

Dagli anni Settanta a oggi, il gruppo si è esibito con alcuni dei più grandi protagonisti della storia della musica: da Ella Fitzgerald a Tony Bennett, dagli Smokey Robinson a Bette Midler, da Phil Collins a B.B. King, da Chaka Khan a James Taylor, solo per citarne alcuni.

Ad oggi, i Manhattan Transfer hanno pubblicato 31 dischi, di cui 19 in studio, 4 live e 6 raccolte. L’ultimo album è “The Junction“, uscito il 30 marzo 2018. Li abbiamo incontrati alla vigilia di tre imperdibili concerti che li vedranno nel nostro Paese: il 10 maggio al Teatro Alighieri di Ravenna e il 12 e 13 maggio al Blue Note di Milano.

Intervista ai Manhattan Transfer

Parliamo di “The Junction”, un album che arriva dopo quasi dieci anni dal precedente. Cosa vi ha spinto a tornare?

C’è stato un lungo periodo di transizione per noi, soprattutto dopo la morte di Tim Hauser. Adesso abbiamo un nuovo membro, Trist Curless, e sentivamo che questo era il momento buono di produrre un nuovo album.

A proposito di Trist Curless: quanto il suo arrivo ha influito su questo album, soprattutto da un punto di vista sonoro?

Quella di oggi è totalmente un’altra formazione; ovviamente Tim è insostituibile, il suo suono era decisamente diverso da quello di Trist, che ha invece un timbro di voce più profondo. Per questo motivo, prendendo spunto da ciò, abbiamo cercato di creare uno stile completamente diverso rispetto a quello che abbiamo avuto negli anni. Ci sono alcune canzoni nell’album che hanno colori e sfumature diverse da quelle dei primi Manhattan Transfer.

In questo senso, mi ha incuriosito la scelta del primo singolo estratto dall’album, che è una cover di un brano degli Xtc, “The Man Who Sailed Around His Soul”. Quali son stati i motivi che vi hanno portato a questo brano?

Questa canzone è stata scelta – guarda caso – su consiglio di Trist. L’ha proposta al gruppo e quando l’abbiamo ascoltata, l’abbiamo trovata tutti decisamente adatta e allo stesso tempo insolita. Come ben sai, siamo più orientati su influenze jazz, ma in questo caso è nato qualcosa di veramente interessante. E’ bastato cambiare un po’ la prospettiva: Il modo in cui una traccia si sviluppa oggi è nello spazio, costruita esattamente come si arreda una stanza. Ovviamente noi – come gruppo vocale – preferiamo quello che si faceva un tempo, ovvero lavorare più sulla melodia. Pensa al jazz: non era un genere popolare perché è rimasto fin troppo sofisticato per tanti anni. E tu, come la vedi?

Sono d’accordo, penso abbiate centrato il punto: il jazz per troppi anni è rimasto un genere sofisticato e di conseguenza poco “pop”, finché non ha iniziato a farsi contaminare. C’è da dire che è cambiato molto anche il mercato della distribuzione e chi meglio di voi – che avete attraversato quattro decenni di musica – può avere un’idea razionale su questo argomento.

Quando sono entrati sul mercato gli mp3 si è abbassata notevolmente la qualità della materia: avevi a disposizione una massa incredibile di musica, ma con un suono orribile. Quando una traccia qualsiasi viene trasformata in mp3, la quantità di informazioni si riduce nettamente e questo si nota soprattutto se la paragoniamo alla registrazione originale, per esempio ad un file WAV. Ci sono voluti dieci anni, una generazione intera, per arrivare al punto in cui potessimo fruire di una migliore qualità del suono anche in digitale e questo è uno dei motivi per cui – ad esempio – il vinile è tornato ad essere popolare proprio in questi anni. Le differenze tra analogico e digitale si percepiscono soprattutto per il suono del nastro, che prima era molto limitato sui bassi. Oggi ci sono un sacco di trucchi e plugin che puoi usare e che modificano il suono facendolo diventare decisamente più figo. Dipende poi molto dal tipo di genere che fai, ma con l’avvento del digitale è diventato sempre più facile riuscire a registrare una traccia.

E a distribuirla. Forse si può fare a meno delle etichette, oggi.

Esatto, è centrale il tema dei costi: registrare in digitale è molto meno costoso; da una parte gli artisti riescono a fare un disco senza bisogno di etichette e dall’altra le etichette risparmiano molto sui costi di produzioni. C’era un tempo in cui il budget per registrare un disco era tra i duecento e i quattrocentomila dollari, oggi è mediamente di venticinquemila. Penso al nostro caso: noi siamo arrivati ad avere budget di novecentomila dollari per un album, oggi una cifra del genere non potrebbe proprio esistere sul mercato. Parlavamo prima di “The Junction”, ecco: in questo lavoro abbiamo perfettamente cercato di trovare un balance tra qualità e costi. Il digitale oggi non implica più necessariamente un abbassamento del livello qualitativo e quindi ha senso prendere quello che c’è di buono, specialmente per quanto riguarda il suono delle voci.

I Manhattan Transfer oggi sono un punto di riferimento. Ma i Manhattan Transfer, oggi, hanno qualche punto di riferimento?

I Manhattan Transfer hanno sempre provato ad essere coerenti. Noi ascoltiamo veramente tanta musica e –grazie anche a questo – abbiamo provato a fare un album che suonasse contemporaneo: volevamo fosse allo stesso ballabile, ma connesso a quello che è il suono delle nostre voci, in un senso decisamente più tradizionale.

Vi riconoscete nell’America di oggi e nei suoi valori?

Non voglio fare un discorso politico, ma non sono un grande fan di Donald Trump. Viviamo in un’epoca impegnativa e le tensioni nel mondo stanno aumentando, il mondo sta cercando di capire come fare a vivere meglio. L’America in particolare è tagliata a metà, è come se ci fossero due punti di vista totalmente diversi e questo, probabilmente si tratta di una fase che fa parte della nostra evoluzione. Abbiamo appena partecipato ad un “International Jazz Day”, che si è svolto a San Pietroburgo, in Russia. Considerando le tensioni tra gli Usa e la Russia, essere andati come musicisti – sotto l’ombrello degli Stati Uniti – a questo evento che si è svolto proprio come punto d’incontro tra artisti provenienti da tutto il mondo, ci ha fatto capire che al di là di tutti i politici esiste una possibilità, soprattutto attraverso la musica che è un linguaggio globale. Con la musica noi condividiamo gioia e leggerezza con il resto del mondo, questa è la nostra modesta offerta per essere un esempio di speranza.

Ci avviciniamo ad alcune date italiane, a Ravenna e a Milano. Che rapporto avete con l’Italia?

Siamo stati in Italia un sacco di volte e l’amiamo alla follia. Personalmente è il Paese europeo che preferisco: adoro la gente, il cibo e la passione che voi italiani avete, siete fantastici. Abbiamo tantissimi fan in Italia ed è sempre una grande gioia quando veniamo da quelle parti.

E noi vi aspettiamo, siete sempre i benvenuti. 

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