Mihajlovic fa ironia su Berlusconi e il Milan: ecco che cosa ha detto

In un'intervista rilasciata al Corriere della Sera, il tecnico del Torino svela i retroscena dei mesi in cui ha occupato la panchina rossonera

Fonte: Getty Images

Risulta quasi stupefacente la schiettezza con cui Sinisa Mihajlovic mette a nudo quanto accaduto al Milan nella stagione, forse, più difficile della storia berlusconiana. Nonostante la diffidenza di una certa critica, l’ex vice di Roberto Mancini aveva assunto la guida tecnica della squadra per poi essere esonerato in piena zona Europa League.

“Diciamo che per 29 anni su 30 Silvio Berlusconi è stato il più grande presidente di calcio di tutti i tempi. Il 30° è stato il mio anno”, ha risposto in un’intervista al Corriere della Sera. Miha verrà ricordato come l’allenatore che ha lanciato Gigio Donnaumma e Mbaye Niang, ma non fu una scelta condivisa: “Ha esordito tra i dubbi di tutti perché c’era Diego Lopez e lui aveva 16 anni e mezzo. Adesso è in Nazionale e non so nemmeno se ha un prezzo: resterà una mia soddisfazione. La settimana dell’esordio, Berlusconi è venuto due volte a Milanello per convincermi a mettere Diego Lopez. Gli ho detto che aveva due possibilità: mandarmi via e mettere Diego Lopez, tenermi e vedere in porta Donnarumma. Lui mi ha tenuto, per fortuna. Sua”.

Lo stesso scetticismo, l’ex cavaliere lo nutriva nei riguardi di un secondo talento, Alessio Romagnoli. “Lui diceva che era troppo caro, io gli ho detto: Presidente, facciamo così, se quando vorrà rivendere Romagnoli lo fa per meno di 25 milioni la differenza la metto io; se lo vende a di più facciamo a metà. Mi sembra sia arrivata un’offerta dal Chelsea per il doppio. E poi Niang: con me ha giocato titolare, mi sono esposto io per non farlo vendere a gennaio, perché doveva andare al Leicester. Senza questi tre giocatori, il Milan oggi sarebbe meno forte. E meno ricco”.

“Il Milan è stato in un momento difficile sin dall’inizio – ha risposto Mihajlovic -. Abbiamo perso tempo le prime 7-8 partite perché abbiamo giocato con il 4-3-1-2, come voleva il presidente Berlusconi, anche se si capiva che non era il modulo adatto. Dopo la partita con il Napoli ho detto Basta, vado di testa mia: se mi manda via, muoio con le mie idee. E i risultati hanno cominciato a venire”.

Alla fine però l’hanno esonerato: “Penso che si debba considerare tutto quello che è successo per dare un giudizio: il tempo perso all’inizio; l’esonero dopo la partita con la Juve, la migliore che abbiamo giocato; il fatto che ho lasciato il Milan in finale di Coppa Italia e in Europa League e sappiamo com’è andata a finire”.

“L’unica cosa che mi rode è di non aver potuto giocare la finale di Coppa Italia, perché non c’è la controprova ma penso che con me in panchina potevamo vincere, visto come ha giocato la Juve. Non mi è stato permesso, ma sono esperienze che fanno crescere. Anche se io avevo già deciso di andare via anche se non mi avessero cacciato. Non potevo fare un altro anno così”.

Solo rammarico? Non proprio. Per Sinisa, Adriano Galliani, il vicepresidente e ad rossonero che lascerà il club di via Aldo Rossi, è stato un riferimento imprescindibile: “Mi ha aiutato tanto, è un grande. Spero non lasci il calcio. Gli voglio molto bene, lo considero un amico, il nostro rapporto continua”.

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