Ora è possibile tradurre il pianto del bambino #lodicelascienza

I neonati piangono moltissimo: solo così riescono a comunicare con chi gli sta intorno. E se esistesse un sistema per decodificare le urla?

Il pianto di un neonato può essere molto disturbante e soprattutto angosciante: nei primi mesi di vita il bambino non ha altri mezzi per comunicare con chi gli sta intorno e sta ai genitori cercare di distinguere le urla legate ad esigenze “normali”, come fame o sonno, da quelle magari causate da un dolore o un fastidio.

La preoccupazione degli adulti è proprio quella di non riuscire a capire se il lattante sta soffrendo per un motivo preciso, che richiede un controllo medico, oppure no: i primi mesi sono molto difficili anche per questo (questa mamma con neonato sull’aereo si è premunita per tempo, lasciando i compagni di volo senza parole)

Ora però giunge un aiuto da parte della scienza: una ricerca della Northern Illinois University ha pensato – per ora solo in teoria – di fornire ai genitori l’aiuto di un algoritmo, che riesca a riconoscere i diversi tipi di pianto e possa dare un’indicazione sul motivo scatenante.

La sperimentazione è stata pubblicata sulla rivista scientifica IEEE/CAA Journal of Automatica Sinisa: per giungere alle loro conclusioni gli scienziati hanno studiato i diversi tipi di pianto “sul campo”, cioè nei reparti di terapia intensiva neonatale, e li hanno isolati dal contesto grazie alla tecnologia del compressed sensing. Dalle loro analisi è quindi emerso che esistono effettivamente due tipi di pianto, legati ad esigenze normali o “straordinarie”: ora sono al lavoro per affinare l’algoritmo e riuscire a produrre uno strumento attendibile da fornire ai genitori.

Facciamo il tifo per loro!

 

più popolari su facebook nelle ultime 24 ore

vedi tutti