Oscar 2018, ecco tutti i vincitori

Gli Oscar 2018 sono stati all'insegna delle conferme. A cominciare da Guillermo del Toro, miglior regista e miglior film col suo "Shape of water".

Con 13 nomination, “The Shape of Water – La forma dell’acqua” era molto più che in odore di Oscar. E le sue quattro statuette lo confermano. È forse questa, la meno scontata tra le vittorie della 90° edizione degli Oscar, che ha decretato i suoi vincitori proprio mentre in Italia si cominciava lo spoglio delle schede elettorali.

Ha vinto come miglior film, come già era successo alla 74° edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, quella favola fantasy che ha per protagonisti una donna muta e una creatura anfibia che assomiglia ad un umano. Una pellicola premiata anche per la miglior sceneggiatura originale e per la sua colonna sonora, grazie allo struggente lavoro di Alexandre Desplat (il premio per la miglior canzone è invece stato assegnato a “Remember me” del film d’animazione “Coco”). «Sono un immigrato. Credo che la cosa bella del nostro mestiere sia cancellare le linee nella sabbia; dobbiamo continuare a farlo nonostante il mondo ci dica di tracciarle più a fondo», ha commentato il regista messicano ritirando la sua meritata statuetta.

Perché che l’Oscar non sia solo glamour, ben lo sappiamo. Sono un po’ la voce del mondo, quegli ambiti premi. Sono il palcoscenico per lanciare appelli, messaggi. Per sensibilizzare, per difendere. Negli ultimi anni più che mai.
Perché gli Oscar può vincerli un ex ragazzino che in Messico non aveva nulla, e che oggi è uno tra i più acclamati registi al mondo. Può vincerli una storia d’amore tra una donna e un anfibio, tra due donne o tra due uomini (c’è proprio l’amore tra due ragazzi, al centro del film “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino, Oscar a James Ivory per la miglior sceneggiatura non originale).

Gli Oscar sono sempre così, un po’ conferma e un po’ sorpresa. Tra le conferme rientrano Gary Oldman, miglior attore protagonista per il suo Winston Churchill di “L’ora più buia” (film premiato anche per il miglior trucco e parrucco grazie al lavoro di Kazuhiro Tsuji, David Malinowski e Lucy Sibbick), e Frances McDormand, miglior attrice protagonista per il suo ruolo in “Tre manifesti” e al suo secondo Oscar dopo “Fargo” nel 1997.

Il primo ha dedicato la vittoria alla sua mamma, più vecchia dell’Oscar coi suoi 99 anni; la seconda ha ringraziato Martin McDonagh, e ha chiesto a tutte le donne registe nominate di alzarsi in piedi. «Guardatevi intorno, tutte noi abbiamo storie da raccontare e soldi da raccogliere per realizzarle, ma non parlatene stasera ai party», ha detto dal palco la McDormand, in quello che è stato il discorso più insolito fatto durante la serata.
Nessuna sorpresa neppure per l’Oscar al miglior attore non protagonista, consegnato da Viola Davis a Sam Rockwell, poliziotto razzista e mammone di “Tre manifesti”, e per la migliore attrice non protagonista, assegnato a Allison Janney, madre cattivissima in “Io, Tonya”, film sulla pattinatrice Toya Harding.

Il miglior film straniero è invece stato decretato il cileno “Una donna fantastica”, sulla vita di una donna transgender che vede morire l’uomo della sua vita. Miglior film d’animazione si è confermato “Coco”, mentre il miglior corto cartoon ha visto il trionfo dell’ex campione di basket Kobey Bryant: il suo “Dear Basketball” è basato sulla sua lettera di ritiro da quello sport che gli ha dato la fama. E la statuetta, oggi, conferma tutta la poesia degli Oscar. È sul loro palcoscenico, che tutto è possibile. È qui, che i sogni diventano realtà. Anche quelli di un bambino che giocava a fare i canestri nel cortile di casa.

Infine, gli altri premi: migliori effetti speciali e miglior fotografia per “Blade Runner” di Denis Villeneuve, migliori costumi per “Il filo nascosto”, miglior documentario per il racconto del doping tra gli atleti russi di “Icarus”.

Miglior montaggio sonoro e miglior mixer sonoro per “Dunkirk” (premiato anche per il miglior montaggio), miglior cortometraggio documentario per “Heaven Is a Traffic Jam on the 405”, miglior cortometraggio per “A silent child” di Chris Overton e Rachel Shenton, che ha fatto il suo discorso di ringraziamento nel linguaggio dei segni, miglior sceneggiatura originale per “Get Out”.

Ancora una volta, il sipario sulla notte degli Oscar si è calato. Questa volta, con tanti applausi e con altrettanti #Metoo: perché, dopo lo scandalo Weinsten, su Hollywood è scesa una luce strana, fatta di sospetto e di consapevolezza.

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