Rio, esplode un caso diplomatico

Altro che fratellanza e tregua olimpica: l'Olimpiade non fa eccezione

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Fonte: Getty Images

Sulla natura del carattere di Pierre De Coubertin si è discusso a lungo, fatto sta che il motto del Barone “L’importante è partecipare”, è passato alla storia. Del resto ben prima della nascita delle Olimpiadi moderne, il periodo dei giochi era considerato sacro al punto che da secoli si parla di tregua olimpica durante i conflitti.

Lo sport moderno, intriso di ricerca spasmodica dei guadagni, di scelte imposte dagli sponsor e di rivalità politiche, spazza però via quotidianamente le belle intenzioni e il fatto che questo succeda anche a Olimpia non è certo una novità. Difficile però restare insensibili di fronte all’invito tutt’altro che implicito rivolto dal ministro dello sport serbo, Vanja Udovic, ai propri atleti: “Abbandonare le cerimonie di premiazione nel caso ci siano sul podio anche atleti del Kosovo".

Non solo storie belle e curiose, insomma. Impossibile essere più chiari, sebbene l’imperativo espresso dall’uso del modo infinito si faccia più temperato con la considerazione che si tratta solo di una “raccomandazione”, essendo la vicenda “complessa” e che la scelta finale spetta ai singoli componenti della squadra serba, sfilati alla cerimonia inaugurale dietro al portabandiera.

Il riferimento è ovviamente agli infiniti strascichi della guerra più sanguinosa dal 1945 in avanti, quella dei Balcani, che 20 anni dopo non smette di causare effetti anche sul mondo dello sport.

Qui però la situazione è particolare: il Kosovo è in guerra perenne con i serbi dopo la lotta indipendentista avviata dalla larga maggioranza di etnia albanese durante il conflitto di fine millennio, ma il suo riconoscimento da parte del comitato olimpico internazionale, divenuto effettivo nel novembre 2014, ha anticipato l’ammissione del piccolo stato da parte dell’Europa e dell’Onu. 

Eppure la nazionale di calcio debutterà a settembre nelle qualificazioni verso il prossimo Mondiale di calcio, nel girone insieme a Croazia, Islanda, Turchia, Ucraina e Finlandia, e lo storico debutto olimpico è già realtà.

Le speranze di podi degli atleti kosovari, appena 8, alcuni dei quali già in gara a Londra con l’Albania, sono ben poche, ma è ovvio che mai come in questa circostanza sia forte la tentazione di stare con i più deboli: "Non vogliamo certo minacciare i nostri atleti – ha concluso il ministro Udovicic – Ma non possiamo ascoltare l'inno del Kosovo e guardare la loro bandiera". Altro che team di rifugiati…

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