Siamo personaggi di un videogioco? Per la scienza può essere vero

Matrix potrebbe averci visto giusto. Secondo un recente esperimento, il mondo come lo viviamo è in realtà un'illusione creata al computer

Fonte: pixabay.com

L’uomo potrebbe essere il personaggio di un videogioco, come mostrato in quel capolavoro del cinema che è Matrix. Già prima di questo, però, gli uomini si sono chiesti per secoli se l’uomo esiste oppure se si è parte di un’illusione creata al computer. Partendo dal presupposto che in questo preciso momento non siamo dove pensiamo di trovarci, scopriamo così di essere parte di un esperimento scientifico perpetrato da un essere maligno. Il nostro cervello è stato rimosso dal nostro corpo da mani esperte ed è mantenuto in vita da un barattolo di nutrienti che si trova in un laboratorio. Le terminazioni nervose del cervello sono connesse a un supercomputer che ci nutre di tutte le sensazioni della vita quotidiana. Questo è il motivo per cui pensate di vivere una vita del tutto normale. Detto ciò, continuiamo ad esistere? Si può ancora pensare ad un “io”? Il mondo come lo conosciamo è una finzione frutto dell’immaginazione oppure è un’illusione creata da scienziati malvagi? Questo scenario potrebbe sembrare apocalittico, ma possiamo affermare senza ombra di dubbio che non sia realtà? Potete provare che non siete un cervello in un barattolo?

Il filosofo Henry Putman ha proposto questo pensiero sperimentale nel suo libro del 1981 intitolato Reason, Truth and History, ma è essenzialmente una versione aggiornata di quella del più famoso filosofo francese René Descartes. Nelle sue Meditazioni metafisiche, risalenti al 1641, aveva infatti presentato il concetto di genio maligno. Insomma, gli autori di Matrix non si sono inventati nulla di nuovo. Nonostante questi pensieri sperimentali possano sembrare superficiali, in realtà hanno un fine utile. Infatti servono ai filosofi ad indagare su quali pensieri possiamo assodare per veri e, come risultato, che tipo di conoscenza possiamo ottenere riguardo a noi stessi e al mondo che ci circonda. Per Descartes, il modo migliore per fare ciò era dubitare di tutto e costruire la conoscenza proprio a partire da lì. Usando l’approccio scettico, è arrivato ad affermare che solamente un nocciolo di certezza assoluta servirà come fondamento affidabile per la conoscenza.

Grazie a questo filosofo francese ci ritroviamo con la predominanza dei quesiti scettici come ad esempio: come faccio ad essere sicuro che in questo momento sono sveglio e non sto sognando? Per ovviare a ciò, Descartes immagina l’esistenza di un demone onnipotente e malizioso che ci inganna, portandoci a credere di vivere le nostre vite mentre invece la realtà può essere totalmente differente rispetto a come ci appare. Il pensiero sperimentale del cervello in un barattolo e la sfida allo scetticismo sono stati ampiamente utilizzati nella cultura popolare. Esempi contemporanei degni di nota sono certamente Matrix nel 1999 e Inception del 2010. Guardando questo pensiero sperimentale sullo schermo, lo spettatore può entrare con l’immaginazione in un mondo fittizio, esplorandone in maniera sicura le idee. Per esempio, guardando Matrix ci identifichiamo con il protagonista Neo,interpretato da Keanu Reeves, il quale scopre che il mondo ordinario è un’illusione creata da un computer mentre il suo corpo atrofizzato giace in una tinozza piena di liquidi vitali.

Anche se non possiamo essere totalmente certi che il mondo esterno sia come appare ai nostri sensi, Descartes inizia la sua seconda meditazione con un piccolo barlume di speranza. Possiamo almeno essere sicuri di esistere, poichè ogni volta che dubitiamo a riguardo, deve esistere un “io” che a sua volta ci porta a dubitare. Questa consolazione è sintentizzata nella famosa espressione cogito ergo sum, penso dunque esisto. Perciò, l’uomo potrebbe essere il personaggio di un videogioco o un cervello in un barattolo, ma almeno riusciamo a pensare. Un recente esperimento ha dimostrato che la realtà potrebbe essere una finzione. Secondo una famosa teoria della meccanica quantistica, se smettessimo di guardare l’universo questo smetterebbe di esistere. Infatti, il comportamento passato di una particella cambia in base a ciò che vediamo. L’anno scorso, alcuni scienzati hanno dimostrato che questa teoria è vera anche per gli atomi. Guardando alle particelle di luce, ciò che vedevano dipendeva dal modo in cui avevano assemblato l’esperimento.

Per metterlo ulteriormente alla prova, i fisici dell’Università Nazionale Australiana hanno condotto l’esperimento di scelta ritardata di Wheeler in cui prende parte un oggetto in movimento a cui è data la possibilità di comportarsi come una particella o un’onda. In che punto decide l’oggetto? Il buon senso ci porterebbe a pensare che il suddetto oggetto assomigli ad una particella o a un’onda indipendentemente da come viene misurato. L’esperimento ha invece dimostrato che il comportamento dipende solamente da come è misurato alla fine del suo viaggio. In questo modo si è capito che dalla misurazione dipende tutto. Secondo il Professor Andrew Truscott, a livello quantistico la realtà non esiste se non la si guarda. A quanto pare, in questo caso la filosofia ha preceduto di quattro secoli la scienza.

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