Torna la Guerra fredda, Mosca espelle 35 diplomatici Usa

Atteso ordine di Putin. Smentita chiusura scuola angloamericana

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Mosca, 30 dic. (askanews) – Come ai tempi della Guerra fredda, la risposta è “simmetrica” e velocissima: Mosca è pronta a ordinare l’espulsione di 35 diplomatici americani in rappresaglia alla decisione dell’amministrazione Obama di cacciare 35 funzionari russi. E come gli Stati Uniti bloccano l’accesso a due strutture utilizzate dai rappresentanti russi, la Russia vieterà l’uso della dacia, la casa per le vacanze, assegnata all’ambasciatore americano tra i boschi moscoviti. In diplomazia funziona così, e tra Russia e Usa si torna alla guerra a colpi di “persona non grata” come avveniva con le spie in epoca sovietica. Oggi si tratta, almeno da parte americana, di addetti diplomatici considerati in qualche modo implicati nelle attività di hackeraggio che secondo la Casa Bianca la Russia ha orchestrato durante la campagna elettorale per le presidenziali dell’8 novembre, per colpire la candidata democratica Hillary Clinton e favorire Donald Trump, che poi ha vinto.

Così poche ore dopo le misure punitive Usa, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha proposto al Cremlino l’espulsione di 35 diplomatici americani, l’interdizione all’uso delle dacia nel sobborgo chic di Mosca e di un deposito. “Il Ministero degli Esteri russo, insieme con i colleghi di altri reparti, ha presentato una proposta al presidente russo su come dichiarare persona non grata 31 dipendenti dell’ambasciata americana a Mosca e quattro diplomatici del Consolato Generale di San Pietroburgo”, ha detto Lavrov, mentre la sua portavoce Maria Zakharova ha smentito la chiusura della scuola angloamericana, annunciata dalla Cnn. Tra le proposte presentate a Vladimir Putin c’è la revoca dell’uso da parte dell’ambasciatore americano della residenza estiva, ossia la dacia a Serebryany Bor, nella foresta a Nordovest di Mosca, tra le magioni di oligarchi e residenze di altri diplomatici. Compare poi anche un magazzino sulla via Dorozhnaja. “Ci auguriamo che queste proposte saranno prese in considerazione in modo rapido”, ha detto il capo del ministero degli Esteri russo, certo di quale sarà la decisione del leader del Cremlino.

Ieri il presidente americano uscente Barack Obama ha annunciato una serie di misure per punire la Russia accusata di interferenze nella campagna elettorale americana, nonostante “ripetuti avvertimenti fatti privatamente e in pubblico”. Con un ordine esecutivo, il presidente uscente ha varato sanzioni contro i due principali servizi di intelligence russi (Fsb e Gru e rispettivi capi), contro 35 dipendenti dell’ambasciata russa a Washington e del consolato di San Francisco, che vengono espulsi, contro nove istituti russi e tre società ritenute collegate direttamente agli hacker. Le tre compagnie, Zor Security (ex Esage Lab), Special Technologies Center, Professional Association of Designers of Data Processing Systems avrebbero istruito e addestrato i pirati informatici entrati in azione per aiutare Trump. Inoltre, è stato ordinato ai russi lo sgombero di due residenze di proprietà del governo russo – Killenworth a Long Island e una in Maryland – che sarebbero servite per ordire i cyberattacchi.

E se era prevedibile la risposta russa, che ora deve diventare operativa con un ordine del Cremlino, c’è molta attesa e incertezza su come si comporterà Donald Trump una volta insediato alla Casa Bianca, il prossimo 20 gennaio: revocherà queste ultime sanzioni, in sintonia con la voglia di ‘reset’ nei rapporti con la Russia? Le lascerà in vigore per non essere accusato da chi, anche nel partito repubblicano, non apprezza i suoi toni morbidi con Putin ? Per ora il presidente eletto ha minimizzato, esortando a più riprese a “andare avanti con cose più importanti”, ma ha anche promesso di ascoltare la settimana prossima i leader della comunità d’intelligence americana per “aggiornamenti” sul caso. Da molte parti il fuoco di Obama dell’ultima ora contro la Russia è visto come un attacco allo stesso Trump, una manovra di politica interna attraverso la politica estera per “incastrarlo” in una situazione a dir poco delicata.

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