A una distanza di circa 54 anni luce dal nostro pianeta, il sistema stellare triplo – noto come Wolf 1130 – sta tracciando il percorso verso uno degli eventi più violenti dell’universo. Un’articolata ricerca guidata dagli astronomi dell’Università del Texas ad Austin, pubblicata su The Astrophysical Journal, ha rivelato che questo complesso dinamico evolverà inevitabilmente in una variabile cataclismica, per poi culminare nell’esplosione di una supernova di Tipo Ia. Sebbene la distanza ponga teoricamente la Terra all’interno della zona di influenza delle radiazioni ad alta energia generate da un simile evento, le scale temporali cosmiche escludono qualsiasi rischio per l’umanità.
La triade cosmica e la meccanica della variabile cataclismica
L’architettura del sistema Wolf 1130 si distingue per un’inconsueta combinazione di tre corpi celesti estremamente eterogenei. Ecco qui, una sintetica descrizione:
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Wolf 1130A: una nana rossa caratterizzata da una bassa metallicità.
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Wolf 1130B: una nana bianca dotata di una massa eccezionalmente elevata.
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Una nana bruna: un oggetto substellare freddo e ultrasecolare, con un’età stimata in almeno 10 miliardi di anni.
Il fulcro del futuro cataclisma risiede nella stretta interazione binaria tra la nana rossa e la nana bianca, che completano un’orbita reciproca nell’arco di 12 ore. Con il passare dei millenni, l’attrazione gravitazionale della nana bianca farà sì che essa inizi a sottrarre materia stellare alla compagna. Questo costante trasferimento d’idrogeno ed elio innescherà la fase di variabile cataclismica, portando la densità e la pressione interna della nana bianca oltre il limite critico fino a causare la detonazione termonucleare.
Il raggio d’azione delle radiazioni gamma
Le esplosioni di supernova di Tipo Ia rappresentano fenomeni relativamente rari nella Via Lattea, con una frequenza media stimata in un evento ogni cinque secoli. Tuttavia, la loro capacità di devestazione sul mezzo interstellare è imponente. Modelli teorici aggiornati indicano che le radiazioni ionizzanti — in particolare i raggi X e i raggi gamma — scagliate da un’esplosione di questo tipo mantengono un’efficacia biologica letale fino a una distanza di circa 20 parsec, equivalenti a circa 65 anni luce.
Se un’esplosione si verificasse oggi a 54 anni luce, le radiazioni eroderebbero gravemente lo strato di ozono terrestre, esponendo la superficie ai raggi ultravioletti solari con conseguenze catastrofiche per la fotosintesi, il DNA degli organismi viventi e la stabilità degli oceani. Tali dinamismi sono peraltro già studiati dagli astrobiologi come possibili cause scatenanti di antiche estinzioni di massa, quali quelle registrate nel Devoniano e nell’Ordoviciano.
L’equazione del tempo
Nonostante la collocazione spaziale di Wolf 1130 rientri nella soglia teorica di pericolo, il fattore determinante è l’orizzonte temporale. I calcoli astrofisici indicano infatti che la transizione verso la fase cataclismica e la successiva detonazione richiederanno circa 6,2 miliardi di anni.
Entro quella data, il Sistema Solare avrà già completato le sue trasformazioni primarie. L’evoluzione del Sole porterà all’evaporazione degli oceani terrestri già tra 1 e 2 miliardi di anni a causa dell’incremento di luminosità solare, prima che l’espansione in gigante rossa inglobi i pianeti interni tra circa 5 miliardi di anni. Di conseguenza, l’eventuale onda d’urto di Wolf 1130 investirà un pianeta che avrà già cessato da tempo di ospitare la vita.