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El Niño spaventa gli scienziati: nel 2026 potrebbe arrivare uno degli eventi più devastanti di sempre

Non è solo meteo: El Niño potrebbe trasformare il 2026 in un anno critico, con effetti pesanti su clima e temperature.

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Giuseppe Guarino

Giuseppe Guarino

Giornalista

Ph(D) in Diritto Comparato e processi di integrazione e attivo nel campo della ricerca, in particolare sulla Storia contemporanea di America Latina e Spagna. Collabora con numerose testate ed è presidente dell'Associazione Culturale "La Biblioteca del Sannio".

El Niño torna a far paura agli scienziati: nel 2026 potrebbe svilupparsi un evento climatico di intensità eccezionale, con effetti potenzialmente pesanti su temperature, piogge, siccità e stabilità globale. Il timore è che il fenomeno possa inserirsi in un contesto già fragile, amplificando crisi ambientali, economiche e alimentari in diverse aree del pianeta.

Che cos’è El Niño e perché il 2026 preoccupa così tanto

El Niño è una fase climatica naturale che si manifesta periodicamente nel Pacifico tropicale, caratterizzata da un anomalo riscaldamento delle acque oceaniche. Non è un semplice episodio di “caldo”: quando diventa intenso, può modificare la circolazione atmosferica e influenzare il clima in molte regioni del mondo, portando siccità in alcune aree e piogge torrenziali in altre.

Secondo le informazioni riportate nell’allegato, gli scienziati della Strategic Climate Risks Initiative temono che nel 2026 possa formarsi un El Niño tra i più potenti mai registrati. L’evento sarà potenzialmente in grado di generare instabilità diffusa, con rischi di siccità, alluvioni, caos agricolo e tensioni sulle forniture alimentari globali. La fase calda del fenomeno potrebbe spingere le temperature oceaniche verso anomalie molto elevate, con conseguenze a catena difficili da contenere.

La preoccupazione non nasce solo dal fenomeno in sé, ma dal momento storico in cui potrebbe arrivare. Un Niño molto forte, infatti, non colpisce un pianeta “neutro”: si somma al riscaldamento globale, alla fragilità dei sistemi agricoli, alle crisi energetiche e alle tensioni geopolitiche. Per questo gli esperti parlano di un rischio che va oltre la meteorologia e riguarda l’economia, la sicurezza alimentare e la stabilità sociale.

Il precedente del 1877: la catastrofe che fa da monito

Il paragone più inquietante è quello con la grande crisi climatica del 1877-1878. In quegli anni, un evento legato a El Niño contribuì a prolungate siccità e a una carestia globale che colpì duramente le regioni tropicali. Le stime citate nell’allegato parlano di almeno 50 milioni di vittime, con alcune valutazioni che arrivano fino a 60 milioni: circa il 3% della popolazione mondiale dell’epoca.

Quel disastro viene ricordato dagli studiosi come una delle peggiori catastrofi ambientali mai vissute dall’umanità, paragonabile per perdita di vite umane alle guerre mondiali e alla pandemia influenzale del 1918-1919. Naturalmente il mondo di oggi è molto diverso: esistono satelliti, sensori oceanici, sistemi di previsione, reti di allerta e tecniche agricole più avanzate. Per questo non ci si attende una carestia globale delle stesse proporzioni.

Eppure il richiamo al 1877 serve a ricordare una cosa: El Niño può diventare un moltiplicatore di crisi. Anche senza riprodurre gli scenari ottocenteschi, un evento molto intenso può aggravare la povertà, aumentare la malnutrizione, alimentare instabilità e mettere sotto pressione governi e mercati. È proprio questo effetto domino a spaventare gli scienziati.

Danni economici, cibo e clima: il rischio dell’effetto domino

Il precedente più recente è il “super El Niño” del 2015-2016, che avrebbe provocato danni stimati in circa 2,9 trilioni di sterline all’economia globale. Se nel 2026 dovesse verificarsi un fenomeno davvero così intenso, gli esperti temono perdite comparabili, in un contesto internazionale già segnato da forti tensioni.

Il nodo più delicato riguarda il cibo. Un El Niño forte può alterare le stagioni delle piogge, ridurre i raccolti, colpire aree agricole strategiche e far salire i prezzi. Se a questo si sommano difficoltà nei fertilizzanti, costi energetici più alti e instabilità geopolitiche, il risultato può essere una “tempesta perfetta”: meno produzione, più costi, maggiore vulnerabilità per i Paesi più poveri e per le fasce sociali già fragili.

L’allegato sottolinea che oggi il mondo dispone di strumenti di monitoraggio molto più efficaci rispetto al passato, ma questo non elimina il rischio. Significa, piuttosto, che c’è una finestra di tempo per prepararsi: rafforzare gli allarmi meteo, proteggere le filiere alimentari, pianificare le risorse idriche e intervenire sulle aree più esposte.

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