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Il vulcano "Bocca dell'Inferno" si sta risvegliando: gli scienziati avvertono che il magma si sta accumulando sotto uno dei crateri più pericolosi della Terra

La Bocca dell'Inferno potrebbe essere sul punto di risvegliarsi: uno dei vulcani più pericolosi al mondo potrebbe nasconderci nuove sorprese.

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Giuseppe Guarino

Giuseppe Guarino

Giornalista

Ph(D) in Diritto Comparato e processi di integrazione e attivo nel campo della ricerca, in particolare sulla Storia contemporanea di America Latina e Spagna. Collabora con numerose testate ed è presidente dell'Associazione Culturale "La Biblioteca del Sannio".

Basta il suo nome per evocare immagini inquietanti: la “bocca dell’inferno” torna sotto i riflettori per via dei suoi segnali di un possibile risveglio. Gli scienziati richiamano l’attenzione sul magma che potrebbe accumularsi nel sottosuolo di un cratere capace di incutere timore. Ma, dietro un soprannome così impressionante, c’è una domanda che ci coinvolge tutti: che cosa sta succedendo nelle profondità del vulcano e che cosa possono dirci questi nuovi segnali sulla sua attività?

Dove si trova il Masaya, la “bocca dell’inferno” e perché viene sorvegliato

Andiamo con ordine e partiamo dal principio. Il protagonista di questa storia è il Masaya, uno dei vulcani più attivi del Nicaragua, che si trova circa venti chilometri a sud-est di Managua. Il suo soprannome, “bocca dell’inferno” richiama lo spettacolo incandescente del cratere Santiago, noto per il lago di lava intermittente che attira visitatori da tutto il mondo. Dietro questa immagine spettacolare si nasconde tuttavia un sistema complesso di coni, crateri e caldere, grandi depressioni legate al collasso del terreno.

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Il punto più alto raggiunge 594 metri, ma la storia del Masaya comprende colate, esplosioni di cenere ed emissioni persistenti di gas. La sua caldera misura circa sei per undici chilometri. Nel XVI secolo gli spagnoli arrivarono persino a scambiare il materiale incandescente per oro fuso, tentando di recuperarlo.

Il terreno si muove: i segnali osservati dal satellite

A riaccendere i riflettori sul Masaya è uno studio guidato da Lizzie Johnson, realizzato alla Penn State e pubblicato su Geophysical Research Letters. I ricercatori hanno analizzato osservazioni radar del satellite Sentinel-1 raccolte tra gennaio 2018 e febbraio 2024, cercando piccoli movimenti del suolo associati al sistema magmatico.

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Dal 2018 a metà 2022, nell’area a nord del cratere Santiago è stato rilevato uno spostamento di circa tre centimetri, interpretato dagli studiosi come un abbassamento legato allo svuotamento del serbatoio principale. Poi il comportamento è cambiato: fino al 2024 il terreno ha iniziato a sollevarsi, un segnale compatibile con un nuovo apporto di magma dalle profondità.

Il satellite passa sul sito circa ogni dodici giorni. Confrontando le immagini nel tempo, gli studiosi possono seguire queste deformazioni e ricostruire una parte di ciò che succede sotto la superficie. Il rigonfiamento suggerisce quindi un cambiamento nell’alimentazione del sistema, da interpretare insieme alle altre osservazioni, per capire dove si stia trasferendo il magma e come interagiscano le diverse riserve presenti nel complesso vulcanico.

Due serbatoi di magma: che cosa significa l’allarme sul Masaya

Un altro indizio rende il quadro ancora più interessante: l’area immediatamente attorno al Santiago ha continuato ad abbassarsi durante tutto il periodo osservato. I modelli suggeriscono quindi un secondo serbatoio, più superficiale, a circa duecento metri di profondità, interessato da una diminuzione del magma.

I due segnali descrivono un sistema nel quale zone diverse possono comportarsi diversamente. Il riempimento del serbatoio principale merita attenzione, ma lo studio non ha individuato pericoli immediati e non annuncia un’eruzione imminente.

La sorveglianza resta fondamentale anche per l’anidride solforosa, il gas emesso dal Masaya che può raggiungere concentrazioni pericolose. Comprendere meglio condotti e riserve sotterranee aiuterà a riconoscere cambiamenti significativi e, se necessario, avvertire la popolazione tempestivamente. Il prossimo passo sarà ampliare le misurazioni e affinare i modelli, così da distinguere l’attività abituale dai segnali che potrebbero indicare una fase più intensa.

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