Ma voi lo sapevate che, in Sardegna, esiste un tipo di pasta che sembra sfidare tutto ciò che immaginiamo sulla cucina tradizionale? Gli ingredienti sono appena tre, semplicissimi e presenti in qualunque dispensa, ma trasformarli nel risultato finale richiede una manualità assai fuori dal comune. È considerata una delle preparazioni più rare dell’isola e il suo segreto non è nascosto nella ricetta, bensì nelle mani di chi riesce ancora oggi a tramandarne la tecnica.
- Su filindeu, i “fili di Dio” sardi fatti con appena tre ingredienti
- Una tradizione legata a Nuoro e al pellegrinaggio di San Francesco di Lula
Su filindeu, i “fili di Dio” sardi fatti con appena tre ingredienti
Si chiama su filindeu, espressione in lingua sarda che possiamo tradurre come “fili di Dio”, ed è una delle specialità più sorprendenti della cucina sarda. Per prepararla servono soltanto semola di grano duro, acqua e sale, ma da questa combinazione essenziale nasce qualcosa che assomiglia quasi più a un tessuto che a un normale formato di pasta.
LEGGI ANCHE: Pasta scaduta, non per forza la devi buttare: il falso mito
La lavorazione comincia con un impasto di semola e acqua, progressivamente idratato anche con acqua salata fino a ottenere la consistenza corretta. È qui che entra in gioco l’esperienza: bisogna capire con il tatto quando la massa è abbastanza elastica e quando occorre intervenire ancora. Già questa prima fase può richiedere anche un’ora per tre chili di impasto.
Poi arriva il passaggio più spettacolare. Una porzione di pasta viene allungata tra le mani e ripiegata più volte: a ogni movimento i fili raddoppiano, passando da due a quattro, poi otto, sedici e così via. Dopo otto passaggi si ottengono 256 filamenti sottilissimi.
I filamenti vengono sistemati in tre strati incrociati su un supporto circolare, tradizionalmente realizzato con foglie di asfodelo intrecciate. L’aria passa attraverso la struttura favorendo l’essiccazione e, una volta asciutta, la pasta diventa rigida e può essere spezzata in porzioni.
LEGGI ANCHE: Pasta all’Amatriciana, il segreto per il soffritto che in pochi sanno
Anche il modo di servirla racconta la Sardegna più autentica: la preparazione tradizionale prevede infatti che su filindeu venga immerso nel brodo di pecora e accompagnato da formaggio fresco di latte ovino. Una ricetta apparentemente poverissima, dunque, ma costruita su una tecnica che richiede anni di pratica.
Una tradizione legata a Nuoro e al pellegrinaggio di San Francesco di Lula
Su filindeu è una preparazione profondamente legata a Nuoro e alla festa di San Francesco di Lula. Durante i pellegrinaggi di maggio e ottobre, i fedeli raggiungono il santuario ai piedi del Monte Albo e questa minestra calda fa parte da tempo del rito e dell’accoglienza. Le testimonianze documentarie citate dalla Regione Sardegna attestano la preparazione almeno da prima del 1890.
LEGGI ANCHE: Cuoci la pasta per i minuti sulla confezione? Stai sbagliando
Ed è proprio qui che si comprende perché sia tanto rara. La ricetta non è segreta: ingredienti e procedimento sono conosciuti. Il vero ostacolo è riuscire a sentire l’impasto, tirarlo senza romperlo e capire il momento esatto in cui fermarsi. Oggi questo sapere è custodito da pochissime persone, anche se alcune artigiane hanno iniziato a insegnarlo fuori dall’ambito familiare per evitarne la scomparsa. Tre ingredienti bastano per scrivere la ricetta; per trasformarli in 256 fili, invece, servono tempo, esperienza e moltissime prove.