Il buco nell’ozono torna a far paura. Secondo alcuni recenti dati della NASA, sopra l’Antartide la colossale area in cui lo strato protettivo dell’atmosfera si assottiglia ha raggiunto un’estensione che non si vedeva da dieci anni. Le sue dimensioni superano ormai quelle degli interi Stati Uniti. Ma, mentre gli esperti continuano a osservare il cielo sopra il Polo Sud, cresce una domanda: quanto è grave?
- Il buco nell’ozono torna a far paura: i numeri che preoccupano la NASA
- La causa dell’allargamento del buco dell’ozono: un vortice polare insolitamente potente
- È davvero un passo indietro? Cosa dicono gli scienziati
Il buco nell’ozono torna a far paura: i numeri che preoccupano la NASA
Andiamo con ordine e partiamo dal principio. I rilevamenti della NASA e della NOAA fotografano una situazione fuori dall’ordinario. Tra il 7 settembre e il 13 ottobre 2026, nel periodo di massima riduzione dell’ozono antartico, la superficie media interessata ha raggiunto 25 milioni di chilometri quadrati: oltre due volte e mezzo quella degli Stati Uniti. Non è però questo il dato più impressionante.
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Il 18 settembre è stato registrato un picco di 27,1 milioni di chilometri quadrati, circa il 90% della massima estensione mai osservata, risalente al 2000. Per superficie media stagionale, quello del 2026 è il settimo buco più grande in 48 anni di monitoraggio. Un risultato impressionante, anche se l’assottigliamento non ha raggiunto l’intensità dei peggiori episodi del passato.
Ovviamente non dobbiamo immaginarci una voragine aperta nel cielo. Il «buco» indica una regione della stratosfera in cui la concentrazione di ozono scende sotto una soglia definita dagli scienziati. Grazie ai satelliti, gli esperti della NASA seguono giorno dopo giorno il fenomeno, che si ripresenta ciclicamente durante la primavera australe.
La causa dell’allargamento del buco dell’ozono: un vortice polare insolitamente potente
A rendere eccezionale questa stagione è stata soprattutto la meteorologia. Sopra l’Antartide, il vortice polare — una vasta cintura di venti che trattiene aria gelida — è risultato particolarmente esteso e persistente. Secondo la ricercatrice NOAA Amy Butler, durante agosto e settembre le perturbazioni atmosferiche capaci di indebolirlo sono state meno intense del solito e hanno portato a una zona più ampia in cui l’ozono poteva essere distrutto.
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Il freddo favorisce infatti la formazione di nubi stratosferiche polari. Sulle loro particelle, le sostanze contenenti cloro e bromo avviano reazioni chimiche che, con il ritorno della luce solare, consumano l’ozono. Molti di questi composti derivano dai vecchi clorofluorocarburi, un tempo impiegati in frigoriferi, condizionatori e materiali isolanti.
È proprio l’ozono stratosferico a funzionare come uno scudo naturale contro le radiazioni ultraviolette, responsabili anche di danni alla pelle, agli occhi e agli ecosistemi.
È davvero un passo indietro? Cosa dicono gli scienziati
La risposta globale è in realtà assai meno allarmante di quanto suggeriscano le dimensioni. Secondo Paul Newman, responsabile scientifico delle ricerche NASA sull’ozono, negli ultimi anni il fenomeno tende a comparire più tardi, segnale di un progressivo recupero. I palloni sonda hanno rilevato un minimo di 105 unità Dobson, contro le 92 del 2006: estensione e intensità non coincidono.
E senza la riduzione dei gas dannosi il buco del 2026 avrebbe potuto essere ancora più esteso.
Merito soprattutto del Protocollo di Montréal del 1987, che ha avviato l’eliminazione delle sostanze responsabili della distruzione dell’ozono. I livelli di cloro di origine antropica nella stratosfera antartica sono diminuiti sensibilmente rispetto ai picchi degli anni Ottanta.
Non significa, naturalmente, che il problema sia risolto. Le sostanze già disperse nell’atmosfera possono persistere per decenni e, secondo le previsioni scientifiche, il recupero completo sopra l’Antartide richiederà tempo, probabilmente fino agli anni Settanta di questo secolo. La sorveglianza, dunque, resta fondamentale.