Ogni settimana beviamo 5 gr. di plastica attraverso l'acqua: cosa devi sapere

Le microplastiche sono una realtà sempre presente sulle nostre tavole: andiamo oltre l'allarmismo e scopriamo quante ne ingeriamo ogni settimana.

5 Febbraio 2024
Giuseppe Guarino

Giuseppe Guarino

Giornalista

Ph(D) in Diritto Comparato e processi di integrazione e attivo nel campo della ricerca, in particolare sulla Storia contemporanea di America Latina e Spagna. Collabora con numerose testate ed è presidente dell'Associazione Culturale "La Biblioteca del Sannio".

Fonte: 123RF

L’acqua in bottiglia di plastica nasconde una realtà sempre più inquietante al di là del suo impatto ambientale. Sebbene l’impatto ambientale dell’uso e dello smaltimento delle bottiglie di plastica sia ampiamente discusso, i risultati di uno studio recente condotto negli Stati Uniti rivelano una verità ancora più allarmante: il consumo di acqua in bottiglia rischia introdurre quantità significative di plastiche nel nostro organismo, con conseguenze potenzialmente dannose. È importante notare che, mentre in tanti potrebbero spaventarsi riguardo all’acqua minerale naturale in vendita nei nostri supermercati, Mineracqua ha fatto chiarezza sulla questione, specificando che si tratta principalmente di “bottled waters”, ovvero di acqua trattata e imbottigliata. Lo studio, quindi, non riguarda l’acqua minerale naturale comunemente consumata in Italia. Ad ogni modo, i dati di un’altra ricerca mostrano che ogni settimana mangiamo circa 5 grammi di microplastiche, praticamente una carta di credito, proveniente sia dall’acqua che dall’alimentazione, sottolineando l’urgente necessità di affrontare questa problematica.

Microplastiche e nanoplastiche nell’acqua in bottiglia: lo studio

Andiamo con ordine e partiamo dal principio. Uno studio condotto dalla Columbia University ha gettato luce su una realtà inquietante: un litro d’acqua in bottiglia può contenere fino a 370.000 minuscole particelle di plastica, con una media di circa 240.000 particelle. Questi risultati rivelano un’ingestione di plastica che supera di gran lunga le stime precedenti, aprendo a scenari preoccupanti per la salute umana e l’ecosistema.

Per individuare e quantificare questi frammenti di plastica, i ricercatori si sono avvalsi di una tecnica all’avanguardia chiamata microscopia di diffusione Raman stimolata. Questa metodologia, che impiega laser vibranti, ha rivelato che il 90% delle particelle rilevate erano nanoplastiche, particelle con dimensioni inferiori a 1 micrometro.

Nanoplastiche: la minaccia microscopica

Sono proprio le nanoplastiche, essendo le particelle più piccole, a sollevare le maggiori preoccupazioni. Con dimensioni inferiori a 1 micrometro, lo studio riporta che queste particelle hanno la capacità di penetrare facilmente le barriere biologiche, incluso l’intestino e persino la placenta, mettendo a rischio la salute fetale. Inutile dire che questa scoperta solleva una serie di nuove domande sulla sicurezza dell’acqua in bottiglia e sul suo impatto sulla salute umana a lungo termine.

Tra i materiali plastici più comuni identificati nelle analisi dello studio americano, spicca il polietilene tereftalato (PET), tuttavia, il nylon, proveniente probabilmente dai filtri utilizzati durante il processo di purificazione dell’acqua, è emerso come il materiale più presente nell’acqua in bottiglia. Inoltre, sono stati individuati il polistirene, il polivinilcloruro e il polimetilmetacrilato, rivelando la complessità e la diversità delle fonti di contaminazione presenti nelle bottiglie di plastica.

Mineracqua fa chiarezza sullo studio: non si tratta di acqua minerale naturale, ma di “bottled waters”

Sulla questione, in seguito al panico generatosi un po’ ovunque, è intervenuta Mineracqua, la Federazione Italiana delle Industrie delle Acque Minerali Naturali e delle Acque di Sorgente. Che ha segnalato come lo studio sia stato condotto solo sulle “bottled waters” americane.

Non si tratta quindi di acque minerali naturali in commercio in Italia ma di acque potabili trattate e imbottigliate.

Infatti, il maggior numero di nanoplastiche rinvenute nelle bottled waters sono originate dall’utilizzo della sostanza Poliammide impiegata per i trattamenti dell’acqua potabile. La disciplina europea vieta tassativamente questo genere di trattamento per le acque minerali“, precisa Mineracqua. Che aggiunge: “Piuttosto, dovremmo approfondire e riflettere sulle acque trattate somministrate nei ristoranti e/o utilizzate nelle abitazioni attraverso apparecchi di filtrazione che utilizzano filtri di plastica“.

E poi, nel suo comunicato, conclude: “Del più ampio tema delle micro e nanoplastiche, non solo nell’acqua, si sta occupando l’Organizzazione Mondiale della Sanità per la verifica dell’impatto sulla salute umana. Le principali evidenze raccolte sin qui consentono, comunque, all’OMS di ritenere come maggiori cause della presenza di microplastiche lo scarico delle lavatrici che hanno lavato tessuti sintetici (ad esempio pile) e lo sfregamento degli pneumatici“.

Ogni settimana mangiamo 5 grammi di microplastiche, praticamente una carta di credito

Ad ogni modo, la consapevolezza riguardo all’ingestione di microplastiche sta emergendo come una delle sfide più urgenti per la salute umana oltre che per l’ambiente. Una recente ricerca ha rivelato che ogni settimana ingeriamo circa 2000 minuscoli frammenti di plastica, pari a 5 grammi, l’equivalente di una carta di credito.

Lo studio ‘No Plastic in Nature: Assessing Plastic Ingestion from Nature to People‘, condotto dalla University of Newcastle di Sydney e commissionato dal WWF, ha analizzato dati provenienti da oltre 50 ricerche precedenti. I risultati hanno messo in luce la pervasività dell’ingestione di microplastiche nella dieta umana, sottolineando la necessità di azioni urgenti per affrontare questo problema globale.

Secondo lo studio, a maggior parte delle particelle di microplastica (di dimensioni inferiori ai 5 millimetri) vengono da noi ingerite attraverso l’acqua potabile, sia proveniente dalle bottiglie che dai rubinetti. Questa forma di inquinamento è diffusa in tutto il mondo, con la microplastica che parte dalle acque di superficie e si infiltra nelle falde sotterranee. Alimenti come frutti di mare, birra e sale presentano alcuni dei livelli più elevati di microplastica registrati.

Quali sono gli effetti dell’ingestione di tutta questa plastica sul nostro organismo?

La diffusione delle microplastiche, sia negli organismi acquatici che nell’acqua potabile, solleva ormai da tempo una serie di interrogativi cruciali sulla salute umana. Mentre un tempo i timori si concentravano principalmente sulla contaminazione dei prodotti ittici, l’attenzione si è ora spostata verso le nanoplastiche presenti nelle bottiglie d’acqua, suscitando preoccupazioni su come la plastica possa influenzare il nostro organismo.

L’effetto delle microplastiche sulla salute umana è ancora poco chiaro, ma preoccupante. I polimeri plastici sono generalmente considerati chimicamente inerti e non tossici, tuttavia, le dimensioni ridotte e l’alta superficie delle micro e nanoplastiche conferiscono loro una maggiore reattività rispetto ai composti da cui originano, potenzialmente dannose per gli organismi.

Come abbiamo già accennato, le micro e le nanoplastiche possono attraversare le barriere biologiche dell’organismo umano, come l’intestino, la barriera ematoencefalica e persino la placenta. Questo può causare danni diretti, specialmente agli apparati respiratorio e digerente, poiché sono i primi punti di contatto con le microplastiche.

Le microplastiche possono contenere contaminanti chimici come i plasticizzanti (ftalati, bisfenolo A) e contaminanti persistenti come i ritardanti di fiamma bromurati e i policlorobifenili. Queste sostanze, alcune delle quali sono interferenti endocrini, possono provocare danni al sistema endocrino, compromettendo la riproduzione e il metabolismo sia nei neonati esposti durante la gravidanza sia negli adulti esposti precocemente nella vita.

Le microplastiche possono inoltre fungere da veicolo per microrganismi patogeni. Batteri come Escherichia coli, Bacillus cereus e Stenotrophomonas maltophilia sono stati rilevati all’interno delle microplastiche raccolte in varie parti del mondo, suggerendo che queste particelle possono trasportare e diffondere agenti patogeni attraverso l’ambiente acquatico.

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