Chi è Marko Pjaca, la vita segreta del talento croato

Ritratto inedito del talento croato che ha catturato l'attenzione dei tifosi

Fonte: Getty Images

Marko Pjaca è uno dei protagonisti della prossima sfida in Champions League della Juventus. Ha ricoperto il ruolo, mai sgradevole, di giocatore conteso durante e la vigilia e il pieno della sessione di calciomercato grazie al suo talento cristallino dove di estro, genialità quasi si evitano. Inevitabile che cresca l’interesse, l’attenzione, anche le aspettative nei confronti di un attaccante appartenente alla nuova leva calcistica croata e che La Gazzetta dello Sport gli dedichi un ritratto teso a cogliere aspetti inediti della sua vita, prima che approdasse alla Juventus.

“Incredibile, lo ha colpito venti volte di fila”. Pjaca ha qualcosa che vanta una componente – forse prematura – di leggendario, Arriva da Borovje, casermoni popolari ed edilizia residenziale: cattolici e musulmani giocano a calcio gomito a gomito poco distante dal centro di Zagabria.

Pjaca viene descritto esattamente come un predestinato: “Quando facevamo le partitelle tutti lo volevano in squadra”, racconta un amico di infanzia. Non può dimenticarsi, però, di quella scommessa a nove anni: “Si era giocato un gelato, diceva che avrebbe colpito il palo da metà campo venti volte”. L’esito ve lo lasciamo immaginare, perché è ovvio.

Mamma Visnja, professione medico, non intende assumere un ruolo nella notorietà del figlio. Nella scuola elementare, si legge, ricordano un bimbo vispo con una palla in mano e quei 5 in pagella, voto massimo da queste parti, restano agli atti. Accanto svetta una bella moschea, l’unica di Zagabria, la più grande in Croazia. Poi, a due passi dal Nur, società calcistica della comunità araba, ecco il campo dello Zet, acronimo di Zagrebacki elektricni tramvaj, squadra operaia dei ferro-tramvieri della città.

È stata la prima squadra di Pjaca, quella da cui è partito bambino per unirsi alla Dinamo e a cui è tornato ragazzo prima di spiccare il volo. Appeso sulla porta in sede, un decalogo di massime che i giovani devono mandar giù a memoria. Ce n’è una che sa tanto di Juve, quasi un segno del destino: “Il vincitore ha sempre un piano, il perdente sempre una scusa”. Adesso allo Zet non se la passano bene e il custode non vede da tempo un altro fenomeno: “Sono bravi i nuovi, ma Marko era unico”, racconta tra un sorso e l’altro.

Alla Dinamo le strutture per allenarsi sono di un altro livello: d’altronde la gloriosa tradizione del calcio balcanico passa anche da qui. Zoran Joksovic, primo tecnico delle giovanili, l’ha allenato per due anni, stagione 2006-07 e 2007-08, e ci ha messo 5 minuti per dargli la fascia: “Era capitano, miglior giocatore e capocannoniere, ma in generale un bimbo modello: ascoltava, capiva, non rispondeva all’autorità e questo l’ha imparato in famiglia”.

“La cosa che mi ha colpito di Marko da piccolo – aggiunge Joksovic – è che non piangeva mai. Nemmeno quando le cose andavano male”. Pare che anche questo sia figlio di una rigida educazione sportiva: “La mamma era nazionale di judo, il padre di lotta: gli hanno insegnato il valore dell’allenamento”.

Marko è un ragazzo di buona famiglia. Gli insegnanti allo Sportska Gimnazija, liceo sportivo nel quartiere Tresnjevka, lo ricordano per la concretezza, la disciplina. “Avete presente un calciatore? Lui è l’esatto opposto. Quando era già in prima squadra, gli dissi “comprati un’auto grande”. E lui mi rispose: “Non mi serve””, ricorda Sasa Ivanisevic, suo professore di educazione fisica.

“Era attento in classe e con le ragazze un veleno…”, svela Branka Pavlic, l’insegnante di italiano al liceo del giovane juventino. Si spende in elogi: “Diventerà un campione ammirato in tutto il mondo, ma si iscriverà giustamente all’Università”.

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