Il suo soprannome ha un tono che basta già a renderlo inquietante: “Ghiacciaio dell’Apocalisse”. In Antartide occidentale, il Thwaites continua a perdere massa e a ritirarsi a ritmi preoccupanti, alimentando il timore di effetti catastrofici sul livello dei mari a livello globale. Le nuove ricerche, condotte da un team di glaciologi dell’Università della California a Irvine e del Jet Propulsion Laboratory della NASA, indicano che i modelli climatici utilizzati finora potrebbero aver sottovalutato la velocità del suo arretramento. Il riscaldamento e l’interazione con l’oceano rischiano di accelerare bruscamente la fusione, aprendo scenari critici per le coste di tutto il mondo.
- Perché il Thwaites è chiamato il “ghiacciaio dell’Apocalisse”
- Cosa succede sotto l’oceano
- I rischi futuri
- Conseguenze per le coste e le città di tutto il mondo
Perché il Thwaites è chiamato il “ghiacciaio dell’Apocalisse”
Il ghiacciaio Thwaites si trova in Antartide occidentale ed è considerato uno dei principali sorvegliati speciali del cambiamento climatico. Non è un ghiacciaio qualunque: ha dimensioni enormi, paragonabili a quelle della Florida, e il suo comportamento può incidere sugli equilibri dell’intero sistema glaciale antartico. La sua perdita di massa contribuisce già attualmente per circa il 4% all’innalzamento globale del livello del mare. Per queste ragioni è stato ribattezzato “Doomsday Glacier”, ovvero “Ghiacciaio dell’Apocalisse”.
Il motivo dell’allarme è legato all‘immensa quantità di ghiaccio custodita nel suo bacino: se il suo collasso dovesse compiersi, il livello globale del mare potrebbe aumentare di oltre 60 centimetri. Una cifra che diventerebbe devastante per le città costiere, le isole a fior d’acqua, i porti e per centinaia di milioni di persone. Inoltre, il Thwaites svolge un’importante funzione di contenimento nei confronti delle masse glaciali retrostanti: un suo cedimento strutturale potrebbe innescare una reazione a catena favorendo il collasso dell’intera calotta antartica occidentale, con un potenziale innalzamento dei mari stimato nell’ordine di diversi metri.
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Cosa succede sotto l’oceano
Per comprendere le dinamiche del ghiacciaio, la ricerca scientifica ha esplorato le sue profondità nascoste da molteplici prospettive. Un team internazionale ha impiegato Rán, un veicolo robotico sottomarino dotato di sensori avanzati, riuscendo a mappare un’area del fondale marino davanti al ghiacciaio grande quanto la città di Houston.
Sul fondale, a circa 800 metri di profondità, il robot ha individuato strutture a forma di cresta lasciate dal movimento del ghiaccio. Integrando questi dati con i modelli delle maree, gli studiosi hanno scoperto che in un periodo degli ultimi due secoli (durato meno di sei mesi) il ghiacciaio si è ritirato a una velocità superiore a 2 chilometri all’anno: un ritmo più che doppio rispetto a quello registrato via satellite tra il 2011 e il 2019.
A questo quadro si aggiungono le recenti scoperte pubblicate sulla rivista Nature Communications. Gli scienziati dell’UC Irvine e del JPL della NASA si sono concentrati sulla linea di ancoraggio, ossia il punto preciso in cui il ghiacciaio smette di poggiare sul fondale marino e comincia a galleggiare formando una piattaforma di ghiaccio.
Mentre in passato i modelli consideravano questa linea come un confine rigido e statico, le recenti analisi mostrano la presenza di una fascia dinamica esposta al fenomeno del pompaggio mareale. L’acqua oceanica relativamente calda penetra al di sotto del ghiacciaio e si ritira a seconda delle maree, provocando il sollevamento e l’abbassamento della massa glaciale e accelerandone la fusione dal basso.
«Abbiamo riconosciuto una configurazione diversa da quella ipotizzata in precedenza sotto i principali ghiacciai continentali che terminano in mare», spiega Mattia Poinelli, autore principale dello studio e ricercatore che ha condotto il lavoro presso l’Università della California a Irvine.
I rischi futuri
Incorporando il meccanismo del pompaggio mareale nei modelli predittivi – anche senza ipotizzare un ulteriore aumento del riscaldamento globale – le proiezioni sono diventate decisamente più severe. Lo studio indica che il solo contributo del Thwaites all’innalzamento del livello del mare potrebbe raggiungere i 3 centimetri entro il 2100, ossia circa il doppio rispetto alle stime precedenti.
A complicare la situazione interviene la conformazione geologica del fondale marino, che digrada verso l’interno dell’Antartide. Questo pendio negativo rischia di favorire un arretramento auto-alimentato: man mano che il ghiaccio arretra, l’acqua calda trova spazio per penetrare sempre più in profondità.
Attualmente, il movimento del Thwaites è frenato da due rilievi sottomarini. Tuttavia, uno di questi ostacoli chiave — noto come cresta di Mouginot — rischia di essere superato a breve. Le simulazioni evidenziano che la fusione accelerata nella zona di ancoraggio sta staccando il ghiacciaio da questa struttura, con una probabilità del 60% che Thwaites perda completamente il contatto con la cresta entro il 2100. Se questo freno naturale dovesse cedere, il ghiacciaio scivolerebbe rapidamente lungo il pendio verso l’interno.
Conseguenze per le coste e le città di tutto il mondo
Sebbene il Thwaites si trovi a migliaia di chilometri dai centri abitati, il suo scioglimento avrà ripercussioni dirette su scala planetaria. Un contributo aggiuntivo di 3 centimetri al livello dei mari può sembrare contenuto, ma rappresenta una variazione di fondo determinante se sommata all’azione di alte maree, mareggiate ed eventi meteo estremi.
«I nostri risultati indicano che, nei prossimi decenni, il rischio di inondazioni costiere e il numero di persone esposte potrebbero essere maggiori di quanto previsto finora», sottolinea Eric Rignot, coautore dello studio e professore di scienze del sistema Terra all’UC Irvine.
Per le comunità costiere planetarie, un simile ritmo di ritiro si tradurrà in una maggiore erosione delle spiagge, infiltrazioni salmastre nelle falde acquifere, gravi danni alle infrastrutture portuali e la necessità di investire risorse sempre più ingenti in opere di adattamento e difesa del litorale.