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«Il mondo finirà tra poche settimane»: la profezia apocalittica dello scienziato che aveva previsto il futuro dell’IA

Una ricerca del 1960 fissava nel 2026 un punto limite per l’umanità. Oggi quella previsione torna a far discutere per un motivo inquietante.

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Giuseppe Guarino

Giuseppe Guarino

Giornalista

Ph(D) in Diritto Comparato e processi di integrazione e attivo nel campo della ricerca, in particolare sulla Storia contemporanea di America Latina e Spagna. Collabora con numerose testate ed è presidente dell'Associazione Culturale "La Biblioteca del Sannio".

C’è una data precisa, cerchiata sul calendario di chi già conosce la profezia: 13 novembre 2026. È il giorno in cui, secondo una vecchia previsione tornata improvvisamente virale, l’umanità avrebbe dovuto raggiungere un punto limite. A rendere la storia ancora più inquietante c’è il nome di uno degli autori dello studio, uno scienziato che decenni dopo ha formulato anche delle riflessioni sorprendentemente attuali sui rischi legati all’intelligenza artificiale.

La profezia del 1960: la data dell’“apocalisse” è il 13 novembre 2026

Andiamo con ordine e partiamo dal principio. Tutto nasce nel 1960, quando la prestigiosa rivista scientifica Science pubblicò uno studio firmato da Heinz von Foerster, Patricia M. Mora e Lawrence W. Amiot, tre studiosi legati all’Università dell’Illinois. I ricercatori analizzarono l’andamento della popolazione e individuarono una crescita esponenziale che, proiettata nel futuro, portava a un punto limite proprio venerdì 13 novembre 2026.

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Il ragionamento non riguardava asteroidi, guerre nucleari o catastrofi naturali. Lo scenario era legato alla sovrappopolazione: secondo il loro modello matematico, la Terra avrebbe finito per raggiungere una capacità massima incompatibile con un’ulteriore crescita dell’umanità. All’epoca sul pianeta vivevano circa tre miliardi di persone; oggi la popolazione globale è salita a circa 8,3 miliardi.

Insomma, non una “fine del mondo” nel senso cinematografico del termine, ma il punto estremo di una proiezione demografica che, a distanza di oltre sessant’anni, è tornata a far discutere.

Lo scienziato che aveva lanciato l’allarme sull’intelligenza artificiale

A rendere la vicenda ancora più suggestiva è soprattutto Heinz von Foerster, morto nel 2002. Nel 1995 lo scienziato parlò infatti anche di intelligenza artificiale, quando chatbot e assistenti digitali erano ancora lontanissimi dalla quotidianità di milioni di persone.

Von Foerster metteva in guardia da un errore preciso: attribuire alle macchine un modo di “pensare” equivalente a quello umano. Il fatto che un sistema possa svolgere compiti apparentemente intelligenti, sosteneva, non significa che possieda una vera intelligenza paragonabile alla nostra. Considerava anzi pericoloso confondere le due cose.

Oggi, con persone che utilizzano l’IA anche per compagnia, conversazioni personali e persino relazioni affettive con i chatbot, quelle parole suonano decisamente più contemporanee. Ed è proprio questa coincidenza ad aver riportato attenzione anche sulla sua vecchia previsione apocalittica.

Il mondo finirà davvero? Cosa non torna nella profezia

Naturalmente, non esistono prove che il mondo finirà il 13 novembre. La previsione del 1960 nasceva dall’estensione matematica di una particolare curva demografica, non dall’individuazione di un evento catastrofico destinato realmente a verificarsi.

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Le proiezioni attuali, infatti, raccontano uno scenario completamente diverso: la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere circa 10,3 miliardi di persone verso la metà degli anni Ottanta di questo secolo, per poi iniziare a diminuire.

Il timore che l’umanità possa crescere più velocemente delle risorse disponibili è comunque molto più antico. Già nel 1798 l’economista Thomas Malthus immaginava una popolazione destinata a superare la capacità della Terra di produrre cibo. Finora, però, innovazioni agricole e tecnologiche hanno continuamente modificato quelle previsioni.

La data del 13 novembre resta quindi soprattutto il risultato inquietante di un modello elaborato oltre mezzo secolo fa. Ma il fatto che uno dei suoi autori avesse intuito con largo anticipo alcune delle domande che oggi ci poniamo sull’IA basta a rendere questa vecchia “profezia” decisamente più affascinante.

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