Il permafrost è una delle grandi incognite della crisi climatica. A prima vista sembra solo terreno ghiacciato, una parte remota e silenziosa del paesaggio artico. In realtà è un enorme deposito naturale di carbonio, rimasto intrappolato per migliaia di anni nel suolo congelato. Il problema è che quel freezer naturale sta diventando sempre meno stabile.
Con l’aumento delle temperature, il permafrost si scioglie, si deforma, cede e libera materia organica rimasta bloccata nel ghiaccio. Quando questa materia comincia a decomporsi, può rilasciare anidride carbonica e metano, due gas serra capaci di alimentare ulteriormente il riscaldamento globale. È per questo che molti scienziati parlano di una “bomba climatica”: non esplode in un attimo, ma può rendere molto più difficile contenere l’aumento delle temperature.
Perché il permafrost è così importante
Il permafrost non riguarda soltanto l’Artico più remoto. Terreni permanentemente gelati si trovano anche in aree di alta montagna, dove il disgelo può interessare quote elevate, anche intorno ai 3000 metri. Questo rende il fenomeno ancora più concreto: non è una questione lontana, ma un cambiamento che può toccare ecosistemi, infrastrutture, versanti e territori abitati.
Secondo gli esperti, il punto più preoccupante è che il permafrost rischia di alterare i calcoli sulle emissioni future. Le stime climatiche tradizionali, infatti, possono sottovalutare il contributo dei gas serra liberati dal suolo in disgelo. In alcuni scenari, l’effetto del permafrost potrebbe portare a emissioni molto più alte del previsto, con incrementi indicati fino al 202% in determinati contesti di analisi.
Più il pianeta si scalda, più il permafrost si scioglie; più il permafrost si scioglie, più vengono rilasciati gas serra; più gas serra finiscono in atmosfera, più il riscaldamento accelera. È un circolo vizioso che gli scienziati osservano con crescente attenzione.
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Cosa può accadere se il disgelo accelera
Nelle regioni artiche, il cedimento del suolo può danneggiare strade, case, oleodotti, piste di atterraggio e interi villaggi costruiti su terreni che un tempo erano stabili. Dove il ghiaccio sotterraneo si scioglie, il terreno può sprofondare o trasformarsi in zone fangose e instabili.
C’è poi il rischio per gli ecosistemi. Il disgelo modifica laghi, paludi, corsi d’acqua e habitat naturali, cambiando l’equilibrio di piante, animali e comunità locali. Alcuni paesaggi possono trasformarsi in modo rapido, rendendo più difficile adattarsi. La parte più delicata resta però quella climatica: se il permafrost libera grandi quantità di metano e CO2, gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale diventano più difficili da raggiungere. Non significa che tutto sia già perduto, ma che ogni decimo di grado conta.
Il permafrost è pericoloso proprio perché lavora continuamente e in modo ininterrotto sotto la superficie. Non ha l’impatto immediato di un incendio o di un’alluvione, ma può cambiare lentamente i conti del clima globale. Ridurre le emissioni resta quindi il modo principale per rallentare il disgelo e limitare il rilascio di gas serra. La bomba climatica del permafrost non è una scena da film catastrofico, anzi: è un processo reale, già in corso, che, se non viene affrontato in tempo, può rendere il futuro più caldo e più instabile.