Che cosa è la tripofobia

La tripofobia provoca sintomi non riconosciuti dalla medicina, è la fobia per i buchi. Ultima ad entrare in questa categoria

Fonte: Wikipedia

L’ultima fobia temporalmente classificata come tale, a partire dal 2005, è la tripofobia, meglio conosciuta come “paura dei buchi”. È una fobia di così recente scoperta che, secondo qualcuno, non sarebbe affatto reale, bensì frutto della suggestione provocata dalle chiacchiere sui social e dalla velocità di circolazione delle informazioni che questi consentono.

La tripofobia è la paura o il senso di ansia immotivato suscitato dalla visione di materiali o di schemi a buchi, naturali o artificiali che siano. Le origini sembrano risiedere proprio nel web: nel 2003 iniziò a circolare una catena e-mail con la foto di un fiore che sbucava dal seno di una donna la quale sarebbe tornata dal Sud America con larve nel corpo.

Da una bufala alla scoperta della fobia

La storia narrata si rivelò essere una falsa notizia ma di reale c’era l’orrore che suscitavano i molteplici buchetti. Trattandosi di fori sulla pelle del corpo di una persona, la fobia non sembrava comunque affatto immotivata o irrazionale. Il nome “tripofobia” fu coniato due anni dopo, a partire dal greco, dalla blogger irlandese Louise.

Le immagini responsabili di quella fobia rappresentano sia oggetti naturali, come alveari e fiori di loto, sia artificiali, come il cioccolato emulsionato e i tubi impilati. Ad oggi, gli studi sulla tripofobia ammontano a un numero davvero ridotto e secondo alcuni si tratterebbe, più che di una vera paura, di un disgusto che sarebbe conseguenza di una risposta evolutiva ai pericoli.

Le ipotesi della scienza

La tripofobia potrebbe dunque derivare da un’associazione inconsapevole dei motivi a buchi con gli animali velenosi oppure, secondo un’altra teoria, avanzata da un gruppo psicologi nel 2011, potrebbe trattarsi di una risposta istintiva alle caratteristiche visive dei motivi bucherellati. In questo caso, il disagio crescerebbe trovandosi di fronte al pericolo reale.

Nel marzo 2016, un articolo uscito su “The Conversation” riassume una teoria dello psicologo Arnold Wilkins: la fobia in questo caso nascerebbe dalla maggiore difficoltà, per il cervello, di elaborare immagini con pattern matematici. Senza uno scopo razionale, infatti, un lavoro del genere richiede comunque più ossigeno. Gli schemi di questo genere, di conseguenza, potrebbero provocare emozioni spiacevoli

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