Sono piccoli, scuri, sottili e leggermente concavi. Da ormai diversi mesi stanno comparendo sulla sabbia di tantissime spiagge italiane dopo le mareggiate, confondendosi con conchiglie, sassolini e altri frammenti portati dalle onde. I ritrovamenti, ormai segnalati in diverse località del nostro Paese, hanno acceso interrogativi sulla loro origine e sulle possibili conseguenze per il mare. Dietro il loro aspetto quasi innocuo si nasconde infatti un nuovo caso di inquinamento ancora da chiarire completamente. Ma cosa sono i dischetti neri che si trovano sulla riva?
- I dischetti neri che trovi sulla sabbia non sono giocattoli: servono a depurare le acque
- Dall’Adige alla Puglia, ma la fonte iniziale resta piuttosto incerta
- Perché i dischetti di plastica preoccupano gli ambientalisti
I dischetti neri che trovi sulla sabbia non sono giocattoli: servono a depurare le acque
I misteriosi oggetti sono supporti plastici impiegati negli impianti di trattamento delle acque reflue. Sono conosciuti come “carrier” e possono essere utilizzati nei sistemi MBBR (Moving Bed Biofilm Reactor). Realizzati generalmente in materiali resistenti come polietilene o polipropilene, offrono una superficie sulla quale crescono i microrganismi che contribuiscono a eliminare le sostanze inquinanti dall’acqua.
La loro forma, simile a una patatina o a un disco leggermente incurvato, è studiata per favorire lo sviluppo del biofilm e rendere più efficiente la depurazione. Il problema nasce quando questi componenti escono dagli impianti e raggiungono fiumi e mare. Da strumenti utili per la tutela ambientale si trasformano così in rifiuti plastici difficili da recuperare, anche perché sono in grado di viaggiare per migliaia di chilometri sospinti dalle correnti.
Dall’Adige alla Puglia, ma la fonte iniziale resta piuttosto incerta
Le prime segnalazioni consistenti risalgono al gennaio 2025, quando migliaia di dischetti comparvero a Rosolina Mare, vicino alla foce dell’Adige. Successivamente sono stati trovati a Chioggia, Sottomarina, Isola Verde, lungo il fiume nel territorio veronese, sui lidi ferraresi, sulla costa romagnola e finanche in Puglia. Il fenomeno sembra dunque interessare ormai un’ampia parte dell’Adriatico.
La loro provenienza esatta non è stata però accertata. Una delle ipotesi principali indica il possibile malfunzionamento di un depuratore situato nel bacino dell’Adige, tra Veneto e Trentino-Alto Adige. Sono state avanzate anche altre possibilità, dagli impianti costieri mal gestiti agli scarichi illegali. Al momento, tuttavia, mancano prove definitive. Comuni, agenzie ambientali, Capitaneria di porto e Guardia costiera hanno anche avviato delle verifiche, spinte dalle associazioni che chiedono maggiore trasparenza.
Perché i dischetti di plastica preoccupano gli ambientalisti
La quantità dei ritrovamenti fa temere una dispersione ancora attiva. Durante un monitoraggio effettuato secondo il protocollo ISPRA, su alcuni tratti campione di cento metri tra Chioggia e il Polesine sono stati contati complessivamente 87 dischetti. Le raccolte successive ne hanno individuati altri, insieme a pezzi di tubi e guaine plastiche di dimensioni simili.
Una volta in mare, la plastica può degradarsi lentamente in frammenti sempre più piccoli, entrare in contatto con gli organismi marini e accumularsi lungo coste, dune e foci. Rimuoverla manualmente è complicato e richiede il lavoro continuo dei volontari, che ogni settimana raccolgono centinaia di pezzi.
Il punto centrale non è soltanto pulire le spiagge, ma interrompere la dispersione alla fonte. Individuare l’impianto o l’attività responsabile permetterebbe di bloccare nuovi arrivi e prevenire altri danni. Finché l’origine resterà sconosciuta, quei piccoli dischi neri continueranno a essere il simbolo di un paradosso: materiali nati per depurare l’acqua che, finiti fuori controllo, contribuiscono a inquinarla.