C’è una new-entry nel mondo dell’esplorazione spaziale e nell’intero cosmo, un corpo celeste che già fa segnare un record che arriva dallo spazio profondo, per una scoperta appena rilanciata dalla NASA. Gli astronomi hanno infatti confermato la scoperta del pianeta più giovane mai identificato con sicurezza. Un risultato sorprendente, in grado di cambiare il modo in cui osserviamo la nascita dei sistemi planetari e a mettere alla prova alcune delle teorie più consolidate.
- Elias 2-24 b, il “baby pianeta” che ha meno di un milione di anni
- Come hanno fatto gli astronomi a scoprire il pianeta più giovane mai osservato
Elias 2-24 b, il “baby pianeta” che ha meno di un milione di anni
Andiamo con ordine e partiamo dal principio. Il “nuovo” pianeta si chiama Elias 2-24 b ed è un gigante gassoso con meno di un milione di anni. Una cifra enorme secondo i nostri parametri, ma praticamente insignificante su scala astronomica. Basti pensare che la Terra ha circa 4,5 miliardi di anni. Elias 2-24 b è quindi un vero e proprio neonato cosmico. Ed è il più giovane esopianeta confermato finora dagli astronomi.
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Il nuovo mondo si trova a circa 450 anni luce dalla Terra e orbita attorno alla giovane stella Elias 2-24. La sua massa è paragonabile a quella di Giove, ma il pianeta non ha ancora terminato di crescere: si trova immerso nel disco protoplanetario di gas e polveri che circonda la stella e continua ad accumulare materiale. Praticamente, è un adolescente.
Il primato è impressionante. Prima di questa conferma, i pianeti più giovani conosciuti avevano un’età superiore ai cinque milioni di anni. Elias 2-24 b ha quindi contribuito ad abbassare drasticamente il limite, offrendo agli scienziati qualcosa di rarissimo: la possibilità di osservare un pianeta praticamente mentre sta ancora nascendo.
Come hanno fatto gli astronomi a scoprire il pianeta più giovane mai osservato
La storia della scoperta di Elias 2-24 b comincia diversi anni fa. Le osservazioni realizzate con ALMA, in Cile, avevano individuato una lacuna nel disco di polveri che circonda la stella: una sorta di corridoio più povero di materiale, compatibile con il passaggio di un pianeta in formazione. Successivamente, il Very Large Telescope dell’ESO aveva rilevato nella stessa zona un debole punto luminoso.
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La conferma è arrivata riesaminando le osservazioni effettuate nel 2018 e nel 2020 e conservate negli archivi del Keck Observatory alle Hawaii, sostenuto dalla NASA. Attraverso il coronografo, in grado di schermare gran parte della luce della stella, gli astronomi hanno potuto seguire lo spostamento del piccolo punto luminoso nel tempo.
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Il suo movimento ha permesso di escludere che si trattasse di un semplice difetto nelle immagini o di una stella lontana visibile sullo sfondo. Elias 2-24 b si muove insieme al sistema: era davvero il pianeta che gli astronomi cercavano da anni.
A rendere questa scoperta ancora più interessante è la posizione di Elias 2-24 b. Il pianeta orbita a una distanza dalla propria stella pari a circa 55 volte quella che separa la Terra dal Sole. Ed è proprio qui che nasce il problema per i modelli tradizionali.
Le simulazioni indicano infatti che la formazione di un gigante gassoso simile a Giove dovrebbe richiedere circa cinque milioni di anni già alla distanza a cui Giove orbita dal Sole, e tempi ancora maggiori molto più lontano dalla stella. Elias 2-24 b, invece, sembra essersi sviluppato in meno di un milione di anni.
Studiarlo consentirà quindi di capire meglio quanto rapidamente possano crescere i giganti gassosi e quali meccanismi permettano loro di formarsi. Elias 2-24 b non è soltanto un record: è una sorta di laboratorio naturale che mostra agli astronomi una fase della vita dei pianeti normalmente nascosta da gas e polveri. E potrebbe aiutarci a ricostruire anche quello che accadde, miliardi di anni fa, durante la nascita del nostro Sistema Solare.