Immanuel Casto si racconta: "Adesso sono consenziente"

Inventore e re indiscusso del "Porn Groove", Immanuel Casto racconta i 14 anni di carriera che l'hanno reso consapevole e consenziente.

Il suo nome d’arte è Immanuel Casto (al secolo Manuel Cuni). E non è un caso.

Stiamo parlando dell’inventore del “Porn Groove”, un genere tutto suo in cui anche i video – rigorosamente ad alto tasso erotico – giocano un ruolo fondamentale. “Porn Groove 2004-2009” è anche il titolo del suo primo album, una raccolta uscita nel 2009 dopo le tantissime clip pubblicate su YouTube. Poi sarebbero seguiti altri tre dischi di inediti, tutti dai titoli piuttosto emblematici: “Adult Music” nel 2011, “Freak & Chic” nel 2013 e “The Pink Album” nel 2015. L’ultimo lavoro, “L’età del consenso”, è uscito da una manciata di settimane e tra l’altro è una raccolta. Il tour di presentazione di questo lavoro “nostalgico” è partito ieri sera dall’Alcatraz di Milano, per raggiungere a brevissimo i club delle principali città italiane. E – potete starne certi – saranno tutti live ad alto tasso di provocazione.

D’altra parte, Casto sulla provocazione ha costruito buona parte della sua carriera. «Ho usato la provocazione perché volevo essere ascoltato, perché ero arrabbiato»: parole sue. Ma non solo musica: nel 2017, con la sua società Freak & Chic, Casto ha aperto il primo Pornhub Temporary Store in Europa. Inoltre, è appena stato presentato al recente Lucca Comics & Games il primo gioco di carte ufficiale dedicato all’industria pornografica: “Red Light – A star is Porn®”. A firmarlo? Immanuel Casto, ça va sans dire. Insomma: musica, erotismo, provocazione. Sono questi gli ingredienti principali dell’arte di Immanuel Casto. Del suo personaggio. E siamo certi che sono gli stessi ingredienti che vedremo sui palchi durante questo tour.

Di recente Immanuel ci è passato a trovare e ne abbiamo approfittato per fare due chiacchiere con lui. 

Intervista a Immanuel Casto

Ho visto che sei appena tornato dal Lucca Comics: com’è andata?

E’ stata una bellissima esperienza, come sempre. Sarebbe piacevole anche da fruitore: per chi – come me – ama l’universo nerd il Lucca Comics è davvero il paradiso.  Viverla da professionista è molto appagante in quanto è l’occasione di incontrare pubblico in un contesto di celebrazione di quel tipo di cultura ed è anche molto gratificante per le vendite. Però allo stesso tempo è pesante: sono cinque giorni pieni più il giorno prima di allestimento. Intendiamoci: io non ho toccato uno scatolone, però comunque ero lì per sollevare gli spiriti.

Sei andato lì a presentare un gioco di carte, “Red Ligh, a star is porn”. In molti non conoscono questo tuo lato di autore di giochi da tavolo: quando ti sei appassionato a questa attività?

Hai perfettamente ragione, ci sono molte persone che giocano ai miei giochi ma non hanno la minima idea di chi sia l’autore. Io sono sempre stato appassionato di giochi, anche se sono diventato un game designer prima di avere effettivamente una preparazione in merito, un po’ lo stesso che mi è successo con la musica. E’ successo per caso: nel 2012 ho creato un gioco con l’umorismo che piace a me per giocarci con i miei amici e poi si è deciso di commercializzarlo, diventando in breve un top seller. Ripeto, non è diverso da quello che ho fatto con la musica. Diciamo che forse è più facile rompere delle regole se non le si conosce. Non è un caso che spesso gli esordi di un’artista siano dal punto di vista tecnico meno pregevoli, però abbiano una forte carica di sperimentazione, quel fascino della rottura.

Settimana scorsa si è parlato molto del rapper Salmo, che ha aperto un canale su Pornhub per promuovere il suo nuovo album in uscita. Tu sei stato il primo artista italiano a promuovere la tua musica su Pornhub.

 Sì, fu proprio una mia idea quella di coinvolgere Pornhub per il lancio di “Alphabet of love”.

 E quindi, come valuti il fatto che la discografia stia iniziando a strizzare l’occhio a questo tipo di piattaforme per promuovere gli artisti?

Non direi che la musica si sta interessando alla pornografia, ma che fondamentalmente la si stia iniziando ad inglobare in tutto ciò che fa parte dell’intrattenimento. Poi Pornhub, questo colosso canadese, ha delle policy in realtà estremamente stringenti per quanto riguarda la correttezza politica; ti faccio un esempio: la donna non deve mai apparire meno che consenziente, quindi al bando qualsiasi sostanza stupefacente, anche un bicchiere di vino.

Parliamo un po’ de “L’età del consenso”, uscito il 14 settembre. Innanzi tutto, come lo definiresti: un “Best Of”, un “Concept Album” o in qualche altra maniera?

Potremmo definirlo un “Best Of”, anche se non ho scelto questo titolo perché è un po’ sterile e in più – diciamolo – porta anche un po’ sfiga. E’ di fatto una raccolta dove celebro un percorso mio, ma anche quello che ha fatto con me chi mi segue, perché tutto è nato appunto da un divertissement molto sano, quella goliardia, quella provocazione fatta per dire no al moralismo, trasformata poi in un percorso più organico con delle prese di posizione quasi politiche. E per “politica” non intendo ciò che ha a che fare con la politica, ma ciò con cui la politica ha a che fare. In questo senso tutto è politico: gettare un fazzoletto sporco in un cestino anziché per terra è un gesto politico. Come sai, in questo senso mi interesso particolarmente del dibattito che ha a che fare con i cosiddetti diritti civili. Ovviamente c’è il riferimento al sesso: l’età del consenso in Italia – al netto di certe circostanze – è 14 anni. E c’è consenso quando stabiliamo che la persona è consapevole: quando ho iniziato a fare quello che facevo sicuramente mi divertivo molto, ma forse non ero del tutto consapevole. Adesso lo sono. Anche a livello di estetica ho cercato un’immagine che evidenziasse il contrasto tra i contenuti forti e questa purezza di fondo in termini d’intenti.

19 brani sono tanti, ma se pensiamo a 14 anni di carriera diventano addirittura pochi: che criteri di selezione hai adottato per scegliere i brani da includere?

Fondamentalmente ho scelto i brani più importanti e più noti. Ne ho scelti 19 ed è stata veramente una sofferenza, ce ne sarebbero molti di più. Tutti i brani inclusi sono singoli, ma ci sono molti singoli che non sono stati inclusi perché non c’era spazio. E’ stata una cernita dolorosa ma inevitabile.

Esiste anche una versione speciale de “L’età del consenso” dove al cd si aggiunge un DVD contenente 15 video musicali, a conferma del fatto che per te la parte visiva è molto importante, oserei dire determinante. Quanto tempo dedichi alla lavorazione del prodotto video?

 Molto, decisamente molto tempo. In realtà seguo in prima persona più il video che l’aspetto musicale dato che – di fatto – non sono un produttore musicale, mentre ho competenze di editing video. Arrivo già con delle idee precise: quando giro il video ho già un’idea del montaggio e quando poi mi ci metto ho una visione così precisa che sono una macchina da guerra. E’ un aspetto fondamentale quello visivo e per me lo è sempre stato: potrei quasi dire che io ho iniziato lavorando prima sulla forma che sul contenuto. Il contenuto poteva essere magari la provocazione, lo scardinare una forma di perbenismo. Però il lavoro più forte era proprio sulla forma ed era un lavoro necessario.

E’ appena partito dall’Alcatraz di Milano “L’età del consenso tour”. Che tipo di tour sarà?

 Anche questo sarà un “Greatest Hits Tour” che racconta un percorso, fondamentalmente una messa pop dove intendo mettere molto sia a livello di contenuti, che a livello di approccio musicale. Si passa dall’indie pop all’elettronica, dalla dance più spinta a pezzi più rockeggianti: tengo molto alla dinamica. Certo, è un concerto, ma lo vivo più come uno spettacolo: ci saranno anche interventi che potremmo definire di stand up comedy. Il ritmo per me è molto importante e mi piace che la gente se ne vada sentendo che si è divertita ma che ha anche ricevuto qualcosa.

Qualche settimana fa abbiamo fatto due chiacchiere anche con Fabio Canino, con cui hai scritto “Da grande sarai frocio”, che affronta con ironia e risolutezza il tema della scoperta della sessualità. Gli ho posto una domanda, che rifaccio anche a te: pensi che la musica – in generale, non la tua – dovrebbe occuparsi di più dei diritti civili di quanto faccia effettivamente oggi?

 Non direi che un’artista ha il dovere di parlare di diritti civili, io rimango per la massima di Oscar Wild secondo cui non esistono libri buoni o cattivi, morali o immorali, ma solo libri scritti bene e scritti male. L’arte io la esonero da questi doveri, però credo che chi ha questo tipo sensibilità abbia il dovere di raccontare quello che sente e lo deve fare attraverso l’arte. Stimo molto anche chi lo fa come individuo, rischiando, mettendosi in gioco e usando la voce e la visibilità che si ritrova, soprattutto se lo fa in modo costruttivo. Per quanto riguarda l’arte, i pezzi con la morale fanno notoriamente schifo. Vanno benissimo per vincere un festival: “ah che bravo, ha fatto la canzone su…”. Nessuno quando ascolta una canzone vuole assistere ad un comizio, quand’anche fosse su temi di cui è d’accordo, perché altrimenti andrebbe ad un comizio. Nessuno quando guarda un film vuole di fatto assistere ad uno spot elettorale o avere l’impressione di leggere un articolo, altrimenti leggerebbe un articolo. Quegli stessi contenuti possono essere espressi e se un’artista è sensibile ad una determinata causa, sentirà il dovere di esprimerli. Ma  come lo si fa? Con le emozioni, con l’emotività, è lì che l’arte veramente si esprime. Ed è – anzi – l’unico luogo in cui è giusto farlo. L’arte esprimerà quel concetto con la rabbia, parlando di tristezza, facendo divertire, raccontando la paura che sente, insomma: con tutte le emozioni possibili. Al contrario, queste non vanno utilizzate nella politica. Quindi, per rispondere alla tua domanda: penso che gli artisti lo faranno sempre di più, ma lo faranno a loro modo, attraverso la loro visione personale.

Immagino tu ti sia scontrato più volte con la censura nella tua carriera, ma c’è stata una volta in cui hai pensato di alzare le mani in segno di resa?

Ci vuole pazienza, ci vuole tanta pazienza. In generale a me non interessa distruggere i nemici, mi interessa farmeli alleati. Gran parte di coloro che considero adesso miei alleati – anche gli stessi media partner – all’inizio hanno avuto con me un approccio conflittuale. In quei casi certo ci si difende, si mette a nudo un’azione quando la si ritiene sbagliata, ingiusta e censoria, però una volta che ci si intende, il bello è iniziare a lavorare insieme. Molti – pensando magari di farmi sentire compreso – hanno cercato in questi anni di presentarmi come un martire. A me non piace che mi si ponga come una vittima, perché non mi considero una vittima: io sono grato di quello che ho potuto fare. Di fronte ad un no, non mi va di uno scandalo. Inizio semplicemente a ragionare come se da qui ad un anno l’interlocutore cambiasse idea e inizio a dialogare con gli altri come se quella persona avesse già cambiato idea. Da qui ad anno, quella persona avrà cambiato idea. Ti assicuro che funziona.

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