Regalare soldi ai propri figli con un bonifico bancario può sembrare il gesto più pratico e semplice del mondo: si apre l’app della banca, si inserisce l’importo e via. Eppure proprio lì, nella causale, si può nascondere l’errore che può trasformare un aiuto familiare in una seccatura fiscale non da poco. Scrivere male quella riga, o lasciarla troppo vaga, può infatti attirare i controlli del fisco e costringere a dare spiegazioni anche dopo anni.
- Bonifico ai figli: perché la causale conta così tanto
- La tassa dell’8% sui bonifici ai figli: cosa riguarda davvero
- Importi, notaio e documenti da conservare
Bonifico ai figli: perché la causale conta così tanto
Andiamo con ordine e partiamo dal principio. Quando un genitore decide di aiutare un figlio con un bonifico, magari per l’affitto, l’università, l’acquisto della prima casa o una spesa improvvisa, non sta creando automaticamente un reddito tassabile. Un regalo o un prestito tra familiari, infatti, non è di per sé uno stipendio né un compenso soggetto a imposizioni fiscali. Il punto, però, è riuscire a dimostrarlo se un domani l’Agenzia delle Entrate dovesse chiedere chiarimenti.
La causale serve proprio a questo: raccontare, in poche parole, perché quei soldi si stanno spostando da un conto all’altro. L’errore da non fare è usare formule generiche come “soldi”, “aiuto”, “versamento” o, peggio ancora, parole che possono ricordare un rapporto di lavoro, come “paga”, “fattura”, “compenso”. In quel caso il Fisco potrebbe chiedersi se dietro il bonifico ci sia un reddito non dichiarato.
Meglio essere semplici ma precisi utilizzando voci come “Regalo per laurea di Marco”, “Aiuto per affitto e spese universitarie”, “Contributo dei genitori per acquisto prima casa”. Non serve scrivere un romanzo, ma la causale deve essere abbastanza chiara da non lasciare spazio a equivoci.
La tassa dell’8% sui bonifici ai figli: cosa riguarda davvero
In questi giorni sta venendo fuori un caso che riguarda una madre che aveva trasferito alla figlia 8,2 milioni di euro, utilizzando fondi detenuti all’estero. L’operazione era stata presentata come prestito infruttifero, ma i giudici non hanno trovato prove di un vero obbligo di restituzione.
Con l’ordinanza n. 15315 del 20 maggio 2026, la Cassazione ha quindi riconosciuto una liberalità, ossia un arricchimento gratuito, confermando l’imposta dell’8% richiesta dal Fisco.
Questo non significa che ogni bonifico familiare venga tassato all’8%. La norma, contenuta nel d.lgs. 346/1990, è stata ritoccata dal d.lgs. 139/2024. L’articolo 56-bis del Testo unico sulle successioni e donazioni riguarda le liberalità diverse dalle donazioni formali che emergono dalle dichiarazioni dell’interessato durante l’accertamento di altri tributi. In tale situazione, l’8% si applica soltanto alla parte che supera la franchigia. Conta ciò che emerge dalle dichiarazioni, anche quando non si utilizza espressamente la parola «donazione».
Importi, notaio e documenti da conservare
Non esiste un limite fisso che impedisca a un genitore di trasferire denaro al figlio. Nella disciplina ordinaria delle donazioni tra genitori e figli resta la franchigia di un milione di euro per ciascun beneficiario: oltre questa soglia, l’aliquota è del 4% sull’eccedenza. Un trasferimento di 20mila o 50mila euro non comporta quindi automaticamente un’imposta.
La questione fiscale, però, va distinta dalla forma della donazione. Quando il denaro regalato non è di modico valore, serve l’atto pubblico notarile. Il valore «modico» dipende dal patrimonio di chi dona: non esiste una soglia uguale per tutti.
Da evitare anche il frazionamento artificioso in tanti bonifici ravvicinati; diverso è il contributo periodico per l’affitto, coerentemente descritto nella causale.
Conviene infine conservare estratti conto, contratti d’affitto, documenti universitari, rogiti, mutui e atti collegati all’acquisto della casa. Una causale precisa aiuta a ricostruire l’operazione in caso di controlli, ma non sostituisce i documenti né gli eventuali adempimenti richiesti.