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La Cina lancia l'allarme sulla Terza guerra mondiale contro l'Australia: dobbiamo preoccuparci?

Non è guerra, ma un segnale pesante: il test missilistico cinese riapre il dossier sicurezza nel Pacifico meridionale.

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Giuseppe Guarino

Giuseppe Guarino

Giornalista

Ph(D) in Diritto Comparato e processi di integrazione e attivo nel campo della ricerca, in particolare sulla Storia contemporanea di America Latina e Spagna. Collabora con numerose testate ed è presidente dell'Associazione Culturale "La Biblioteca del Sannio".

Viviamo in una situazione internazionale quanto meno complessa. E parlare di Cina, Australia e Terza guerra mondiale, causa sicuramente un effetto immediato. Il concetto stesso fa paura, la mappa si allarga e il Pacifico torna al centro delle ansie globali. Ma tra allarmi, messaggi militari e tensioni diplomatiche, la domanda vera è un’altra: siamo davanti a una minaccia concreta o all’ennesimo segnale muscolare in una regione già attraversata da nervosismi? Cosa sta succedendo davvero nel Pacifico?

Il test cinese che ha fatto scattare l’allarme Terza Guerra mondiale nel Pacifico

Più che un “allarme lanciato dalla Cina”, il caso nasce da un test militare cinese che ha messo in allarme gli altri Paesi della regione. Secondo quanto riportato, un sottomarino nucleare dell’Esercito popolare di liberazione avrebbe lanciato un missile balistico a lungo raggio nel Pacifico meridionale. Il lancio sarebbe avvenuto con una testata fittizia, quindi non nucleare, ma il messaggio geopolitico è stato comunque letto come pesante.

A rendere tutto più delicato è il tempismo. Lo stesso giorno, l’Australia e le Fiji hanno firmato un nuovo trattato di difesa reciproca, pensato anche per contenere la crescente influenza cinese nel Pacifico. In pratica, mentre Canberra rafforzava i rapporti militari con un Paese chiave dell’area, Pechino mostrava i muscoli con un test missilistico.

L’Australia ha definito l’episodio destabilizzante per la regione. Anche Nuova Zelanda e Giappone hanno espresso preoccupazione, soprattutto perché il missile sarebbe stato lanciato nella South Pacific Nuclear Free Zone, l’area regolata dal Trattato di Rarotonga del 1986, nata per tenere il Pacifico meridionale lontano dalle armi nucleari.

Perché Australia, Nuova Zelanda e Giappone sono preoccupati

Il punto non è solo il singolo missile. Il punto è il contesto. Il Pacifico è diventato uno dei grandi tavoli della competizione globale: rotte commerciali, basi militari, isole strategiche, alleanze difensive e influenza diplomatica si intrecciano in uno spazio enorme, spesso lontano dai riflettori europei ma centrale per gli equilibri mondiali.

L’Australia, negli ultimi anni, si è mossa sempre più chiaramente dentro il campo occidentale di contenimento della potenza cinese. Ha rafforzato intese regionali, guarda con attenzione alle isole del Pacifico e considera la sicurezza marittima una priorità nazionale. Per questo un test cinese proprio mentre nasce un nuovo patto con le Fiji suona come un avvertimento politico, anche se Pechino invita a non “sovrainterpretare” l’episodio.

Il Giappone, da parte sua, teme la crescente attività militare cinese vicino ai propri spazi strategici. Tokyo ha chiesto a Pechino di ripensare questi test, anche per evitare rischi legati alle traiettorie dei missili. La Nuova Zelanda ha fatto notare di essere stata informata solo poche ore prima del lancio: un dettaglio che, in diplomazia, pesa molto.

Dobbiamo davvero temere una Terza guerra mondiale?

La risposta più onesta alla domanda se davvero dobbiamo temere una Terza guerra mondiale è: preoccuparsi sì, farsi prendere dal panico no. Il test non significa che una guerra tra Cina e Australia sia imminente, né che il mondo sia a un passo dal conflitto globale. Significa però che la competizione militare nel Pacifico sta diventando sempre più visibile, e che ogni gesto può essere visto come parte di una partita più grande.

La Cina continua a dichiarare una politica di “no first use”, cioè di non primo uso delle armi nucleari. Allo stesso tempo, sta modernizzando rapidamente le proprie forze armate e il proprio arsenale. Secondo le stime citate, Pechino avrebbe avuto circa 600 testate nucleari nel 2024 e potrebbe superare quota 1.000 entro il 2030.

Ecco perché l’allarme va preso sul serio, ma senza trasformarlo in apocalisse pronta per domani. Il rischio vero non è un attacco improvviso, bensì l’accumulo di tensioni, esercitazioni, alleanze e incidenti diplomatici in una regione dove tutti vogliono mostrare forza.

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