Tutto comincia più di quarant’anni fa, nel deserto tunisino, durante il montaggio di una delle scene più celebri del cinema comico: la crocifissione cantata di Monty Python’s Life of Brian. Julian Doyle, veterano del cinema britannico e storico collaboratore dei Monty Python, racconta che proprio mentre lavorava alla sequenza con Eric Idle, Graham Chapman e John Cleese qualcosa iniziò a non tornargli.
Secondo Doyle, l’idea tradizionale della crocifissione di Gesù presentava incongruenze storiche troppo grandi per essere ignorate. Da lì, una ricerca durata quattro decenni che oggi culmina in una tesi destinata a far discutere.
- La teoria: sulla croce non c’era Gesù
- Come nacque il Vangelo secondo Doyle
- Il ruolo dell’intelligenza artificiale
- Un libro e una sfida alla storia sacra
- Una scoperta destinata a far discutere
La teoria: sulla croce non c’era Gesù
Al centro della ricostruzione di Doyle c’è una distinzione netta tra due figure storiche spesso confuse: Gesù di Nazareth e Giuda il Galileo. Quest’ultimo fu un ribelle realmente esistito, che guidò una rivolta violenta contro la tassazione romana nel 6 d.C. e che, secondo Doyle, sarebbe stato giustiziato dai Romani su ordine di Ponzio Pilato.
Gesù, invece, non sarebbe stato un rivoluzionario armato, ma un maestro spirituale e guaritore. Doyle sostiene che Gesù partecipò a una precedente “crocifissione rituale” simbolica, dalla quale uscì illeso, e che solo molti anni dopo sarebbe stato messo a morte per lapidazione, accusato di blasfemia e stregoneria.
Come nacque il Vangelo secondo Doyle
Con il passare del tempo, afferma il regista, le vicende dei due uomini si sarebbero intrecciate. I primi seguaci, nel tentativo di dare forza teologica al messaggio cristiano nascente, avrebbero fuso le loro storie in un unico racconto: quello di un Messia crocifisso e risorto.
Da questa “fusione di due destini” sarebbe nata la narrazione evangelica oggi alla base del Cristianesimo, in cui la crocifissione diventa un evento reale e salvifico, anziché un rito simbolico.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale
Per decenni Doyle ha evitato di rendere pubbliche le sue conclusioni, temendo di essere etichettato come visionario. La svolta, racconta, è arrivata con l’avvento dell’IA. Inserendo 99 contraddizioni e anomalie bibliche in diversi sistemi di intelligenza artificiale – tra cui ChatGPT, Claude, Grok, DeepSeek e Google Gemini – Doyle ha chiesto alle macchine di valutare la coerenza della sua teoria.
Secondo quanto riferisce, tutti i sistemi avrebbero giudicato la sua ricostruzione logicamente consistente e più aderente al quadro storico rispetto al racconto evangelico tradizionale. Le IA, sottolinea Doyle, non hanno fede né pregiudizi teologici: “Non credono, ma testano la logica”.
Un libro e una sfida alla storia sacra
Doyle ha raccolto il suo lavoro nel libro How to Unravel the Gospel Story Using AI, definito dall’autore un manuale pratico per permettere ai lettori di verificare autonomamente la teoria. Il volume riproduce le domande poste alle IA e propone un metodo investigativo ispirato a Sherlock Holmes: eliminare l’impossibile per scoprire ciò che resta.
“Non sto attaccando la fede”, scrive Doyle. “Sto mettendo in discussione l’idea che fede e fatto storico siano la stessa cosa”.
Una scoperta destinata a far discutere
Se confermata, la tesi di Julian Doyle implicherebbe una riscrittura radicale della storia del Cristianesimo. Per ora, il mondo accademico resta prudente e il dibattito è solo all’inizio. Ma una cosa è certa: l’incontro tra cinema, teologia, storia e intelligenza artificiale ha aperto una nuova e controversa pagina nel modo di interrogare i testi sacri. E, provocatoriamente, Doyle conclude: dopo quarant’anni di ricerche, “ora anche le macchine sono d’accordo: la Chiesa ha crocifisso l’uomo sbagliato”.