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Un antico messaggio egizio offre una nuova prova della storia biblica di Mosè

Il nome di Ramses II riemerge da un’antica iscrizione nel Sinai: una scoperta che riporta al centro del discorso il racconto biblico dell’Esodo.

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Giuseppe Guarino

Giuseppe Guarino

Giornalista

Ph(D) in Diritto Comparato e processi di integrazione e attivo nel campo della ricerca, in particolare sulla Storia contemporanea di America Latina e Spagna. Collabora con numerose testate ed è presidente dell'Associazione Culturale "La Biblioteca del Sannio".

Un antico messaggio inciso nella pietra riaccende l’attenzione su uno dei racconti più celebri della Bibbia: la storia di Mosè e dell’Esodo dall’Egitto. La scoperta, emersa da nuovi scavi archeologici, è qualcosa di incredibile che può essere interpretato come un possibile tassello in grado di rafforzare il contesto storico in cui la tradizione colloca quegli eventi. Ma quanto può davvero dirci un’iscrizione di migliaia di anni fa su un racconto tramandato per secoli?

Il ritrovamento della pietra con il nome di Ramses II

La scoperta arriva da Tell Abu Seifi, nel Sinai settentrionale, circa 145 chilometri a nord-est del Cairo. Qui gli archeologi hanno riportato alla luce una trave di arenaria spezzata in due parti e ricoperta di geroglifici su tre lati. L’iscrizione contiene i titoli di Ramses II e fa riferimento al restauro di una statua di Horus, indicato come “Signore della città di Mesen”.

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Il reperto avrebbe circa 3.000 anni e, secondo le autorità egiziane, offre un importante indizio per collegare Tell Abu Seifi proprio all’antica Mesen, una città la cui localizzazione è stata a lungo discussa. Ramses II, uno dei sovrani più potenti dell’Egitto faraonico, regnò nel XIII secolo a.C. ed è spesso associato, almeno in alcune ricostruzioni storiche, al faraone del racconto dell’Esodo.

Il legame con le città e le strade dell’Esodo

La scoperta del reperto in sé non dimostra però che Mosè o gli Israeliti siano passati da questo luogo. Ma, da questo punto di vista, a rendere il ritrovamento particolarmente suggestivo è anche la posizione del sito. Tell Abu Seifi si trova infatti lungo l’antica Via Militare che collegava l’Egitto con il Sinai e con Canaan. È un dettaglio che richiama indirettamente il racconto biblico della fuga degli Israeliti: nel libro dell’Esodo si racconta che il popolo non fu condotto lungo la via più breve, la cosiddetta “via della terra dei Filistei”, per evitare il rischio di incontrare guerre e tornare indietro verso l’Egitto.

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Mesen non compare nella Bibbia. Compare invece Raamses, ricordata in Genesi, Esodo e Numeri e descritta come una delle città costruite dagli Israeliti durante il periodo di schiavitù. Il collegamento tra questi luoghi, Ramses II e le antiche vie militari ricostruisce quindi un ambiente geografico e politico compatibile con l’epoca tradizionalmente associata all’Esodo.

Cosa hanno trovato gli archeologi a Tell Abu Seifi

La pietra con l’iscrizione non è l’unico reperto emerso dagli scavi. Gli archeologi hanno individuato anche i resti di un complesso templare fortificato, circondato da mura in mattoni crudi e dotato di porte. Sono state trovate stanze adibite a magazzino, due strade in pietra dirette verso il tempio e numerosi frammenti di statue di falco.

Tra i reperti figurano inoltre il torso in basalto di una figura reale, una statua di epoca tarda priva della testa e dei piedi e altri frammenti scultorei. Secondo gli studiosi, l’insieme testimonia che il sito attraversò diverse fasi di sviluppo e svolse importanti funzioni militari e amministrative.

È proprio qui che la scoperta diventa interessante per la storia biblica: non offre una prova definitiva dell’Esodo né dell’esistenza di Mosè, ma aiuta a riempire alcuni vuoti nella conoscenza dell’Egitto e del Sinai di quel periodo.

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