L’esperienza della morte è un mistero che ha affascinato l’umanità per secoli. Cosa accade nei nostri ultimi istanti di vita? Una delle domande più intriganti riguarda ciò che sentiamo nell’attimo prima di morire. Numerosi studi scientifici e testimonianze personali cercano di svelare questo enigma, esplorando le percezioni sensoriali e le esperienze che accompagnano il nostro passaggio finale. Di seguito analizziamo le ricerche più recenti e le teorie emergenti su quale sia l’ultimo suono percepito dal nostro cervello, un viaggio affascinante tra scienza e introspezione.
- Il coma e lo stato di pre-morte
- Il parere dei medici
- Il cervello non si spegne subito
- L’ipotesi del “film della vita”
- Visioni, suoni e percezioni finali
Il coma e lo stato di pre-morte
Gli attimi immediatamente precedenti – e talvolta successivi – al momento della morte rappresentano uno dei territori più complessi e delicati dell’esperienza umana. Per secoli, filosofia, religione e medicina hanno cercato di interpretare cosa accada alla mente e al corpo quando la vita si avvia alla conclusione. Oggi, grazie ai progressi della ricerca neuroscientifica, alcuni tasselli di questo puzzle iniziano a trovare una collocazione più chiara.
Un contributo fondamentale arriva dallo studio dei pazienti in stato di coma o che hanno vissuto esperienze di pre-morte. Si tratta di persone che, una volta tornate coscienti, hanno potuto raccontare sensazioni, percezioni e immagini vissute in uno stato di sospensione tra vita e incoscienza. A queste testimonianze si affiancano oggi dati clinici sempre più dettagliati, raccolti tramite monitoraggi cerebrali in tempo reale, che permettono di osservare in modo oggettivo cosa succede all’organismo in quelle fasi estreme.
Il parere dei medici
I medici affermano che chi si avvicina lentamente alla morte sperimenta sul piano fisico alcuni sintomi. Il cuore rallenta il suo battito e il sangue si muove meno velocemente nel corpo; quindi, la pressione sanguigna si abbassa e ciò può comportare uno stato di confusione ma anche di insolita serenità. Inoltre, cambia la respirazione con il respiro che si fa più lento e superficiale, a volte più rumoroso, prima di interrompersi.
In alcuni pazienti, poi, il fisico è pervaso da una sensazione di sonno profondo, come di scivolamento verso uno stato di incoscienza. In questo senso, vedere una persona cara abbandonarsi al riposo è anche motivo di conforto, soprattutto dopo una malattia che ha comportato dolori e sofferenza. Il soggetto rimarrebbe comunque percettivo rispetto ai rumori nella stanza.
Per quanto riguarda l’attività cerebrale, sono state rilevate oscillazioni simili a quelle che si attivano quando si ricorda o si sogna. E dai racconti di chi è uscito dal coma, gli istanti che precedono il trapasso sarebbero accompagnati dalla rievocazione dei momenti più significativi che la persona ha vissuto nel corso della sua esistenza.
Nonostante l’apparente incoscienza, numerosi medici concordano su un punto: l’udito sembra essere uno degli ultimi sensi a spegnersi. Anche quando gli occhi sono chiusi e il corpo immobile, il cervello potrebbe continuare a registrare i suoni dell’ambiente circostante.
Il cervello non si spegne subito
Le scoperte più sorprendenti arrivano dallo studio diretto dell’attività cerebrale nel momento della morte. Una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Frontiers in Aging Neuroscience ha mostrato che il cervello non si arresta immediatamente quando il cuore smette di battere.
In alcuni casi monitorati, l’attività cerebrale continua per diversi secondi – e talvolta minuti – dopo l’arresto cardiaco. Le onde rilevate sono simili a quelle che caratterizzano il sogno, la meditazione profonda o il richiamo dei ricordi. È come se il cervello, nell’ultima fase, entrasse in una sorta di “modalità riposo”, profondamente interna e scollegata dagli stimoli esterni.
Questa osservazione è stata possibile in modo quasi fortuito, durante il monitoraggio neurologico di un paziente anziano, colpito da arresto cardiaco mentre l’attività cerebrale era già sotto registrazione. Per la prima volta, i ricercatori hanno potuto osservare cosa accade al cervello umano nell’istante esatto in cui la vita si spegne.
L’ipotesi del “film della vita”
Questi dati danno nuova forza a un racconto ricorrente nelle esperienze di pre-morte: la sensazione che tutta la propria vita scorra davanti agli occhi. Per anni considerata una metafora, oggi questa percezione potrebbe avere una base biologica concreta.
Secondo i neuroscienziati, il cervello potrebbe attivare un’ultima rievocazione di eventi significativi, richiamando memorie profonde legate all’identità, agli affetti e ai momenti emotivamente più rilevanti. Anche quando una persona appare ormai priva di coscienza, la sua mente potrebbe essere immersa in un intenso processo di ricordo.
Visioni, suoni e percezioni finali
A questo fenomeno si collega il cosiddetto visioning, un’esperienza frequentemente descritta dal personale sanitario che lavora con pazienti terminali. Nelle settimane o nei giorni precedenti alla morte, alcune persone riferiscono di vedere volti familiari, spesso di persone care già scomparse. Secondo gli studiosi, non si tratterebbe necessariamente di allucinazioni, ma di una risposta del cervello in condizioni estreme, una sorta di attivazione “di emergenza” della coscienza. E così anche l’ultimo suono percepito potrebbe assumere un significato particolare. Se l’udito è davvero l’ultimo senso a spegnersi, è possibile che le voci, i rumori familiari o le parole pronunciate accanto al letto abbiano un peso che va oltre ciò che immaginiamo.