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Intervista a GionnyScandal: "Non chiamatemi rapper, sono Emo"

Alla vigilia dell'uscita di "Emo", che arriva a più di un anno dal precedente lavoro "Reset", abbiamo fatto una chiacchierata con GionnyScandal.

Un nuovo disco, una storia di riscatto e una serie di live in arrivo: abbiamo intervistato GionnyScandal per farci raccontare i suoi progetti per il futuro e come sta vivendo questo momento così importante per la sua carriera.

Vero nome Gionata Ruggieri, GionnyScandal è uno dei rapper più versatili ed eclettici del momento, in grado di muoversi con grande facilità fra range e generi diversi, senza mai perdere il suo personale stile. Classe 1991, è nato a Pisticci, in provincia di Matera, e per lui la musica è sempre stata molto di più di un passatempo.

Alle spalle infatti ha una storia molto particolare, raccontata anche in un libro, che ha il sapore di un romanzo di formazione, intitolato “La via di casa mia”. La sua casa infatti GionnyScandal l’ha trovata in quella stessa musica che l’ha aiutato ad andare avanti nonostante le tante difficoltà che la vita gli ha messo davanti.

Quando era neonato è stato abbandonato dai genitori biologici, in seguito la coppia che l’aveva adottato è venuta a mancare quando lui era ancora piccolo. La rabbia e il dolore per quel destino crudele GionnyScandal l’ha trasformata in arte, proprio attraverso la musica.

Ad un anno e mezzo dall’uscita di “Reset”, il prossimo 4 maggio GionnyScandal presenterà il suo terzo lavoro in studio, intitolato “Emo“.  Il disco è stato anticipato dal singolo “Il posto più bello” e da “Per sempre”, brano realizzato in collaborazione con Julia Jean che ha superato le 9 milioni di visualizzazioni in Rete.

Emo” segna una svolta nel percorso musicale di GionnyScandal e rappresenta il raggiungimento di una nuova maturità e consapevolezza da parte del rapper che, partendo dalla propria esperienza personale, racconta in modo genuino l’amore, svelando tutte le sfaccettature di questo sentimento in grado di farci affrontare e superare qualsiasi cosa.

Gionnyscandal disco

Partiamo dal titolo dell’album: Emo.

Volevo fare un disco che chi ascolta potesse rivivere il passato e in questo senso il genere EMO – per definizione – dovrebbe trasportarti indietro, ad un determinato ricordo. Ultimamente sentivo il bisogno di distaccarmi dall’etichetta di quello che fa solo pezzi d’amore e – dato che il mio trascorso è stato proprio emo-core – ho ritenuto opportuno adottare questo genere. Questo disco è così: sono undici tracce che ti trasportano nel passato e per questo ho chiamato il disco EMO. D’ora in poi, quando mi diranno “tu sei un rapper”, risponderò “no, io sono EMO”. E quando mi diranno “fai canzoni d’amore”, dirò “no, faccio canzoni EMO”.

Tu non hai mai amato definirti rapper.

Purtroppo in Italia l’alternative rock e il metal core non vendono, io ho iniziato a farlo in garage quando ancora non ero Gionnyscandal; ero semplicemente un cantante e suonavo la chitarra. Il look però è sempre rimasto quello: mi sono vestito come mi vesto ancora adesso, alternativo, metal-core. Poi sai, per sopravvivere nel mercato musicale italiano devi anche scendere un po’ a compromessi, quindi mi sono detto “faccio il genere che funziona, che è il mio, ma con influenze emo. E il risultato è questo disco.

Oltre ad un’influenza estetica, credi sia rimasto altro – oggi – di questa sottocultura?  

Di sicuro la moda del ciuffo davanti agli occhi non c’è più, anche se molta gente ancora continua ad ascoltare i gruppi storici, me compreso: dai 30 Second To Mars ai Bring Me the Horizon, gli Alesana, eccetera. Ovviamente è rimasto più il look che altro, anche perché le ragazzine di oggi erano troppo piccole quando si è sviluppata questa cultura. Per questo voglio rilanciare io il trend anche tra questa nuova generazione.

E’ passato un anno e mezzo dal precedente lavoro. Cosa hai fatto in tutto questo tempo?

Mi sono dedicato a questo disco, con la fortuna di avere un po’ più di tempo rispetto a “Reset”, che è lo scorso album. Abbiamo lavorato a quasi 100 pezzi per arrivare poi a 11 brani che siano tutti dei possibili singoli, nessuno di questi è un pezzo di riempimento.

Quindi potresti anche pensare ad un video per ciascuno degli 11 brani?

Magari, magari! (ride)

Cos’hai ascoltato durante la genesi di Emo?

Ho cercato di non ascoltare musica italiana per non farmi influenzare: in Italia non c’è nessuno che faccia EMO e penso di essere per fortuna l’unico a distinguersi in questo. Oggi c’è veramente troppa saturazione e devi per forza essere “unico” per emergere. Per il resto di base ascolto tutto, ogni venerdì mi prendo due ore per ascoltare tutto quello che è uscito e restare al corrente con il mercato.

 Amore non corrisposto, amore disperato, amore emozionale: possiamo definire Emo un’enciclopedia dell’amore?

Sì, anche. Ho cercato di mettere dentro molto me stesso anche se per arrivare alla gente devi cercare di metterti nei loro panni. Ho messo un po’ di tutto di me: le sfaccettature tristi, quelle introspettive, è un minestrone di tutti questi ingredienti.

La tua storia personale non è per nulla semplice: in questo album hai deciso di provare a lasciarti alle spalle questa tua matrice oppure è ancora forte l’influenza che questo trascorso ha sulla tua musica?

Questo aspetto della mia vita era predominante in “Reset”, il precedente album. In questo disco ho cercato di partire dal presupposto che ciò che dovevo dire su quel tema, l’avevo già detto. Poi la mia scrittura va molto a giornate, quindi sicuramente nei 100 pezzi che hanno portato alla luce EMO qualcosa c’è, però ho deciso poi di non mettere niente in questo disco. Non si sa mai nel futuro: se sentirò l’istinto di scrivere un altro pezzo di questo tipo sicuramente lo farò, altrimenti va bene così.

So che stai lavorando anche ad uno speciale evento live il 6 settembre all’Alcatraz di Milano. Cosa ci dobbiamo e possiamo aspettare?

E’ scontato dirlo, ma sarà veramente uno show fighissimo. L’Alcatraz è un passo molto importante per la mia carriera: sto meticolosamente lavorando al live, cercando di preparare una roba che la gente possa ricordare per tanto tempo. Non è semplicemente il live di Gionnyscandal all’Alcatraz, ma è il live, punto. Quando da piccolino passavo lì di fronte, vedevo tutta la fila di persone che andavano a sentire i Simple Plan o i Sum41; per questo è una location che per me ha anche un significato importante. Per questo sto curando tutto in prima persona: voglio che la gente quando uscirà da quel concerto non dica “Bello”, ma dica “E’ stato un film!”.

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