Intervista a Mike Highsnob: "Bipopular è la mia rivincita"

Alla vigilia dell'uscita di "BiPopular", abbiamo intervistato Mike Highsnob per parlare dell'album, del noto dissing a Fedez e di beneficienza

Rap, trap, un pizzico di elettronica. Influenze jazz, funky, future bass. No, non è un banale elenco di generi musicali. È il contenuto del nuovo album di Mike Highsnob: “BiPopular”.

Venerdì 27 aprile esce infatti il nuovo album di Michele Matera, uno dei rapper più irriverenti e vivaci che ci siano in circolazione. Molti lo ricorderanno per il suo dissing con Fedez, altri per la sua musica coinvolgente e le sue punchlines. Dopo l’EP “PrettyBoy”, uscito nel 2017, e tantissimi singoli di successo, Mike Highsnob – questo il nome d’arte dell’artista – lancia il nuovo disco, “BiPopular”. Che non è un semplice prodotto commerciale, ma una ricerca introspettiva dell’io, un viaggio nella psiche che – alla fine dell’ascolto – vi lascerà senza fiato. All’album hanno partecipato vari producer: da Pankees ad Alvino, passando per Dat Boi Dee e Noise, ognuno dei quali ha voluto lasciare la propria personale impronta. “BiPopular” si conferma un percorso innovativo, che non lascia nulla al caso o alla banalità: una rimonta in grande stile per Highsnob, che ha deciso di lasciare un segno ben preciso nella nuova scena rap.

“Poi ti spiego” è il brano di Mike Highsnob che ha anticipato l’uscita del disco. Più di 300mila visualizzazioni in una settimana e una calda accoglienza dell’opinione pubblica promettono di lanciarlo nell’olimpo dei grandi rapper. Perché “BiPopular” è un album d’ascoltare tutto d’un fiato? Poiché le canzoni sono innanzitutto un mix di stili che vanno dal rap all’elettronica passando per il jazz, ma anche perché parlano del vissuto psicologico di Highsnob, del movimento degli ingranaggi nella sua mente nel concepire “BiPopular”. E questo doppio schema ben si evince nella contaminazione dei generi musicali che pervadono l’album. Un lavoro di pregio, quello di Michele Matera, frutto della ricerca e dello studio dell’artista, che non si è focalizzato solo sui ritmi rap di un tempo – più rassicuranti sicuramente – ma che ormai sono sorpassati.

Venerdì 27 aprile non uscirà solamente l’album di Mike Highsnob, ma partirà anche il “BiPopular inside tour”: una serie di appuntamenti che vedranno protagonista il rapper, che promuoverà il nuovo disco nelle principali città italiane.

mike highsnob copertina

Noi abbiamo incontrato Highsnob a pochi giorni dall’uscita di “BiPopular”.

Parliamo di “BiPopular”: com’è nato questo progetto?

L’esigenza di fare un disco ce l’avevo da un po’, dato che in questo periodo storico si lavora molto ai singoli, solo che alla lunga quel tipo di prodotto lascia un certo vuoto. Ti aiuta sicuramente nel breve termine, ma finisce poi che rimangono sul web tanti pezzettini di te, senza che ci sia mai qualcosa di più compatto. Ad ogni modo, non sono mai stato a pensare ad un vero e proprio progetto, ho ragionato di più alle canzoni che ad un progetto intero: avevo venti pezzi, ne ho cancellati una decina. Ed è anche il motivo per cui in BiPopular vi è un certo altalenarsi tra il pezzo simpatico e “preso bene” e invece la parte più introspettiva e malinconica di me, tipica del disturbo bipolare.

Quindi hai giocato di sottrazione piuttosto che addizione nella tracklist dell’album?

Una delle frasi che maggiormente mi hanno colpito negli anni in cui studiavo grafica pubblicitaria è che la troppa comunicazione corrisponde a nessuna comunicazione. Quindi preferisco sempre scremare piuttosto che aggiungere.

Concentriamoci un attimo sul titolo, che potrebbe avere una doppia lettura: popolare e bipolare.

Sono affetto dal disturbo bipolare, ma avevo paura a comunicarlo: non volevo essere visto come un pazzo, anche perché non lo sono assolutamente. Ho riconosciuto all’interno del disco questa altalena di umori e poi ho fatto questo gioco di parole con “popolare”. Ci stava, anche perché penso che quella sia una delle ambizione di qualsiasi artista: diciamo che mi sono concesso un augurio, con questo titolo.

Recentemente hai detto di voler far tornare di moda la beneficienza e per questo hai lanciato la #prettyboychallenge. Cos’è?

L’idea è nata nell’ultimo anno quando mi sono reso conto – man mano che salivano i numeri – che intorno c’era un sacco di gente che per approcciarsi a me, mi mandava una foto della scarpa di marca, piuttosto che dell’outfit, pensando di esser fighi. Ho pensato allora di iniziare a provare a rendere cool anche un concetto come quello della beneficienza. E’ molto difficile e non te lo nego, perché il feedback non è stato dei migliori rispetto ad altre cose che faccio, ma con il tempo potrebbe anche succedere qualcosa di positivo. C’è stata una risposta più grossa su di me: ma io non volevo questo, volevo smuovere un pochettino le coscienze dei ragazzini. Si tratta di introdurre l’argomento e macinarlo piano piano, fino a farla diventare una cosa cool.

Parliamo un po’ di La Spezia, la tua città di provenienza: esiste una scena spezzina?

In questo momento non ne ho idea, ma immagino che qualcosa ci sia. In passato c’era sicuramente un po’ di movimento legato al hip-hop, anche se quelli della generazione precedente alla nostra tenevano tutto un po’ “chiuso”: era difficile entrare nella cerchia o farsi notare. Successivamente, avevo preso un po’ le redini io stesso insieme ad un altro ragazzo che si chiamava Millelire e poi insieme a Samuel Heron, con cui ho formato i Bushwaka.

Dal punto di vista geografico invece è una città che ti ha dato ispirazione o ti ha tarpato le ali?

La Spezia è una città che – come tutte le province piccole – non ha a disposizione grosse risorse, per questo mi sono dovuto spostare a Milano. Quando sono partito non avevo grosse aspettative, eppure – dati alla mano – le cose sono cambiate effettivamente quando mi sono traasferito a Milano. Detto questo, credo fosse più la frustrazione di quel periodo che mi faceva star stretta quella città. Adesso standoci lontano mi manca, in più c’è stato anche un cambio generazionale, non ci sono più gli hater che c’erano all’epoca. Mi sembra impossibile oggi passare per via Prione e non riuscire ad arrivare in fondo, è una cosa molto bella.
E a Milano come ti trovi?

Milano è un sogno, ha mille risorse. E’ vero, io esco raramente, perché ho tanto da fare; però gli studi di registrazione sono qui, i contatti dei vari rapper e producer anche. Per non parlare dei negozi, dato che l’abbigliamento è una parte cruciale del mondo hip-hop. Insomma, ha delle comodità che altrove non esistono. Per dirti una stupidaggine, i servizi di food delivery se vai a La Spezia non ci sono: io mangio sempre alle due del mattino, quindi…

Però a Milano non c’è quella friggitoria che c’è sul Molo a La Spezia, vista mare.

Sì, avrò preso 10 chili a furia di mangiare lì (ride). Facevano il cartoccio, tutto fritto…effettivamente ora mi sto affacciando alla finestra e vorrei volare a Spezia: adesso l’adoro.

“Faccio la moda, non la seguo: mi fa schifo anche Calcutta” rappi in “Ti spiego”. Non hai una buona considerazione della scena indie, mi pare di capire…

No, in realtà avevo solo bisogno di fare una rima d’impatto, ognuno utilizza le sue astuzie. Non ho niente contro Calcutta o la scena indie, ce l’ho molto – invece – con in fruitori occasionali di musica che va di moda. Attacco quell’immaginario lì per attaccare chi ascolta quella musica lì.

C’è qualche nome della nuova scena con cui non hai mai lavorato e con cui ti piacerebbe collaborare?

Sono abbastanza aperto a ogni tipo di collaborazione perché ogni rapper in qualche maniera ha del suo e dalla fusione potrebbe sempre nascere qualcosa di interessante. Della nuova wave ho collaborato con Ernia, che ammiro molto, ma ce ne sono anche tanti altri.

Veniamo al gossip: com’è andata a finire la querela di Fedez e J-Ax?

Prosegue, sto cercando di concludere questa fase e lasciarmela alle spalle. Non sono successe cose nuove: pare che dovrò pagare per quello che ho detto e insomma, deciderà la legge italiana. Spero di chiudere questo capitolo al più presto, in ogni caso andrà tutto bene.

 

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